martedì 29 dicembre 2009

Perché, dopo tutto?...

Dal commento di Giuliana Lo Giudice a Chiudiamo le scuole, una provocatoria pagina di Papini riproposta da Silverio Carugo:
Se un uomo ibernato nell'800 si risvegliasse con il disgelo di una delle recenti estati torride e si trovasse a girare in una delle città di oggi resterebbe allibito da tante novità: elettricità, mezzi di trasporto, aerei nel cielo, gente che comunica alla velocità della luce, da lontano e senza piccioni viaggiatori, cibi che cuociono senza fuoco. Si rifugerebbe allora in una scuola, entrando troverebbe il bidello, che conosce bene, e ancor più tranquillizzato siederebbe su una piccola sedia davanti ad un piccolo banco a rimirare una lavagna di ardesia su cui i gessi polverosi hanno scritto le stesse cose che ricorda lui. Ah, finalmente un sano ambiente mummificato!

domenica 15 novembre 2009

Adolescenza

Immaturità, dal blog di Prof 2.0:
La quasi totalità delle incomprensioni con gli adolescenti deriva dalla dimenticanza.
Dimentichiamo che le risposte raggiunte da adulti sono un risultato: il risultato di un processo che ha avuto inizio proprio nell'età di chi ci sta di fronte. E chissà quanta vita, dolore e lotta per raggiungere quel risultato. Poi però quando abbiamo le risposte, paradossalmente dimentichiamo tutta questa vita, dolore e lotta. 
Come uno che dimenticasse il sudore, l'acqua e il lavoro richiesti, perché l'albero che ha piantato anni prima producesse la mela che sta addentando adesso. 
Chi ci sta di fronte allora diventa stupido. 
Ma non è più stupido dire al seme contenuto nella mela che stiamo mangiando: 'Sei un immaturo!'? 
La verità è una storia, non un'istantanea. 
Educare è ricordare.

portrait #4249 by digital.rowdy
portrait #4249 a photo by digital.rowdy on Flickr.

sabato 14 novembre 2009

Siamo un condominio equosolidale.

Breve, chiaro e divertente l’articolo di Telmo Pievani (Università di Milano Bicocca) riguardante l’endosimbiosi.

TEM of L-form bacteria-Mark Leaver Newcastle UniversityL’endosimbiosi è un’associazione per la vita: consiste nell’incorporare un altro organismo e trasformarlo in un modulo funzionale specializzato, con reciproca soddisfazione; oppure essere parassitati da un predatore interno e trovare una soluzione di compromesso al conflitto fra i suoi interessi e quelli dell’ospite.
Il dibattito sull'endosimbiosi risale agli anni settanta quando fu avanzata l'ipotesi che l'origine degli eucarioti (piante e animali compresi noi) fosse dipesa dall'incorporazione di mitocondri (organuli cellulari che producono energia) e cloroplasti (organuli cellulari fondamentali per la fotosintesi delle piante) e dalla loro trasformazione in organelli stabilmente presenti nelle cellule e indispensabili per la loro e la nostra vita.
I simbionti interni sono in grado di trasformare profondamente le proprietà metaboliche, strutturali e riproduttive dei loro ospiti con i quali ingaggiano una stretta coevoluzione. Esistono endosimbionti dentro altri endosimbionti. Siamo come delle matrioske: microbi dentro microbi dentro microbi!
Le cellule attuali non esisterebbero se non avessero fagocitato, in tempi lontanissimi, microbi rivelatisi molto utili e poi indispensabili.
E’ anche stata annunciata la scoperta di evidenze di endosimbiosi già in alcuni procarioti. Alcuni semplicissimi microrganismi unendosi avrebbero dato origine agli antenati degli attuali mitocondri stessi e dei primi fotosintetizzatori. Queste microassociazioni hanno dettato i vincoli fondamentali della successiva evoluzione delle forme di vita cosiddette “complesse”, compresa la nostra.
L’articolo ci definisce “un condominio equosolidale”!
In pratica, tra le tante strategie evolutive, la natura procede anche per “coabitazione” e “integrazione”, ma non è detto che il livello di organizzazione superiore si sia emancipato dai sistemi di livello inferiore.
Se gli animali “superiori” scomparissero dal pianeta, questo sterminato tappeto di microrganismi in competizione e coevoluzione fra loro sopravviverebbe serenamente. Viceversa, senza il brulicante “microbioma” interno, noi non digeriremmo un solo boccone!

sabato 7 novembre 2009

Un fine settimana di novembre...



... Ecco, è esattamente così che mi sento. Overworked.

Ma va bene così :)

(La foto viene da qui)

mercoledì 29 luglio 2009

Il test della cadrega

Mio papà era palermitano e mia mamma pavese. Dunque inevitabilmente a casa mia, quand'ero piccola, si parlava italiano. Ho vissuto a Palermo, Pavia, Varese, Milano, senza mai riuscire ad imparare i dialetti locali. Quindi, con buona pace di laurea, dottorato, esame di stato, abilitazione, titoli vari nonché quindici anni d'esperienza ...come prof, sono rovinata.

Poi si dice i comici. I comici sono profeti, altro che. Il test è al minuto 4:22.

lunedì 29 giugno 2009

La scuola degli altri: Kenia



Africa - Kenya: aumenti del 67% per gli stipendi degli insegnanti, di Riccardo Barlaam - Da luglio gli insegnanti delle scuole in Kenya avranno in busta paga un aumento fino al 67 per cento della loro retribuzione. Diventa così effettivo un accordo tra lo governo e il sindacato degli insegnanti, siglato a gennaio. Quell'accordo, che prevede un aumento compreso tra i 1.426 e i 30.112 scellini (da 13 a 279 euro), mise fine a uno sciopero di undici giorni. Secondo il segretario della Teacher Service Commission, lo stipendio di un insegnante passerà da circa 45.000 scellini al mese (416 euro) a poco più di 75.000 (694 euro). L'accordo prevede anche coperture per l'assistenza medica e agevolazioni per i pendolari.
[foto Flickr]


domenica 31 maggio 2009

Pagare gli insegnanti in base ai risultati?

Un ottimo video di Dan Willingham, segnalato da Scenes from the Battleground, dimostra perchè sia impraticabile la proposta di correlare la retribuzione degli insegnanti ai risultati raggiunti.

