venerdì 19 novembre 2010

Se il mio stipendio venisse quintuplicato...

...sarei oltremodo felice: certo. Ma la promessa di un simile fantasmagorico aumento mi motiverebbe a lavorare meglio?

No.

Io non lavoro per i soldi. Lavoro perché mi piacciono gli adolescenti, mi piacciono le mie materie, e mi piace insegnarle. Lo stipendio, semplicemente, mi permette di lavorare: ma non è il motivo per cui lavoro, e certamente non vi è alcuna proporzionalità fra quanto mi pagano e come lavoro.

Quindi, non è certo proponendomi qualche euro in più che si otterrebbe da me un lavoro migliore. Chi lo fa, mi offende.

Io non so se lavoro male o bene... probabilmente la qualità del mio lavoro sta lì nel mezzo da qualche parte: ma certamente lavoro al meglio di cui sono capace! E lo faccio perché mi diverto, o per mostrare ai ragazzi qualcosa di bello, o semplicemente per amore. Scegliete.


Se mi pagassero un pizzichino di più, o molto di più, o esageratamente di più... lavorerei proprio come lavoro adesso, perché non so fare di meglio! Intendiamoci: con l'esperienza e lo studio, spero di imparare a lavorare meglio in futuro. Ma questo non ha nulla a che fare coi soldi.


In questo video (ci sono anche i sottotitoli in italiano) Dan Pink spiega come sia dimostrato ampiamente (min 9:12 e seguenti) che la proporzionalità fra ricompensa in denaro offerta e prestazione lavorativa ottenuta è quella attesa solo per le mansioni più elementari e materiali. Appena si passa a compiti che richiedono anche un minimo coinvolgimento dell'intelligenza, la correlazione cessa, e per i compiti più impegnativi la correlazione è talvolta invertita: a ricompensa maggiore, risultati peggiori!

State pensando quel che penso io? Già... la proposta del Ministero non è solo inutile ed urtante: rischia anche di essere controproducente!

Ma torniamo alle ricerche. Se la ricompensa materiale non funziona, cosa risulta efficace nel motivare le persone a fare un lavoro migliore? Motivazione intrinseca! (min.12:12 e seguenti) Sì, ne abbiamo tutti sentito parlare, vero? In termini generali, Pink ne elenca tre aspetti: autonomia, padronanza (mastery: io l'avrei tradotto con "competenza") e scopo (purpose, io lo tradurrei "senso"), e si sofferma a commentare il primo. A noi tocca riflettere su come questi tre fattori possano tradursi nel mondo della scuola. Qui si apre un mondo. Potrei fare altri quattordici post su questi tre punti... ma non lo farò, niente paura... per stavolta mi accontento della pars destruens.

I soldi della signora Gelmini, se anche arrivassero, produrrebbero solo acrobazie cartacee volte a dimostrare nero-su-bianco (e che ci vorrà mai? vengono in mente solo a me, così su due piedi, almeno quaranta modi diversi per dimostrarlo... senza alcuna base di realtà?) che gli alunni della scuola X hanno mediamente migliorato le loro performances del 34,87% nell'ultimo anno. Enormi balle di carta ripiene di aria fritta: le vedo già librarsi, come mongolfiere, spiccare il volo dalle sale docenti, reclamando il diritto all'obolo.

Povera scuola, poveri noi.


(foto RAWKU5)

Aggiornamento (19/11): vi segnalo l'eccellente riflessione sullo stesso tema pubblicata da Mariaserena Peterlin, carissima amica, esperta di scuola lucidissima ed appassionata:

Mi dichiaro e sono tra coloro che considerano ancora l’insegnamento una missione.

Ma proprio per questo l’estensione della logica meramente aziendalistica ad un ambiente elettivamente formativo ed educativo è inaccettabile.

Proprio per quanto sopra Gelmini e i suoi hanno scelto ancora una volta la strada peggiore.

E non solo perche hanno messo in atto una logica ottusa: alcuni insegnanti non sono bravi? E allora castighiamoli, e poiché non si seleziona, in ingresso, il personale docente in base a qualità, attitudine e meriti in ingresso allora frustriamoli e umiliamoli in itinere.

La strada scelta è la peggiore perché è irrazionale e antipragmatica.
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