domenica 10 ottobre 2010

Un contributo prezioso

La mia amica e collega Alessandra Paganardi, poetessa e insegnante di lettere, ha scritto una pregevole riflessione, prendendo spunto da un post di poche pretese che avevo pubblicato qui  e condiviso su Facebook. Si parlava di voti scolastici, studenti stressati, genitori ansiosi... Il suo commento è stato così ricco e denso che, con il suo permesso, lo pubblico qui, facendone un guest post (spero solo il primo di molti) di cui sono a dir poco lieta e orgogliosa!
La scuola superiore copre un arco molto lungo, anche senza contare le eventuali ripetenze. Si entra quasi bambini, e molti fra i maschi lo sono davvero; si esce molto diversi e naturalmente anche più autonomi, più insofferenti a regole necessariamente rigide. Fatta salva la formalità di firmarsi le giustifiche da "maggiorenni" (spesso mera legalizzazione lassista della bigiata) le regole sono esattamente le stesse a 14 anni e a quasi 20, o più. Stesse verifiche, stessi divieti, stessi ambienti spesso malsani in cui avere a malapena il tempo di andare in bagno in sei ore, stesso turnover di materie che obbliga in una sola giornata ad essere pronti su Kant, Manzoni, Shakespeare, elettromagnetismo e derivate.
Un curriculum pesantissimo, dove l'insegnante deve fare il miracolo di trasformare classi eterogenee, e con punte di grande demotivazione, in drappelli quasi omogenei, culturalmente agguerritissimi o finti tali. Ciò in vista di un esame di Stato sempre più cibernetico e delicato, da cui verrà giudicato il suo stesso lavoro, svolto in condizioni spesso ai limiti della crisi generale di nervi: e lo si vede dalla frequenza, naturalmente crescente col crescere degli impegni, di attacchi di panico, assenze strategiche, tendenze suicidarie giovanili più o meno autentiche, turnover di ambulanze a scuola, psicologi, assistenti sociali, progetti sul disagio gestiti da associazioni benefiche e sostenitori vari della gioventù. La scuola somiglia sempre più a un nosocomio psichiatrico, anzichè ad un luogo di cultura condivisa e di educazione ordinata. Dimenticavo che spesso è l'insegnante stesso a doversi improvvisare assistente sociale, a dover inseguire gli eterni studenti assenti, fatalmente rallentando i capaci e comprimendo i volonterosi. Come si può pretendere che i ragazzi mantengano alto il livello d'interesse e d'attenzione costante per cinque anni, in simili condizioni? Il gruppo classe alle superiori, ad esempio, ha un'importanza addirittura esagerata; da esso dipende direttamente il rendimento e la serenità di molti, tanto che l'insegnante è spesso costretto a sospendere la didattica per sedare le tensioni che si generano in classe (io dico sempre loro che una classe è come una cordata di montagna: ci vuole il primo di cordata, ma bisogna procedere tutti ad un passo non troppo distante, per non compromettere l'escursione). Ma a ben guardare,come potrebbero non generarsi tensioni, in un ambiente tanto innaturalmente claustrofobico? Ebbene, il gruppo classe, all'università, non esiste semplicemente più; il ragazzo, soprattutto se non ha avuto la fortuna di avere alle spalle una famiglia culturalmente ed educativamente cosciente, che l'abbia sostenuto e aiutato a capire la realtà attorno a lui, invece di spingerlo a uno sterile successo docimologico che gli servirà a ben poco, ha la precisa sensazione di aver buttato via almeno cinque anni imparando regole, nozioni e strategie inutili. Possibile che non ci sia una forma di transizione, e di adattamento guidato, un po' più intelligente, dall'adolescenza all'età adulta? O vorremo continuare a raccontarci la frottola dell'adolescenza prolungata, frottola che può far per certi versi comodo a noi adulti, ma che poi consegna al Paese parecchi trentenni imbelli e, forse anche per questo, irrimediabilmente disoccupati?
(foto di davidsilver)
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