Ecco le ragioni principali, ben argomentate nel video (in inglese):
  1. dati mancanti (per gli abbandoni in corso d'anno) portano a risultati alterati, poichè tendono a ridurre il peso del segmento più fragile degli alunni; 
  2. poichè vi è correlazione fra risultati all'inizio dell'anno e a fine anno di ogni segmento di studenti, le differenze nei risultati non sono statisticamente affidabili;
  3. i miglioramenti misurati in una classe potrebbero non essere equivalenti a quelli registrati in un'altra;
  4. le circostanze (la collaborazione dei dirigenti, dei genitori ecc.) possono influenzare fortemente i risultati ottenuti da ogni insegnante;
  5. similmente, gruppi-classe diversi possono influenzare i risultati, a parità di abilità e impegno degli insegnanti;
  6. non è corretto indurre gli insegnanti a puntare esclusivamente a risultati a breve termine.

venerdì 29 maggio 2009

C'è, e sta crescendo


Prof 2.0: La scuola che non si vede
C'è una scuola che cresce e non si vede. La scuola che tutti vogliono: genitori, professori, alunni. Una scuola senza ideologia, violenza e scandali. Una scuola fatta di persone al servizio e in collaborazione con altre persone. Una scuola che non si vede in tv e sui giornali. Perché si sa lì non si parla della realtà...
Ma quella scuola c'è. Io la vedo crescere.

[foto Anissat]

giovedì 28 maggio 2009

Macchè motivazione

Motivazione? Passione? Incentivi?
Tutte sciocchezze!
Esiste un modo molto più semplice per "convincere" i ragazzi a studiare.
Ecco a voi lo StudyBall! un marchingegno di commovente semplicità:
I genitori preoccupati (che il figlio non studi abbastanza, ndt) regolano lo Study Ball sull'orario di studio desiderato e lo attaccano alla caviglia del figlio.
Un display luninoso mostra il "tempo di studio rimanente", e il meccanismo emette un bip e si sblocca quando il tempo è scaduto.
L'oggetto di stile carcerario pesa 9.5 kg, rendendo difficili i movimenti di chi lo indossa.
Non può essere chiuso per più di quattro ore, e viene fornito con una chiave di sicurezza che permette di aprire la cavigliera in qualsiasi momento.
La ball and chain costa 75 sterline ed è in vendita online su... (url omesso per obiezione di coscienza, ndt).
Il sito web recita: "Spesso, gli studenti che fanno fatica a concentrarsi tendono ad alzarsi dalla scrivania ogni dieci minuti per guardare la TV, parlare al telefono, prendere qualcosa in frigorifero, e tante altre distrazioni.
"Se dedicassero tutto questo tempo allo studio, ottimizzerebbero le proprie prestazioni e avrebbero più tempo libero... Study Ball ti aiuta a studiare di più e in modo più efficiente."
(Trovato qui.)

mercoledì 27 maggio 2009

L'importanza di raccontare

Epidemia dislettica? di Luca De Biase - Al convegno Fast di ieri sui "nati digitali" una una professoressa ha denunciato un aumento dei casi di dislessia e problemi seri di attenzione nei bambini, iperstimolati, incapaci di stare più di un
Children at the World Storytelling Day Event
minuto su un punto, per mancanza di concentrazione. Si domandava se questo fosse legato anche all'uso intensivo dei media sociali e del computer in generale.

In un'intervista, Remo Bodei ha detto che la memoria cambia al tempo del computer e di internet: in questo tempo tutto il sapere è accessibile contemporaneamente. Sembra che non occorra ricordare ma solo saper consultare. Il tempo si trasforma in una sorta di iperpresente nel quale c'è una minore esperienza della prospettiva.

In effetti, la rete ha una memoria enorme. Ma si manifesta nella registrazione delle conversazioni che nell'atto di conversare. Eppure, come dice Jeff Hawkins, il nostro cervello funziona imparando storie. Successioni di fatti.

L'unica risposta, immediata, è salvaguardare e praticare il resoconto dei fatti, il racconto di storie, la ricerca della storia.
E personalmente aggiungerei: cominciando molto, molto presto.

[Sullo stesso argomento, più o meno: How storytelling shaped humanity, di Kate Douglas, New Scientist.]
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martedì 26 maggio 2009

La scuola degli altri: Uzbekistan

UZBEKISTAN Per i bambini uzbeki i compiti a casa sono produrre cotone - Asia News - Tashkent - Strano compito a casa per i bambini delle scuole uzbeke della provincia di Ferghana. Gli insegnanti hanno insegnato loro come produrre con la carta delle capsule che contengono il seme del cotone. A casa ne devono fare 200 a testa e poi consegnarle in classe.
È l’ultima trovata del governo di Tashkent per utilizzare i minori nell’industria del cotone che costituisce il principale prodotto di esportazione del Paese. Nei mesi della raccolta, da settembre sino a dicembre, scuole ed università restano chiuse perché bambini e ragazzi vengono impiegati nei campi.
Lo scorso anno alcuni dei principali gruppi occidentali della grande distribuzione hanno boicottato i prodotti contenenti cotone uzbeko. Colossi come Wal Mart e Marks & Spencer hanno cercato così di protestare contro lo sfruttamento dei minori nelle piantagioni. Ma le piogge ed il maltempo hanno rovinato i campi di cotone ed il governo di Tashkent è tornato a permettere l’uso della manodopera dei bambini per far fronte all’emergenza in risposta alle pressioni dei coltivatori.
Il Paese vieta di per sé il lavoro minorile, ma l’industria del cotone in Uzbeksitan, che è di proprietà statale, è portata avanti con modelli di lavorazione artigianale che richiedono un elevato impiego di manovalanza. I bambini hanno dei costi molto inferiori agli adulti che in media ricevono tra i 6 e i 7 dollari al giorno.
Karim Bozorboev, attivista per i diritti umani nella provincia di Sirdaryo, afferma che le autorità dichiarano alla comunità internazionale di voler combattere lo sfruttamento del lavoro minorile, ma poi nei fatti lo permettono o addirittura lo appoggiano. Afferma Bozorboev: “Durante la stagione della raccolta del 2008 abbiamo ricevuto informazioni che un rappresentante del governo provinciale, incaricato delle politiche agricole, ha detto alla gente che ‘se non avessero mandato i loro bambini nei campi, sarebbero stati dichiarati nemici della nazione’”.
[foto Flickr]

mercoledì 20 maggio 2009

Fra cent'anni

Detto cinese:
Pensi all'anno prossimo? Semina semi.
Pensi ai prossimi dieci anni? Pianta alberi.
Pensi ai prossimi cent'anni? Educa le persone.
Ecco perchè (fra l'altro) si dà così poca importanza alla scuola, nel nostro paese. Sono ben pochi quelli che guardano al futuro.

(lo spunto viene da qui. Foto cdw0107)

sabato 16 maggio 2009

La scuola degli altri: Corea del Sud

COREA DEL SUD Basta coi libri, Seoul dà il via alla “scuola digitale” - Asia News
(di Theresa Kim Hwa-young) - Il ministero dell’Educazione annuncia che dal prossimo anno entrerà in vigore un piano di digitalizzazione dei testi e degli altri strumenti didattici. Dal 2013, sarà adottato in tutte le scuole del Paese.

