martedì 6 settembre 2011

Abbasso gli stereotipi

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"Sono nella tua piscina e sto abbattendo i tuoi stereotipi". L'immagine viene da qui.

Quali sono i più pericolosi stereotipi in agguato nella quotidianità del nostro lavoro?

In fondo uno stereotipo è una difesa istintiva: ci risparmia la fatica di elaborare un giudizio originale e personale su ogni realtà nuova che incontriamo. E quando abbiamo nove o diciotto classi, magari che cambiano ogni anno, questo ci permette ad esempio delineare mentalmente un abbozzo di ipotesi di lavoro su ogni classe, basato proprio su una serie di stereotipi: approssimativi, sì, ma talmente pratici! Infatti, se per assurdo ci rifiutassimo di usare qualsiasi stereotipo, dovremmo sospendere ogni operazione didattica in attesa di aver delineato un'analisi approfondita ed oggettiva dei nostri 450 nuovi alunni...

Il problema nasce quando gli alunni in questione cominciamo a conoscerli per davvero, ma lo stereotipo resiste e si sovrappone ai dati reali ormai in nostro possesso. Da qui nascono i guai.

Tra Natale e febbraio, tutti gli anni, cerco di dedicare un po' di tempo a scorrere i nomi dei miei studenti, riprendere in mano le schede di autopresentazione che avevo chiesto loro il primo giorno, e confrontare le prime impressioni che mi ero fatta su di loro con la conoscenza diretta acquisita nel frattempo. Ogni volta mi colpisce la percentuale di errori di valutazione che avevo commesso, appunto perché vittima di inevitabili stereotipi.

A quel punto, diventa cruciale ripensare tutta la strategia educativa e didattica delle classi, aggiornandola in base ai nuovi dati. Se non lo facessi, capiterebbe anche a me quello che ho visto accadere qualche volta agli scrutini di giugno: il collega magari bravo, ma un po' impigrito, che borbotta «questo qua l'avevo capito subito che era un lavativo, e infatti non ha combinato nulla» (classico esempio di profezia che si autoavvera!), mentre magari con te - a parità di condizioni - il ragazzo in questione ha fatto faville. Quel che fa la differenza, spesso, è proprio quel momento di revisione critica dei propri comodi stereotipi.


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