sabato 9 giugno 2012

E cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo

IMG_8833 by ernest.zarur
IMG_8833 a photo by ernest.zarur on Flickr.
Un altro anno scolastico è finito, ed io, da precaria, non so in quale altra scuola capiterò l'anno prossimo.

Ogni anno un percorso interrotto, un'avventura spenta sul più bello, tante bellissime relazioni umane che si spezzano. Appena cominci a capire come funziona quel piccolo mondo che è ogni scuola, è già ora di lasciarlo.

Ecco, voglio proprio dirla, questa cosa: desiderare stabilità in questo lavoro - il "ruolo", accidenti - non è solo desiderare il conforto piccolo-borghese di due mesi di stipendio in più e della (relativa) certezza di poter fare la spesa anche l'anno prossimo.

Senza nulla togliere a questi diritti, che per tante famiglie monoreddito fanno la differenza fra la sopravvivenza dignitosa e l'indigenza autentica, volere il ruolo è soprattutto volere dare al proprio lavoro il respiro, lo spazio, la continuità, la progettualità di cui ha strutturalmente bisogno.

E' maledettamente difficile costruire qualcosa di buono quando si è scaraventati ogni anno in un contesto diverso, avendo ogni volta poche ore soltanto per prepararsi alla realtà nuova in cui si lavorerà per i successivi otto-nove mesi. Certo, si diventa elasticissimi, adattabilissimi, versatilissimi; ma certamente non si riesce a dare il meglio di sé, professionalmente parlando.

Alle alte sfere del management scolastico tutto questo va benone, tuttavia, perché così si risparmiano un po' di soldi. 


P.S. Il titolo del post viene dalla canzone "Caterina" di Francesco De Gregori.

6 commenti:

  1. Vittoria,
    quanto ti capisco pur avendo vissuto la situazione per un periodo relativamente breve (era abbastanza facile allora... sono più anziana... consolati! :-)
    Ma era la cosa che più desideravo, da precaria. Mi dispiaceva lasciare gli alunni, tutti gli anni. Sentivo il peso della "sospensione" di tante cose iniziate...
    Hai la mia solidarietà.
    un abbraccio
    g

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  2. Concordo, parola per parola, certo quello che di bello hai costruito è per sempre ma in questo caso ti vien chiesta la povertà assoluta di lasciare e ripartire ...
    chissà se l'anno prossimo non sia la volta buona :D

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  3. Grazie mille della vostra vicinanza, Giovanna e Merins!

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  4. Cara Vittoria la totale mia (e di altri) solidarietà al disagio, all'ingiusta condizione di chi vive, come te, il precariato purtroppo servono poco.
    Servirebbero molto di più (ma non lo dico per suscitare polemiche) azioni sindacali, di protesta e anche il coinvolgimento di chi i ruolo è già e dovrebbe pur schierarsi con i colleghi. Precari e non precari lavorano a fianco a fianco per un anno e poi ... arrivederci e grazie; come se il tuo lavoro non fosse pari (o superiore) per dignità, sapienza, efficacia a quello dei colleghi.
    A livello di vertici, poi, si consuma la più ridicola (per non piangere) ipocrisia: si vuole una "scuola di qualità", a parole, ma poi perpetuando il precariato si sprecano, si gettano via esperienze, costruzioni di conoscenze, obbiettivi raggiunti.
    La qualità richiede anche la continuità sia per chi insegna sia per questi ragazzi già fin troppo disorientati dal tempo attuale e da tutte le situazioni che tutti conoscono.
    Un rapporto pazientemente intessuto viene lacerato; una catenella congiunta anello per anello, ora per ora: spezzata.
    Tra balocchi gelminiani e gli attuali profumi... la scuola rimane sempre una cenerentola.

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  5. Grazie mille Maria Serena. Hai colto perfettamente l'obiettivo della mia lamentazione (che arriva puntuale ogni giugno, ahimé... poi per il resto dell'anno cerco di non brontolare più). Ce l'avevo proprio con l'ipocrisia di cui parli: «si vuole una "scuola di qualità", a parole, ma poi perpetuando il precariato si sprecano, si gettano via esperienze, costruzioni di conoscenze, obbiettivi raggiunti». Ho sempre odiato gli sprechi, figurati cosa provo nel fare esperienza - anno dopo anno - di questo tipo di spreco.

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  6. Precario dal 1988 al 1992, a partire da settembre 1992 fino a settembre 2000 ho scelto di chiedere trasferimento ogni due anni; non ero perdente posto.
    Lo facevo semplicemente per conoscere nuove realtà scolastiche visto che in provincia di varese le scuole sono molto diverse da zona a zona.
    Lo facevo per conoscere nuove metodologie di insegnamento, ero un precario desideroso di imparare dai colleghi più anziani.
    In ogni scuola lasciavo un pezzettino di cuore ma portavo con me l'amicizia di colleghi e alunni... che sento e vedo ancora oggi.
    Certo, dopo un po' mi sono fermato.
    Oggi, dopo 12 anni nella stessa scuola, rimpiango un po' quel girovagare.
    Non banalizzo i tuoi pensieri, Vic, semplicemente dico che quella elasticità ed adattabilità delle quali parli si mantengono più difficilmente restando sempre nella stessa scuola.

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