domenica 22 settembre 2013

I conformismi, le illusioni, e il contagioso desiderio di sapere

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Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l'allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto. L'apprendimento è il riempimento del cervello di file seguendo l'ideale di un travasamento potenzialmente illimitato di informazioni nella sua memoria. All'illusione botanica si è sostituita quella tecnologico-cognitivista: morte dei libri, informatizzazione degli strumenti didattici, esaltazione delle metodologie dell'apprendimento, accanimento valutativo, burocratizzazione fatale della funzione dell'insegnante che deve sempre più rispondere alle esigenze dell'istituzione che non a quella degli allievi.

Attualmente un'altra illusione ha fatto capolino. È l'illusione dell'insegnante-psicologo che possiamo sintetizzare con il racconto che ho udito fare da un professore di liceo ad un recente convegno sulla scuola al quale ho partecipato.

Questi si vantava nel suo lavoro quotidiano di lasciare da parte i contenuti dei programmi ministeriali per dedicarsi a cogliere i segni di disagio esistenziale dei suoi allievi raccogliendo le loro confidenze più personali.

Mettere da parte lo studio di Aristotele, di Spinoza o di Hegel per dare voce alla sofferenza dei ragazzi della quale, com'è noto, i programmi didattici si disinteressano. Quale nuova pericolosa illusione si annida in questo atteggiamento? L'amore per il sapere - che dovrebbe animare ogni insegnante - lascia il posto ad una supplenza diretta del mestiere del genitore. Mentre l'informatizzazione cognitivista della scuola esalta un sapere senza vita, questa nuova ondata psicologista sembra invece esaltare la vita senza sapere.

Si tratta di due facce della stessa medaglia accomunate da una stessa fondamentale dimenticanza: l'importanza dell'ora di lezione nel promuovere l'amore verso il sapere come condizione per ogni possibile apprendimento.

Da ragazzo frequentavo alla fine degli anni Settanta le aule disadorne di un Istituto agrario specializzato in coltivazione di serre calde situato nell'estrema periferia di Milano. (...) Eravamo in quell'Istituto un manipolo di cause perse. Cosa mi salvò se non un'ora di lezione, se non una giovane professoressa di lettere di nome Giulia Terzaghi che entrò in aula stretta in un tailleur grigio rigorosissimo parlandoci di poeti con una passione a noi sconosciuta? Cosa mi salvò se non un'ora di lezione? Se non quella passione sconosciuta che Giulia sapeva incarnare? Questa storia non è solo la mia ma è la storia di molti. Cosa ci salvò se non quel desiderio di sapere che si propagava dalla forza della parola dell'insegnante capace di scuoterci dal sonno? Non è forse questo quello che la scuola burocratizzata della valutazione e della informatizzazione sospinta rischia di dimenticare? Non è forse l'ora di lezione che può rimettere in movimento le vite scuotendole dall'inerzia di un sapere proposto solo come un oggetto morto? Auguro a tutti gli studenti di ordine e grado di incontrare la loro Giulia.

Potete trovare qui il resto del bellissimo articolo di Massimo Recalcati su Repubblica di 2 giorni fa. Trovato su segnalazione di Alessandro D'Avenia. La foto è di Junik Demalia, un mio ex allievo.
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