martedì 24 marzo 2009

Questi ragazzi

Copio qui uno stralcio di una lettera che ho scritto a una collega non più giovanissima, ma estremamente vivace ed attiva (anche) culturalmente e didatticamente, durante uno scambio di idee su cosa accade, quando da parte del docente c'è impegno solidamente educativo e culturalmente alto, ma i risultati almeno in apparenza sono scarsi.
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Power Under Control by DetxU_9One
Power Under Control a photo by DetxU_9One on Flickr.
Fra i ragazzi di qualche anno fa e questi di oggi c'è una caduta di quella che in inglese si chiama literacy, che più che cultura, significa una disponibilità alla cultura, un'apertura mentale, una capacità di intuire e di aspettarmi che nella cultura vi sia qualcosa di interessante prima ancora di trovarlo. Curiositas, studium, forse. E' molto rara nei ragazzi di oggi.

Da qui la necessità di sorprenderli costantemente, di fare appello continuamente alla sfera emozionale, di coccolarli, di farli divertire... altrimenti non ti seguono, perchè sono radicalmente scettici sulla cultura.

Sono come ... delusi a priori. Ne ho trovati tanti, in questi anni, che a quattordici-quindici anni mi dicono: "io so già tutto quello che mi può servire nella vita, perciò quello che si fa qui a scuola non mi interessa". Parole da ottantenni! Questo ai nostri tempi sarebbe stato inconcepibile. Nè tu nè io a quindici anni ci saremmo mai sognate di dire una cosa del genere. Per noi la vita, la cultura, i libri, la realtà erano dense di promesse, di sorprese, di scoperte, di cose belle che aspettavano solo che noi le conquistassimo.

A noi le scoperte culturali emozionavano - ed emozionano - di per sè. A loro invece no, o rarissimamente, perchè sono condizionati negativamente a priori da una classica "profezia che si auto-avvera": si aspettano che la scuola sia "una palla", che nulla li possa stupire, quindi tendono a rilevare di più la noia, le delusioni, l'aridità dello studio, che non le belle scoperte che lo studio può riservare.

Sai com'è: io cerco ciò che spero di trovare. Se non spero nulla, semplicemente non cerco.

Ora, il punto dolente è che forse a quindici anni i giochi sono fatti, da questo punto di vista. Non li recuperi più. O molto difficilmente. Appunto facendo leva sulle facoltà residue (in pratica, sull'emotività: di quella, l'adolescenza gliene fornisce a chili).

Credo che sia una conseguenza della tremenda fatica e/o distrazione che i loro genitori hanno vissuto quando loro erano molto piccoli. Credo che questa speranza di poter scoprire qualcosa di bello nella cultura si debba imparare da piccoli, per osmosi, dai propri genitori. Ma se i genitori ti mollano costantemente a nonni stanchi, educatrici di nido/asilo annoiate, babysitters improvvisate, questa cosa semplicemente non te la trasmette nessuno. Cresci convinto che le emozioni possano venire soltanto dall'interazione con gli amici (per le femmine; per i maschi, dal gioco) e dalla televisione (e dintorni), ma non certo dalle cose della scuola e della cultura.

gimme five! by andrè t.
gimme five! a photo by andrè t. on Flickr.
Se nessuno si è mai messo accanto a te da piccolo a raccontarti una fiaba, con le giuste pause e gli occhioni e le diverse voci e l'emozione dei buoni e dei cattivi e di come andrà a finire, che t'importa - più tardi - dell'epica? della storia? della poesia? che c'entrano con la tua vita?

Se quando eri piccolo nessuno ha "perso" ore con te a sfogliare libri illustrati, a farti domande e rispondere alle infinite tue, poi - più tardi - dei libri non saprai che fartene.

Allo stesso modo, se da piccolo non hai fatto le bolle di sapone, non hai piantato i semi di mandarino nei vasi del balcone, non hai giocato con le cornine delle chiocciole o coi pulcini o le lucertole, da grande non t'importerà niente delle scienze. Se da piccolo non hai fatto i tuffi, se non ti sei sbucciato le ginocchia sui pattini a rotelle, se non hai provato a fare la ruota su un prato, poi da grande non avrai voglia di fare sport, e a educazione fisica sarai un ferro da stiro. E così via, una materia dopo l'altra.

Sono convinta di tutto questo perchè mi sembra l'unica maniera di spiegare la misteriosa ottusità che pervade l'attuale giovane generazione, e guarda caso, esattamente alla stessa maniera in tutto il mondo occidentale (seguo un sacco di blog americani, inglesi ecc. e lamentano tutti esattamente la stessa cosa).

Una delle conseguenze di cui credo si debba tener conto è, ad esempio, che con questi ragazzi funziona meglio (lo dico ancora una volta all'americana, vedi quante arie che mi dò) l'approccio pull anzichè push. Tirare anzichè spingere. Tradotto: non offrire nulla che non sia stato prima in qualche modo "chiesto". L'abilità è quella di suscitare la domanda, il bisogno, la richiesta.

Stranger #7 by danny st.
Stranger #7 a photo by danny st. on Flickr.
L'altro giorno ho assistito all'intervento di un esperto che parlava di imprese no profit, invitato da una collega. Si rivolgeva a ragazzi di terza, quarta e quinta. Lui era bravissimo e diceva cose interessantissime... ma ai ragazzi non gliene importava un fico secco: morivano di noia. Perchè? Perchè si vedeva lontano un miglio che quell'intervento non l'avevano certo chiesto loro: gli era piovuto in testa. Da quella cosa non si aspettavano nulla. Quindi non potevano ricevere nulla. E' un esempio perfetto dell'approccio push: io spingo, ficco, immetto a forza nella vita dei ragazzi un elemento che ritengo li "debba" interessare. Ma manca la condizione dell'attesa, del bisogno: quindi quell'elemento risulta loro estraneo. E sterile.

L'approccio pull è quello che (molto abilmente... quando ci si riesce!!!) li attira, li provoca, li smuove e li induce ad andare, loro, attivamente, verso la fonte dell'apporto culturalmente significativo. Allora quello servirà, perchè risponde a un'attesa, a una domanda che viene da loro.
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