Seoul (AsiaNews) – Il governo sudcoreano ha definito “obsoleto” il vecchio metodo scolastico “che usa carta e inchiostro” ed ha lanciato un programma di “digitalizzazione” dell’istruzione, che inizierà il prossimo anno per divenire effettivo al 100%” nel 2013. Ieri, il ministero dell’Educazione ha reso noto che dal prossimo anno inizierà a fornire le scuole di materiale tecnologico, soprattutto libri di testo digitali, che riuniscono il libro, i dizionari ed altri strumenti didattici.

Secondo un funzionario del dicastero, lo scopo è quello di rendere il metodo attivo in tutte le scuole del Paese, comprese le elementari e le medie. Per raggiungere l’obiettivo, il ministero ha creato un gruppo di lavoro che comprende i propri tecnici e quelli di altri dicasteri, fra cui Scienza e finanze ed Economia.

Kim Shin-il, ministro dell’Educazione, ha spiegato in conferenza stampa che “alla base di tutto il programma c’è il desiderio di cambiare il volto della scuola in una società che muta con rapidità. I contenuti dei libri di testo devono essere sempre aggiornati, ed usare materiale digitale è molto più rapido che ricorrere alla stampa”. Per facilitare la consultazione dei testi digitali, verrà creato un terminale di condivisione che sarà distribuito gratuitamente agli studenti. Grazie ad esso, saranno visibili testi ed appunti da ogni computer collegato ad internet.

Il piano prevede l’adozione graduale dei nuovi strumenti didattici. Il prossimo anno essi saranno provati in alcuni istituti sperimentali, mentre dal 2008 al 2011 verranno varati in oltre 100 scuole. Dal 2013, saranno adottati in tutte le scuole del Paese.
[foto Flickr]

venerdì 15 maggio 2009

La scuola degli altri: Tagikistan

TAGIKISTAN Tagikistan: crisi della scuola, ferma al modello sovietico - da Asia News
Pochi insegnanti e malpagati. Il 35% della popolazione ha meno di 15 anni, ma rischia di crescere senza adeguata istruzione, compromettendo il futuro loro e del Paese.

Dushanbe (AsiaNews/Agenzie) - È in crisi la pubblica istruzione del Tagikistan. L’insufficiente numero di insegnanti e il loro scarso aggiornamento rischiano di far crescere una generazione di studenti poco preparati e incapaci a trovare buone occupazioni.

Secondo i dati del governo Usa, il 35% della popolazione ha meno di 15 anni. Ma c’è una tale penuria di docenti che nella scuola elementare sono frequenti classi con 40 o anche 50 scolari. In alcune zone gli studenti debbono dividersi in due o tre turni e ogni classe ha lezione per non più di due ore e mezza al giorno.

Gli insegnanti si lamentano che gli stipendi sono bassi (arrivano al massimo a 52 dollari al mese) e che spesso sono inviati in villaggi lontani da dove risiedono. Per cui le persone più qualificate in genere optano per altre professioni. Lo scorso mese Abduiabbor Rahmonov, ministro dell’Istruzione, ha rilevato che 4.700 studenti universitari si erano impegnati a fare gli insegnanti per almeno tre anni, dopo la laurea. In cambio sono stati esentati da tasse e spese. Ma di loro solo 3.158 si sono presentati.

Il governo ha perfino mandato almeno 500 studenti delle scuole superiori a insegnare nelle scuole elementari in zone remote, pagando loro “indennizzi” superiori a 20 dollari al mese.

Analisti criticano questa scelta e osservano che insegnanti inesperti e giovani possono al massimo riuscire a tener buona una classe di 40 e più bambini, ma non insegnare loro davvero qualcosa. Il rischio è che questi scolari crescano senza imparare nulla. Esperti osservano che il problema è anche politico e organizzativo. Dicono che i programmi scolastici sono in parte ancora ispirati al modello ex sovietico, con grande enfasi sull’ideologia e sul nozionismo, ma meno attenti a matematica, letteratura e scienze.

D'altronde il Paese, povero di energia e di materie prime, ha grandi problemi economici e molti lavoratori migrano in Russia. Il sistema educativo appare dover essere in gran parte ricostruito.
[foto Flickr]

mercoledì 13 maggio 2009

Impronte digitali

(traduzione mia)
Footsteps da Betchablog, di Chris

Se non scrivi un blog, ai nostri giorni, sei svantaggiato?

Immagino che nel prossimo futuro (se non è già così) le nostre "impronte digitali" avranno un peso ben maggiore di qualsiasi cosa che possiamo scrivere in un curriculum vitae.

Forse non è (ancora) così rilevante, nel settore della pubblica istruzione in cui i criteri per essere assunti non sono sempre e completamente meritocratici [n.d.r.: in Italia, poi... per niente!], ma nel settore privato vi è già una netta consapevolezza del fatto che le "impronte digitali" lasciate da una persona sono un modo per misurare il suo impegno, la sua passione e le conoscenze che ha del campo professionale in cui opera.

Potrebbe non accadere tanto presto nel settore pubblico (...) ma nel resto del mondo del lavoro, dove le persone sono assunte, promosse e incentivate per il reale contriibuto che sono in grado di dare e non semplicemente per l'anzianità di servizio, la possibilità di farsi un'idea su un individuo attraverso la traccia di idee che ha lasciato nella sua attività online giocherà un ruolo crescente.

Sono certo che praticamente tutti i datori di lavoro hanno cercato su Google il nome di ogni candidato prima di un colloquio. Molti nel settore privato (non parlo solo dell'istruzione) ricevono offerte di lavoro grazie alla qualità della loro presenza negli spazi online.

Un blog, un account Twitter, perfino un profilo Facebook... non sono soltanto luoghi in cui raccontare cose che non interessano a nessun altro... sono in effetti la costruzione di un "marchio personale", come si direbbe nel marketing. Qualcuno potrebbe giudicare tutto questo come pretenzioso, e potrebbe volere restarne fuori. Il fatto è, però, che il personaggio e il tipo di presenza che ciascuno di noi costruisce attraverso la propria attività in rete gioca un ruolo sempre più importante nel definire chi siamo (o almeno chi sembriamo).

Purtroppo, anche il fatto di non avere una presenza in rete dice molto su di noi. Se avessi l'incarico di formare lo staff di una scuola con la passione per l'insegnamento come criterio, e avessi carta bianca su chi assumere, sarei molto riluttante ad assumere qualcuno che non sia presente online in alcun modo. Se non trovassi traccia di una sua partecipazione ad una community in rete, del suo coinvolgimento in progetti online, di contributi alla discussione globale sull'educazione, avrei forti dubbi che questa persona possa essere adatta per la scuola che vorrei costruire.

Questa è una delle ragioni per cui non dobbiamo proibire ai nostri ragazzi l'accesso a risorse di rete... La domanda non è se lasceranno un'"impronta digitale"... la lasceranno di certo. La questione è se questa traccia dirà cose positive su di loro, o darà di loro un ritratto negativo. Abbiamo una possibilità unica di fornire ai nostri studenti la capacità di lasciare una traccia personale che dica chi sono, cosa sanno fare, quali sono le loro passioni; ma se non insegniamo loro come fare in modo che la traccia sia positiva, l'effetto potrebbe essere l'opposto.

