mercoledì 3 marzo 2010

I pranzi della prof

Spesso il mio pranzo dei giorni feriali consiste in un pacchetto di crackers o arachidi salate della macchinetta, o un panino della sera prima, trangugiati in sala docenti o alla fermata della filovia.

Quando ho qualche minuto in più, tuttavia, assieme ad una maggiore indulgenza verso i piaceri della vita, vado in uno di quei tanti ristoranti, gestiti da cinesi, dove si mangia cibo buono, caldo e tanto, servito con sorrisi e sollecitudine a prezzi assai modici.


C'è il posto frequentato da prof precari e muratori polacchi, quello preferito di prof precari e meccanici africani, il ritrovo di prof precari e fattorini sudamericani, o il posto prediletto da prof precari e colf filippine, o quell'altro pieno di prof precari e badanti slave.

Mentre aspetto il riso cantonese o la mia pizza guardo gli "stranieri", con discrezione mista a curiosità, ed ascolto brandelli di conversazione (anche non sapendo una parola di filippino o moldavo, riesco sempre ad intuire di che cosa parlano, e soprattutto con che animo).

Ogni volta questo studio di sottecchi mi suscita un'ondata nuova di ammirazione e rispetto, intravedendo la fatica, la dignità, il sacrificio e la nobiltà d'animo che accompagna il gagliardo appetito con cui ripuliscono i piatti, con il contorno del dolore per le famiglie lontane, i sogni sempre più sbiaditi, le tante piccole vessazioni quotidiane.

Ed ogni volta mi sento sollecitata ad esaminarmi. Il mio lavoro è duro, intenso, esigente quanto il loro? Utile, prezioso, ancorché misconosciuto, come il loro? Sto anch'io dando il massimo? Ho davvero meritato quel piatto di carne e verdure, così come essi con tutta evidenza si sono meritati il loro?
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