lunedì 5 settembre 2011

Lettera ad un preside

Peter reports to the Principal's office in Lobatse by James BonTempo
Photo by James BonTempo on Flickr.
Caro preside,
la cosiddetta autonomia scolastica ti ha trasformato in un ibrido strano: un mix fra capufficio, marketing manager, funzionario, padrone della ferriera, "pi-erre". 
Qualsiasi cosa tu sia realmente, o dovresti essere, come tutti coloro che hanno autorità, tendi inevitabilmente a starci un po' antipatico, ad essere persona scomoda e sgradita. 
Eppure...
... tu sei davvero importante. Nel bene o nel male, è innegabile che tu dia un tono particolare a tutta la tua scuola. Che tu lo voglia o no, qualcosa del tuo stile personale e professionale permea in modo più o meno evidente ogni aspetto della vita di un istituto.

E quindi ci si aspetta grandi cose da te. Anche coloro a cui proprio non piaci, sotto sotto, sperano sempre che tu diventi un vero leader. E per quanto vi siano mille idee diverse su cosa ciò significhi, alcune attese sono più vive e più diffuse: cerco di scriverle qui, perché non avrei mai l'ardimento di dirtele direttamente.


La prima richiesta che ti faccio è forte e vibrante: gira per la scuola. Fatti vedere. Sii una presenza abituale. Un preside arroccato, asserragliato dietro la sua scrivania, manda un pessimo messaggio: «ho paura di voi». Al contrario, va' al bar o alle macchinette ogni tanto, fa' una capatina in sala professori, entra nelle classi con qualche scusa: non preoccuparti di interrompere le lezioni, sapessi quante volte veniamo interrotti per le ragioni più sciocche! Guarda in faccia i ragazzi, uno ad uno: cerca di conoscerli il più possibile. Trascorri l'intervallo nei corridoi, in mezzo a loro, ogni volta che puoi. Sono solo pochi minuti, ma vedrai che differenza.

La seconda: guarda alla tua scuola come a un luogo per i corpi e non solo per gli spiriti. Le sedie rotte, le veneziane penzolanti, i muri scrostati, i gabinetti fuori uso, i neon che lampeggiano, sono altrettante morse che strozzano quel po' di piacere di studiare e di lavorare che pure molti di noi coltivano. Lo so, ben poco dipende da te. C'è la provincia che latita, quel fornitore che non rispetta le consegne, i soldi che non bastano mai. Ma ti prego, fa' del tuo meglio, pretendi, impuntati; poni un ragionevole benessere fisico come priorità assoluta. Non ha senso imbarcarsi in progetti prestigiosi quando su un intero piano non c'è un lavandino funzionante per il personale (sì, capita anche questo). I lavandini sono più importanti del POF.

La terza: rendi fluido e agevole il contatto con noi insegnanti. Lascia spesso aperta la porta della presidenza, e non farci fare interminabili anticamere. Non c'è nulla di più scoraggiante.

La quarta: sii tosto. Giusto, ed esigente. E' questo che ci aspettiamo da te.

La quinta: quando vieni a sapere che abbiamo fatto un buon lavoro, che i genitori sono soddisfatti, che i ragazzi hanno stima di noi, diccelo. Basta mezza parola, o anche meno. Sai, nessuno ci dice mai "bravo". Ma ci farebbe un gran bene. E tu - e la tua scuola - avete tutto da guadagnarci.

Buon lavoro, capo.




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