E se noi stessi non comprendiamo e non ci impegniamo attivamente in questo processo, non saremo in grado di aiutare i nostri studenti a trarne il massimo vantaggio.

giovedì 7 maggio 2009

Bullismo e psicosi nell'adolescenza

Bambini vittime di bullismo a rischio di sviluppare sintomi psicotici - Ricercatori nel Regno Unito e in Australia hanno scoperto che i bambini che a scuola sono costantemente e pesantemente vittime di bullismo, hanno quattro volte di più la probabilità di sviluppare sintomi simili alle psicosi (come allucinazioni, manie e locuzione confusa) nella prima adolescenza, e il doppio delle probabilità di sviluppare sintomi psicotici in quella fase della vita, rispetto ai bambini che non sono vittime di bullismo. I risultati dello studio sono pubblicati sulla rivista Archives of General Psychiatry.
Leggi il resto dell'articolo qui.

mercoledì 6 maggio 2009

Se 35 tentativi vi sembrano pochi

Il Sussidiario.net :: SCUOLA/ Sui dati disastrosi del I quadrimestre, il naufragio del nostro sistema educativo - Dal dopoguerra al 2001 erano arrivati al numero di 34 i tentativi falliti di riforma della scuola. Ora è chiaro che vi si deve aggiungere anche la messa in frigidaire della Legge 53 del 2003, la Riforma Moratti. Spinta da Fioroni sul binario morto, là è stata lasciata dal Ministro Gelmini. E siamo a 35! Intanto interessanti ricerche indicano che una consistente minoranza di docenti incomincia a condividere e a chiedere politiche di innovazione. L’ultima, commissionata a Nomisma dall’ANP, rivela che il 25% dei docenti è persino favorevole alla chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole. Su altre linee di innovazione, per es. la valutazione, le carriere ecc..., le percentuali salgono. Ai docenti e agli operatori a vario titolo che si occupano di politiche della scuola non sfugge ormai che il crinale politico-culturale nella scuola tra conservazione e innovazione non coincide più con quello che separa i campi della politica tra centro, sinistra e destra. Detto in altro modo: il blocco conservatore recluta in tutti i campi così come quello innovatore. Prenderne atto non invita a praticare un ecumenismo furbesco-centrista. Spinge semmai ad una domanda più radicale, forse disperata, di sicuro liberatoria: è ancora possibile riformare il modello vigente di sistema educativo nazionale? La risposta è no.
Leggi il resto dell'interessante articolo di Giovanni Cominelli qui.

giovedì 30 aprile 2009

In mancanza di speranze condivise


da: I nostri figli senza maestri - Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera - Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise. Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani. Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo molto meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto...
Si può trovare qui il resto del coraggioso articolo.

Cosa ne pensate? Lo "spietato" ritratto dipinto da Isabella Rossi Fedrigotti coincide con ciò che incontrate giorno per giorno in classe? E cosa c'entra tutto ciò col nostro mestiere?

Se c'è in loro questa noia e questa disperazione, come possiamo far finta di nulla e continuare a insegnare nello stesso modo, "per mercoledì fate gli esercizi a pagina ventiquattro, numeri dall'otto al diciassette, guardate che controllo i quaderni"?

(foto Flickr)
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giovedì 23 aprile 2009

Quando gli insegnanti amano la scienza...

Denkmal Huldrych Zwinglis in Zürich vor der Wa...Image via Wikipedia
...la amano anche i loro allievi!
da CORDIS Notiziario -  Avete mai ritenuto responsabili i vostri insegnanti del fatto che odiate la scienza? Se sì, non siete gli unici. Una nuova ricerca rivela che il sempre più esiguo numero di studenti europei che scelgono gli studi scientifici è influenzato da come la scuola e gli insegnanti formano il loro atteggiamento. I risultati della ricerca sono stati applicati nel progetto POLLEN ("Pollen seed cities for science, a community approach for a sustainable growth of science education in Europe"), finanziato dall'UE, nell'ambito del Sesto programma quadro (6°PQ) con ben 1,75 milioni di euro.

Con la guida della professoressa Tina Jarvis della School of Education presso l'università di Leicester nel Regno Unito, lo studio ha esaminato come si svilppano i concetti di scienza e tecnologia nella mente dei bambini.

L'Azione di supporto specifico (Specific Support Action) ha tentato di sviluppare un modello per il rinnovo dell'istruzione scientifica nella scuola primaria, secondo un approccio sperimentale basato sull'indagine già attuato in 12 paesi europei: Belgio, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Svezia e Regno Unito. In frattempo, hanno aderito al programma altri tre paesi: Lussemburgo, Romania e Slovacchia.

Questo approccio ha alimentato l'autonomia dei bambini, nonché le loro capacità di ragionamento e linguistiche, ma soprattutto la loro voglia di saperne di più sulla scienza e la tecnologia. Lo studio ha confermato che ormai la scienza non è più considerata una materia difficile da insegnare da parte degli insegnanti. La loro motivazione verso la materia era stimolata dalla fornitura di supporto e risorse aggiuntivi, tra cui una guida metodologica che delineava i principi principali alla base dell'approccio basato sull'indagine e un processo interattivo.

Da parte sua la professoressa Jarvis ha dichiarato: "C'è la preoccupazione che in Europa il numero di studenti che scelgono gli studi scientifici sia in calo e esistono le prove che l'allontanamento dalle materie scientifiche inizi già alla scuola primaria, soprattutto per quanto riguarda le bambine."

Secondo la ricercatrice, è importante che gli Stati membri dell'UE "educhino i potenziali scienziati del futuro, nonché i cittadini, ad occuparsi di questioni socio-scientifiche". Un ulteriore importante fattore che dovrebbe essere esaminato nell'atteggiamento verso la scienza delle scuole e degli insegnanti, sopratutto perché essi rivestono un ruolo fondamentale nella scelta di carriera degli studenti e anche in come riusciranno a raggiungere il loro obiettivo.

La professoressa Jarvis ha presentato la ricerca alla conferenza "Changing European primary pupils' and their teachers' attitudes to science" ("Cambiare l'atteggiamento verso la scienza degli alunni della scuola primaria e dei loro insegnanti") verso la metà di marzo. Sulla base dei risultati, gli allievi iniziano la loro istruzione avendo una visione ristretta o inaccurata della scienza e della tecnologia. Il loro sviluppo è influenzato da due fattori: la scuola e la formazione degli insegnanti.

Per lo studio biennale la professoressa Jarvis e il suo team hanno individuato quattro tipi di insegnanti, concentrando l'attenzione su quelli che avevano bisogno di diversi tipi di "science in-service", un programma per aiutare a cambiare l'atteggiamento verso la scienza. È stato riscontrato un legame tra i diversi tipi di insegnanti e il livello di sviluppo della comprensione della scienza da parte degli alunni nonché il loro atteggiamento.

