sabato 10 settembre 2016

La differenza la fanno le persone. La fa la relazione


MariaPia Veladiano.
Foto di A. Lomazzi, Wikipedia
Bisogna andare a scuola per capire. A insegnare. E starci tutte quelle ore e quei giorni e quegli anni che messi insieme fanno quasi un abitare. Mai soli perché intorno, addosso in certi momenti, abbiamo il mondo. Il mondo vero se è una scuola pubblica, e la scuola dovrebbe sempre essere pubblica naturalmente. Con gli stranieri che arrivano a metà dell’anno scolastico, oppure vanno via settimane, per le loro feste diverse e lontane. E poi ritornano. Con i bambini e i ragazzi disabili. O culturalmente deprivati.

Con tutti insomma, anche gli impallinati di internet dalla nascita e gli altri che il computer non lo sanno proprio aprire e che in casa hanno dieci libri compresi quelli di ricette. Ecco. A scuola oggi la tecnologia è un’alleata potente.


Offre strumenti compensativi prima impensati per studenti con bisogni educativi speciali. Prima un bambino con dislessia, davanti a un testo che non poteva proprio leggere, era pigro o peggio stupido. Oggi un buon software di lettura del testo e di costruzione di mappe concettuali crea un vero ambiente di studio che salva un percorso scolastico e una vita.

E ancora, in mille modi la tecnologia facilita l’inserimento dei bambini di improvvisa immigrazione. Primo giorno di scuola per una ragazzina ghanese arrivata ieri, una lavagna interattiva collegata a internet, inno nazionale del Ghana, commozione, Google Maps per trovare il paese d’origine, lei mostra i confini, per quanto possibile spiega, disegna la strada che ha fatto per arrivare. Parla inglese, un po’ anche i compagni italiani. Si scopre che ama il calcio, una sorpresa, sulla lavagna interattiva compare la partita Italia-Ghana, da You Tube, Mondiale 2006. Benvenuta nuova compagna. E poi la didattica ordinaria. Geografia mostrando in tempo reale fiumi, città, tundra, savana, cirri, banchise. Scienze, storia, italiano. Con i ragazzi che ci aiutano se ci perdiamo nel web. E poi a casa entrano in avac, aula allargata, ambiente cooperativo, virtuale che non vuol dire irreale. Vero luogo di apprendimento. Qual è il problema, ci si chiede.

Il problema ce lo poniamo noi. Generazione Gutenberg che ha messo al mondo la generazione digitale. Nella quale arriviamo noi da stranieri, immigrati digitali si dice. Una lacerazione nella continuità del tempo sembra, tanto è novità. E anche i più tecnologici di noi hanno qualche inquietudine. Che amministrano. Ma ricompare. Perché ad esempio le neuroscienze ci avvertono che il cervello è certo plastico, ma in una misura non illimitata. E’ anche rigido, nel senso che ha una struttura definita da un processo di evoluzione e il tempo necessario all’adattamento a nuovi strumenti di apprendimento è lungo. Ad esempio in qualsiasi sistema di scrittura, fonologico o ideografico, e quindi in qualsiasi aula del mondo, i circuiti cerebrali attivati sono gli stessi, ci dicono i neuroscienziati, uno che riconosce la forma e uno che interpreta il gesto motorio dello scrivere. La scuola questo lo vede bene quando insegna a leggere.

Ma le neuroscienze ci dicono anche che nuove esperienze attivano strutture nuove capaci di facilitare tipi di apprendimento invece di altri. Insegnare a ragazzi che hanno strategie dominanti di apprendimento che non corrispondono (ancora) alle strutture fondamentali del cervello: come si fa? Intanto bisogna saperlo. Leggiamo che esperienze in tutto simili di massiccia informatizzazione delle classi danno esiti molto diversi. La differenza la fanno le persone, viene banalmente da dire. E cioè quei ragazzi e gli adulti che sono in gioco. Per una classe va bene, per un‘altra no. La fa la relazione.

E poi c’è la poesia. Che c’entra eccome. Qualche anno fa a un concorso di poesia proposto da una scuola ai suoi studenti il problema principale è stato setacciare internet in cerca delle, diciamo, “fonti” ispiratrici dei versi baciperugina e anche d’autore che un bel numero di loro aveva copiaincollato e frullato e proposto come originale prodotto del loro sentire. Una sfida tutta nostra perché loro il problema proprio non lo vedevano. Scoperti alcuni hanno detto: Che male c’è, ci vuole un sacco di tempo a trovare le parole di una poesia, ce ne sono tante già pronte in internet. Si può non partecipare, abbiamo detto. E invece no, non esserci è svanire. E qui c’è un concentrato di belle battaglie da non perdere a scuola: coltivare il piacere della parola ad esempio, e il valore del nostro essere unici, artisti di noi stessi. Non a caso sono spesso gli scrittori e i poeti a preoccuparsi di quel che capita.

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