venerdì 20 marzo 2009

Un altro modo di fare scuola

Ruth by miiaoskablennata
Ruth a photo by miiaoskablennata on Flickr.
Nella scuola in cui lavoro, ho una collega che insegna come vorrei insegnare io.

Non c'è solo lei, beninteso: in quasi tutti i colleghi di tutte le scuole vedo qualcosa che vorrei saper fare - meglio, saper essere - anch'io.

Ma questa è... beh... Mi è capitato di sentirle raccontare una recente esperienza scolastica e non ho resistito: le ho chiesto, e lei ha accettato, di riportarla qui. Grazie, V.
Lunedì mattina. Ora di supplenza in una classe che non conosco: la IV C. Solitamente vige il tacito accordo tra alunni e professori di non disturbarsi a vicenda. Io non ci sto, e provo a non buttar via l’ora.


Primo approccio: chiamo l’appello per conoscerli. Poi, siccome sapevo che la classe aveva partecipato allo stage previsto dal loro indirizzo (sociopsicopedagogico), domando se avessero rintracciato un collegamento tra il loro tirocinio e le materie studiate. “Certo prof.!” – mi rispondono – “con Pedagogia e Psicologia.” “E con il Latino?” – ribatto io, che nell’immaginario comune insegno una lingua morta (?!). “Ma con il Latino non c’è nessun collegamento, è ovvio.”


“Non è vero” – dico. “Per esempio nel vostro piano di studio c’è un certo Quintiliano che di sociopsicopedagogico se ne intendeva, senza conoscere la parolona. Sapete che Quintiliano parla della figura del maestro in modo rivoluzionario per i suoi tempi? Maestro è infatti colui che educa con l’esempio, con la sua vita e non con la bacchetta. Certo per educare con la vita – dico quasi a me stessa – deve essere contento di vivere, non come quelli (prof. e alunni) che aspettano il Sabato per evadere dalla prigione-scuola e divertirsi.”


“Ma prof, è giusto divertirsi, abbiamo diciassette anni!”. Li ho provocati: il Sabato sera è sacro! Allora chiedo cosa vuol dire divertirsi. Risposta: “ divertirsi è divertirsi”, la tautologia è l’unica cosa che siamo riusciti a insegnare nella scuola italiana. Riprendo: “Quello che fate il fine-settimana vi aiuta a sostenere poi la fatica a scuola, vi dà gusto nello studiare?” Uno risponde: “Se tu fai il tuo dovere durante la settimana scolastica, dopo hai il diritto di fare quello che vuoi, ti puoi sballare” (vedi dove si va a ficcare il diritto!).


Provo a dire: “Qui stiamo parlando di qualche cosa di più di un dovere, anche perché, onestamente, ditemi se il peso dello studio si possa reggere sul dovere di farlo. Anche se in vista c’è la carota-sballo del Sabato sera. Quello che vivo, se vero e bello, mi fa felice il Sabato e mi fa felice quando lavoro.”


E domando: “Ma voi siete felici a scuola?“ “Che domande prof ?!” – si indigna una. Un’altra: “Io sono felice solo quando suona la campana delle 14.00”. Mi verrebbe da dire: bruciamo la scuola se non rende i nostri ragazzi felici, ma evito di dare suggerimenti… mi limito a dire che dovrebbero chiederla questa felicità, ai prof, e cercarla in quello che studiano.


E un altro: “La scuola è tutto tranne il luogo in cui posso porre questa domanda”. Il più ribelle ammette candidamente: “Certo noi abbiamo un atteggiamento negativo nei confronti della scuola, ma i prof rispondono a colpi di nozioni. La scuola ci informa, ci istruisce ma non c’entra con la nostra vita”. Come i cani insomma… che vengono addestrati, non educati!


Non mi arrendo. Ribadisco loro che devono chiedere che i prof spieghino qualche cosa di bello, di buono, di vero per la vita, perché dico: “Se fosse l’ultimo vostro giorno, cosa avreste ricavato di buono dalla lezione di Italiano, piuttosto che di Latino ?” Prima che suoni la campana, li invito a venirmi a trovare in una mia classe: esiste un altro modo di studiare e di stare a scuola.


Venerdì mattina. Un chiasso infernale nel corridoio. Sotto gli occhi allibiti della bidella, quelli della IV C, ancora senza prof., trascinano le sedie nella mia classe. Sto spiegando casualmente la conversione dell’Innominato. Partendo dal racconto manzoniano, parliamo di soddisfazione e delusione, di vita e di morte, di bene e di male, di convertirsi e divertirsi. Insomma di tutto il bello, il buono e il vero che riusciamo a ricavare dalla lettura e spiegazione dei "Promessi sposi". Quelli della IVC seguono e partecipano come i miei alunni. Alla fine il più ribelle, faccia da centro sociale, viene e mi dice: “E’ tutto vero quello che ci ha detto. Ci si vede, prof!”


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