Andrebbe notato che ulteriori ricerche condotte dal National Space Centre nel Regno Unito hanno confermato l'importanza dell'atteggiamento degli insegnanti verso la scienza. Istituito oltre dieci anni fa e aperto al pubblico nel 2001, il Centro collocato a Leicester combina istruzione, informazione e ricerca sul posto. Ogni anno vi fanno visita circa 50.000 studenti.


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mercoledì 8 aprile 2009

Un'interessante opportunità

La EMBL (European Molecular Biology Laboratory) organizza un un corso d'aggiornamento (in inglese) con attività di laboratorio aperto a insegnanti di scienze europei. Gli scopi dell'iniziativa:
il Corso mira ad aggiornare i docenti di scuole superiori nelle loro conoscenze e competenze in ingegneria genetica, e presentare loro una serie di interessanti attività biotecnologiche realizzabili a scuola, riferendosi in particolare ai programmi di biologia degli ultimi anni delle superiori.
Il corso si terrà dall'1 al 3 luglio ad Heidelberg. Il costo è di 100 euro. Tutte le informazioni sono disponibili qui. Iscrizioni entro il 20 maggio!



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mercoledì 1 aprile 2009

Piccole impronte musicali

Sabina Colonna Preti è un'amica dei tempi del liceo, persa di vista da anni, e ritrovata attraverso Facebook... E così ho scoperto che si è inventata questa cosa (trascrivo dal blog italiano):
Pequeñas Huellas è un progetto nato nel 2004 all'Havana (Cuba) da un'idea di Sabina Colonna Preti (musicista) e di sua figlia Margherita. Concepito in principio esclusivamente come progetto musicale, Pequeñas Huellas è stato esteso a progetto umano, culturale e di pace. In un discorso "a sorpresa", preparato dai bambini che all'Havana avevano partecipato allo stage musicale organizzato da Sabina Colonna Preti, e letto ad alta voce prima del gran concerto finale, i piccoli musicisti hanno espresso il loro desiderio di usare Pequeñas Huellas come strumento di pace nel mondo, per forgiare una enorme catena di bambini di ogni paese. Lo scopo è quello di creare una nuova generazione attenta e rispettosa ai diritti umani e (soprattutto) a quelli dei bambini. Spesso ignorati. Ci rivolgiamo a tutti i paesi del mondo, e a tutti i loro capi: l'eredità che gli adulti ci lasciano è un mondo di guerra, di violenza, di non rispetto, di maltrattamenti, di ingiustizie. Le piccole impronte che l'orchestra di pace Pequeñas Huellas lascerà nel mondo potranno aiutarci ad avere un mondo migliore?
Sul blog internazionale del progetto, ecco la testimonianza di Claudio Abbado:
Il progetto di Sabina Colonna Preti Pequeñas Huellas è la prova che un’espressione culturale internazionale appartiene all’umanità intera. Attraverso i loro strumenti e le loro voci, i bambini di Pequeñas Huellas superano e fanno cadere le barriere culturali, etniche e religiose. Meritano l’appoggio e l’incoraggiamento delle istituzioni internazionali e dei governi, affinché le loro voci trovino una giusta eco nel mondo intero. È un piacere per me essere il "nonno" di questo progetto.
Nel dossier che informa nel dettaglio sull'iniziativa, scaricabile da questa pagina web "ufficiale", si legge questa sintesi (traduco dall'inglese):

Il Progetto è rivolto a bambini e ragazzi da 5 a 18 anni. Il documento di riferimento è la Convenzione dei Diritti dei Bambini delle Nazioni Unite. Il Progetto è diretto da un organismo indipendente internazionale e l'obiettivo è di strutturare e consolidare azioni progressive che permettano di stimolare iniziative autonome da parte dei piccoli partecipanti. Bambini e ragazzi sono i protagonisti di questo progetto ed essi devono elaborare Laboratori Interattivi di cooperazione fra loro. Questo è ciò che rende il Progetto completamente diverso da altre proposte analoghe. Noi consideriamo, di fatto, i ragazzi come Ambasciatori di pace e dialogo fra i popoli, attraverso il linguaggio della loro musica.

Ho ben poco da aggiungere...

I colleghi che insegnano musica potrebbero trarre stimoli assai positivi da una simile iniziativa. I ragazzi che suonano qualche strumento sono tutti invitati a partecipare: è sufficiente che si mettano in contatto con i responsabili del progetto, tramite il blog italiano!

Si parla molto - anche se forse non abbastanza - della drammatica situazione in cui versa l'educazione musicale in Italia, cenerentola della scuola (insieme alle altre arti), proprio in un paese che nel mondo continua ad essere considerato più per il contributo dei suoi artisti e musicisti alla civiltà dell'uomo, che per qualsiasi altro apporto...

Ecco un modo concreto e brillante di valorizzare la creatività, la curiosità e la voglia di pace dei nostri ragazzi.

Brava Sabina... ed in bocca al lupo per lo sviluppo del progetto in tutto il mondo!

http://pequenas-huellas.blogspot.com/
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martedì 24 marzo 2009

Questi ragazzi

Copio qui uno stralcio di una lettera che ho scritto a una collega non più giovanissima, ma estremamente vivace ed attiva (anche) culturalmente e didatticamente, durante uno scambio di idee su cosa accade, quando da parte del docente c'è impegno solidamente educativo e culturalmente alto, ma i risultati almeno in apparenza sono scarsi.
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Power Under Control by DetxU_9One
Power Under Control a photo by DetxU_9One on Flickr.
Fra i ragazzi di qualche anno fa e questi di oggi c'è una caduta di quella che in inglese si chiama literacy, che più che cultura, significa una disponibilità alla cultura, un'apertura mentale, una capacità di intuire e di aspettarmi che nella cultura vi sia qualcosa di interessante prima ancora di trovarlo. Curiositas, studium, forse. E' molto rara nei ragazzi di oggi.

Da qui la necessità di sorprenderli costantemente, di fare appello continuamente alla sfera emozionale, di coccolarli, di farli divertire... altrimenti non ti seguono, perchè sono radicalmente scettici sulla cultura.

Sono come ... delusi a priori. Ne ho trovati tanti, in questi anni, che a quattordici-quindici anni mi dicono: "io so già tutto quello che mi può servire nella vita, perciò quello che si fa qui a scuola non mi interessa". Parole da ottantenni! Questo ai nostri tempi sarebbe stato inconcepibile. Nè tu nè io a quindici anni ci saremmo mai sognate di dire una cosa del genere. Per noi la vita, la cultura, i libri, la realtà erano dense di promesse, di sorprese, di scoperte, di cose belle che aspettavano solo che noi le conquistassimo.

A noi le scoperte culturali emozionavano - ed emozionano - di per sè. A loro invece no, o rarissimamente, perchè sono condizionati negativamente a priori da una classica "profezia che si auto-avvera": si aspettano che la scuola sia "una palla", che nulla li possa stupire, quindi tendono a rilevare di più la noia, le delusioni, l'aridità dello studio, che non le belle scoperte che lo studio può riservare.

Sai com'è: io cerco ciò che spero di trovare. Se non spero nulla, semplicemente non cerco.

Ora, il punto dolente è che forse a quindici anni i giochi sono fatti, da questo punto di vista. Non li recuperi più. O molto difficilmente. Appunto facendo leva sulle facoltà residue (in pratica, sull'emotività: di quella, l'adolescenza gliene fornisce a chili).

Credo che sia una conseguenza della tremenda fatica e/o distrazione che i loro genitori hanno vissuto quando loro erano molto piccoli. Credo che questa speranza di poter scoprire qualcosa di bello nella cultura si debba imparare da piccoli, per osmosi, dai propri genitori. Ma se i genitori ti mollano costantemente a nonni stanchi, educatrici di nido/asilo annoiate, babysitters improvvisate, questa cosa semplicemente non te la trasmette nessuno. Cresci convinto che le emozioni possano venire soltanto dall'interazione con gli amici (per le femmine; per i maschi, dal gioco) e dalla televisione (e dintorni), ma non certo dalle cose della scuola e della cultura.

gimme five! by andrè t.
gimme five! a photo by andrè t. on Flickr.
Se nessuno si è mai messo accanto a te da piccolo a raccontarti una fiaba, con le giuste pause e gli occhioni e le diverse voci e l'emozione dei buoni e dei cattivi e di come andrà a finire, che t'importa - più tardi - dell'epica? della storia? della poesia? che c'entrano con la tua vita?

Se quando eri piccolo nessuno ha "perso" ore con te a sfogliare libri illustrati, a farti domande e rispondere alle infinite tue, poi - più tardi - dei libri non saprai che fartene.

Allo stesso modo, se da piccolo non hai fatto le bolle di sapone, non hai piantato i semi di mandarino nei vasi del balcone, non hai giocato con le cornine delle chiocciole o coi pulcini o le lucertole, da grande non t'importerà niente delle scienze. Se da piccolo non hai fatto i tuffi, se non ti sei sbucciato le ginocchia sui pattini a rotelle, se non hai provato a fare la ruota su un prato, poi da grande non avrai voglia di fare sport, e a educazione fisica sarai un ferro da stiro. E così via, una materia dopo l'altra.

Sono convinta di tutto questo perchè mi sembra l'unica maniera di spiegare la misteriosa ottusità che pervade l'attuale giovane generazione, e guarda caso, esattamente alla stessa maniera in tutto il mondo occidentale (seguo un sacco di blog americani, inglesi ecc. e lamentano tutti esattamente la stessa cosa).

Una delle conseguenze di cui credo si debba tener conto è, ad esempio, che con questi ragazzi funziona meglio (lo dico ancora una volta all'americana, vedi quante arie che mi dò) l'approccio pull anzichè push. Tirare anzichè spingere. Tradotto: non offrire nulla che non sia stato prima in qualche modo "chiesto". L'abilità è quella di suscitare la domanda, il bisogno, la richiesta.

Stranger #7 by danny st.
Stranger #7 a photo by danny st. on Flickr.
L'altro giorno ho assistito all'intervento di un esperto che parlava di imprese no profit, invitato da una collega. Si rivolgeva a ragazzi di terza, quarta e quinta. Lui era bravissimo e diceva cose interessantissime... ma ai ragazzi non gliene importava un fico secco: morivano di noia. Perchè? Perchè si vedeva lontano un miglio che quell'intervento non l'avevano certo chiesto loro: gli era piovuto in testa. Da quella cosa non si aspettavano nulla. Quindi non potevano ricevere nulla. E' un esempio perfetto dell'approccio push: io spingo, ficco, immetto a forza nella vita dei ragazzi un elemento che ritengo li "debba" interessare. Ma manca la condizione dell'attesa, del bisogno: quindi quell'elemento risulta loro estraneo. E sterile.

L'approccio pull è quello che (molto abilmente... quando ci si riesce!!!) li attira, li provoca, li smuove e li induce ad andare, loro, attivamente, verso la fonte dell'apporto culturalmente significativo. Allora quello servirà, perchè risponde a un'attesa, a una domanda che viene da loro.

lunedì 23 marzo 2009

Il cervello dell'adolescente

ANSA.it - CERVELLO: IN ADOLESCENTI 'MATURA' TRA 11 E 16,5 ANNI
Il 'tempo delle mele' è un'età critica anche per il cervello: è esattamente tra gli 11 e i 16,5 anni che il cervello si sviluppa di più. La sua 'maturazione' in atto è stata 'filmata in diretta' sul cervello di un gruppo di adolescenti durante il sonno. La ricerca è stata condotta da Ian Campbell e Irwin Feinberg dell'Università californiana di Davis e pubblicato sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze 'PNAS'.

Gli esperti hanno studiato l'attività cerebrale notturna dei ragazzi a partire dall'età di 9 anni utilizzando un semplicissimo elettroencefalogramma (EEG), quindi in modo non invasivo, economico e semplice. C'é uno stadio del sonno, detto 'sonno profondo', in cui il cervello va normalmente incontro a una fase di riassestamento per riordinare le informazioni accumulate durante il giorno ed eliminare il superfluo.

Ciò è ancora più vero nel cervello in crescita di un giovane che è plastico e flessibile come pongo e reagisce in modo estremamente dinamico al mondo intorno a lui. Analizzando i tracciati dell'EEG gli esperti hanno visto che nella fascia d'età 11-16,5 anni, ma non a 9 anni né dopo i 16) la fase profonda del sonno è particolare: risulta caratterizzata da una ridotta attività cerebrale, ovvero l'EEG registra poche onde neurali.

Questo secondo gli autori corrisponde al fatto che il cervello in quell'età è in piena fase di modellamento e quindi di notte diviene meno attivo perché tutto 'concentrato' a forgiarsi, formare nuove sinapsi, maturare. In quel range di età, dunque, l'attività cerebrale si riduce al massimo di notte, per dar spazio all'opera formativa del cervello.

Questo studio indica un modo semplice per monitorare lo sviluppo cognitivo del cervello dei giovani, i cambiamenti cerebrali dell'adolescenza e anche le malattie psichiatriche che possono emergere in questa fascia d'età.

venerdì 20 marzo 2009

Un altro modo di fare scuola

Ruth by miiaoskablennata
Ruth a photo by miiaoskablennata on Flickr.
Nella scuola in cui lavoro, ho una collega che insegna come vorrei insegnare io.

Non c'è solo lei, beninteso: in quasi tutti i colleghi di tutte le scuole vedo qualcosa che vorrei saper fare - meglio, saper essere - anch'io.

Ma questa è... beh... Mi è capitato di sentirle raccontare una recente esperienza scolastica e non ho resistito: le ho chiesto, e lei ha accettato, di riportarla qui. Grazie, V.
Lunedì mattina. Ora di supplenza in una classe che non conosco: la IV C. Solitamente vige il tacito accordo tra alunni e professori di non disturbarsi a vicenda. Io non ci sto, e provo a non buttar via l’ora.

martedì 3 marzo 2009

Voti di condotta ed altre illusioni

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha reso noto i risultati del primo quadrimestre. Si tratta di risultati che destano grande preoccupazione, sia dal punto di vista del profitto (tre studenti su quattro hanno almeno una insufficienza e le lingue straniere e la matematica sono ai primi due posti della classifica delle materie più disastrose), sia dal punto di vista della condotta, dato che ben 34.311 studenti hanno riportato come voto quadrimestrale il cinque; come ben si sa, una valutazione che nel secondo quadrimestre porterebbe direttamente alla bocciatura.


Il commento pressoché unanime è che la scuola è tornata ad essere severa (...) Sarà pur vero che la scuola ha fatto un bagno di severità; ma è forse questo il suo problema vero? Quello di scegliere tra severità e buonismo? Il numero elevato di insufficienze nel profitto e i tanti cinque in condotta in realtà segnalano una questione più decisiva: portano alla conoscenza di tutti quello che per anni si è voluto nascondere, ossia la presenza di una generazione di giovani che fatica ad impegnarsi con la realtà, tanto che è recalcitrante ad avviare un percorso di conoscenza, che pur è in grado di fare, e non è interessata ad entrare in rapporto con gli adulti che ha davanti. (...)


Chi pensi che questa sia la strada per restituire alla scuola la dignità perduta sta di fatto nutrendosi nell’ennesima utopia, quella secondo la quale delle regole osservate e fatte osservare producano cultura e amore alla vita. Chi vive dentro la scuola sa che, come non è stato il buonismo, così non sarà la nuova era della severità a ridestare il cuore e la ragione dei giovani. È di adulti appassionati alla vita che i giovani hanno bisogno, di adulti nei quali vedano quanto sia bello conoscere e stare con gli altri.
Vi invito a leggere tutto l'articolo di Gianni Mereghetti: Perché mai si dovrebbe gioire per i tanti 5 in condotta?

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mercoledì 25 febbraio 2009

Giorgio Israel e la formazione dei futuri insegnanti

Giorgio Israel è membro della commissione che sta ridisegnando il percorso di formazione dei docenti su incarico di Maria Stella Gelmini. Le sue dichiarazioni sono quindi di estremo interesse, che le si condivida o no, soprattutto per chi vuole cominciare a capire qualcosa di più del (misteriosissimo, per ora) processo che d'ora in poi porterà a diventare insegnanti.

Vi invito a leggere anche i commenti all'intervista, in fondo alla pagina da cui l'ho tratta, perchè alcuni puntualizzano aspetti importanti del problema.
da Il Sussidiario.net :: SCUOLA/ Israel: così gli insegnanti diventeranno veri professionisti - Professor Israel, qual è in sintesi il contributo essenziale che il lavoro di questa commissione dà in merito alla futura formazione dei docenti?


L’aspetto principale è il recupero che viene attuato sul piano dei contenuti. Ultimamente, infatti, eravamo giunti a un forte squilibrio nella formazione dei docenti, pesantemente penalizzata sul piano disciplinare. La Commissione ha cercato di ripristinare l’equilibrio, senza però operare traumi, evitando cioè lo scontro tra “disciplinaristi” da un lato e pedagogisti dall’altro. Nessuno vuole infatti tornare alla scuola di un tempo, in cui il problema di “insegnare a insegnare”, cioè della metodologia di insegnamento, non esisteva; però, d’altro canto, oggi ci si era sbilanciati troppo sul fronte della metodologia, penalizzando le discipline. La Commissione ha funzionato egregiamente, trovando un equilibrio fra queste due diverse esigenze.


Quali erano secondo lei le carenze principali su cui era doveroso intervenire?


La prima carenza la si riscontrava nella formazione dei docenti delle scuole primarie, che prevedeva qualcosa come l’80% di discipline a carattere pedagogico. L’altro aspetto da correggere riguardava invece la scuola secondaria di primo grado, ed era la ben nota carenza degli insegnanti di discipline scientifiche i quali provenivano dalle lauree più disparate e non avevano, ad esempio, la necessaria preparazione matematica, che alle medie è centrale. Erano due dei “buchi neri” che era necessario risolvere, e mi pare che in entrambi i casi si sia riusciti nell’intento. Per quanto riguarda la scuola primaria sono stati quasi triplicati i crediti di matematica, raddoppiati quelli di storia, ed è stata reintrodotta la geografia. Certo, è un percorso molto rigido, ma alla fine ha trovato l’assenso anche da parte della conferenza dei presidi di scienze della formazione. Anche per la secondaria di primo grado, si sono colmate le carenze senza creare traumi; non si vuole infatti ritornare al blocco per cui solo un laureato in matematica o fisica può insegnare quelle materie. Chiunque lo potrà fare, ma a patto che faccia un percorso che gli permetta di colmare le lacune disciplinari.

L’insegnamento, come e più di tanti altri mestieri, lo si impara prevalentemente sul campo: il lavoro della Commissione ha tenuto adeguatamente conto di questo aspetto?



Proprio su questo abbiamo creato un’inversione di tendenza rispetto alle SSIS, che da questo punto di vista (e non solo) sono state in molti casi, a detta soprattutto degli studenti, un fallimento. Noi invece abbiamo introdotto un anno di tirocinio (uno solo: quindi non c’è allungamento del percorso, ma una riduzione rispetto al 3+2+2), che, a differenza delle SSIS, è mirato principalmente all’attività in classe. C’è naturalmente anche una componente didattico-disciplinare, e alcune materie pedagogiche; però l’anno è dedicato principalmente alle attività di vero e proprio tirocinio a scuola, con una fase osservativa sotto un tutor – che è un docente della scuola stessa – e poi un’attività diretta di insegnamento. Non è vero quindi che lo studente sta solo lì a guardare: la maggior parte delle ore l’abilitando le passa a insegnare. Naturalmente è guidato in questa attività, perché altrimenti la sua sarebbe semplicemente una supplenza.


E come risponde alla critica per cui tutto questo percorso è prevalentemente in mano alle università, anziché alle scuole, le quali dovrebbero avere il titolo maggiore per dire se una persona sa insegnare o meno?


Nessuno vuole che il tirocinio sia gestito esclusivamente dalle università; ma non sarebbe nemmeno giusto lasciarlo esclusivamente in mano alla scuola. Dev’essere un’operazione gestita in maniera collaborativa, in cui una buona parte del lavoro si svolge in classe, sotto l’occhio di un insegnante, e in cui sono poi previsti i laboratori didattici, anch’essi alla presenza dei docenti della scuola secondaria. Quindi si tratta di avere un’interazione tra le due componenti. Il che, a ben guardare, è proprio il contrario delle SSIS, che erano strutture librate in aria, dove c’erano i docenti delle università e altre figure chiamate docenti supervisori (i quali per altro erano sempre gli stessi, a causa anche di proroghe per lo più illegali): una struttura autoreferenziale che non aveva rapporto né con la scuola, né con l’università. Noi vogliamo invece che questa struttura sia controllata da qualcuno: non dall’università in genere, ma da una facoltà universitaria, che sia responsabile organizzativamente, grazie all’attività di un consiglio che sarà composto anche da docenti della secondaria. Tutto questo permetterà di attuare un percorso da cui uscirà una figura di insegnante professionalizzata.


Insisto: non le pare che in questo schema alle scuole sia lasciato solo un ruolo, per così dire, consultivo?


Innanzitutto preciso che il fatto che l’organizzazione del tirocinio ricada interamente sulle università significa che le università stesse si sobbarcano il tutto a costo zero, perché questo è parte dei loro obblighi. Il ruolo della scuola, poi, non è affatto solo consultivo, perché l’anno di tirocinio è gestito essenzialmente da un professore tutor, e la relazione finale del tirocinio è presentata dal tutor stesso, il quale ha sostanzialmente la funzione del docente relatore della tesi di laurea. È il professore della scuola che dà il giudizio su come quello studente ha operato, e questo giudizio viene poi trasmesso a una commissione composta da docenti universitari, da rappresentanti del ministero e da docenti tutor.

Post Scriptum del 26/02: Fabrizio Foschi aggiorna la riflessione sulla riforma proposta da Israel, in questo articolo di oggi sul "Sussidiario".
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sabato 14 febbraio 2009

Tuttavia è necessario educare

ANSA.it - Professoressa severa, studenti picchiano il figlio - 2009-02-14 10:42 - FIRENZE - Colpito per strada con calci e pugni da un gruppo di giovani. Durante il pestaggio, gli aggressori lo avrebbero insultato e minacciato, dicendogli che le botte erano un messaggio per sua madre, professoressa in un istituto superiore della provincia di Firenze. Il ragazzo, 15 anni, è stato trattenuto una notte in ospedale per accertamenti. La notizia è apparsa su La Nazione.

Durante l'aggressione, il gruppo, che sarebbe stato formato da quattro o cinque giovani, avrebbe gridato insulti verso la madre del ragazzo. All'ospedale, i sanitari hanno riscontrato al ragazzo un trauma cranico. Il referto è stato trasmesso alla procura. Sul caso indagano i carabinieri.

La tentazione è quella di parafrasare Giolitti (o Mussolini, che rese celebre la frase). Educare ragazzi come questi non è difficile: è inutile.

Solo una tentazione, un pensiero fugace. Ma certo, la sfida è veramente ardua.

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venerdì 6 febbraio 2009

My name is Tirtea

Proseguendo in un'abitudine consolidata, copio pari pari dall'ultimo post del prediletto blog di Prof 2.0.
Tirteo, vissuto nel VII secolo a.C., di probabile origine ionica, era un maestro di scuola. Secondo una leggenda, gli Spartani, messi in crisi dai nemici, su consiglio dell'oracolo di Delfi, chiesero un capitano agli Ateniesi, i quali, per prendersi gioco degli Spartani, mandarono un maestro di scuola, zoppo, ma che si rivelò capace d'accendere gli ardori dei soldati, sconfitti e sfiduciati, con i propri canti e condurli così al trionfo in battaglia. L'ascolto delle sue poesie da parte dei giovani divenne legge. Bastarono le parole di un maestro zoppo a rinnovare la speranza.


Molti prof oggi si sentono come l'antico maestro di scuola: inutile e zoppo. Mandati in classe per uno scherzo del destino. A costoro la società non dà una lira (euro), metaforicamente e di fatto... Ma con le loro parole, i tirtei moderni sono capaci di riaccendere speranza nei cuori giovani per una guerra non cruenta, ma una coraggiosa guerra per la ricerca della propria identità, della propria storia, di un'esistenza piena e felice. E io questo lo vivo tutti i giorni, ed è uno dei motivi principali per cui ho scelto di fare questo lavoro.
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giovedì 5 febbraio 2009

Sì alla valutazione degli insegnanti. Cade un tabù?

Calogero Virzì, con un certo ottimismo, scrive a pag 4 della Tecnica Della Scuola del 25 gennaio 2009:
Finalmente cade un tabù. La valutazione dei docenti non è più un tema su cui è vietato discutere ed intervenire nel mondo della scuola. Molti istituti sono d’accordo, anzi al Centro e al Sud i favorevoli sono direttamente la maggioranza, il 54%.
Devo dire che non ho avuto alcun sussulto leggendo queste parole.
Non ho mai pensato che fosse vietato discutere di valutazione dei docenti, io per esempio ne discuto da sempre.
Mi ha sorpreso invece un altro fatto.
A quasi dieci anni dal naufragio Berlinguer, sugli scogli del concorsone “a risposta multipla” per premiare i professori “migliori”, Virzì pensa di convincere il lettore del fatto che i docenti adesso sono pronti a farsi valutare. Ho serie perplessità su questa sua opinione.

martedì 3 febbraio 2009

Seconda cosa: valutare gli insegnanti.

L’individualismo e l’autoreferenzialità degli insegnanti non nasce dal nulla.
E’ difficile valutare i docenti perché la scuola è cambiata profondamente come anche la società e i suoi bisogni.
Chi vuole valutare gli insegnanti spesso non conosce affatto la scuola e le trasformazioni che essa ha subito negli ultimi decenni.
Prima di valutare gli insegnanti è necessario chiedersi quale sia il ruolo attuale della scuola italiana.

Riprendo alcuni concetti già espressi nei post precedenti e nelle interviste anche perché sono concetti conosciuti e ampiamente dibattuti da vari autori in molti libri e riviste riguardanti l’istruzione.

I rapporti tra scuola e società sono stati soddisfacenti per molto tempo, oggi non lo sono più.
Sia ben chiaro, questo vale anche per la sanità e per la politica.
L’ottima Mastrocola si lascia affascinare dall’idea che attribuendo le colpe della situazione attuale a fatti specifici come il ’68 si possa spiegare tutto.
Sarebbe bello!
Se fosse così, potremmo superare l’attuale crisi economica semplicemente criticando i governi spendaccioni del passato.
Permettetemi una battuta, a mio parere l’unico vero danno derivato alla scuola dal ’68 è il fatto che i sessantottini oggi sono Dirigenti Scolastici!

Fino alla nascita della scuola media unica, 1963 se non ricordo male, la scuola di élite rappresentava un ottimo sistema di riproduzione sociale: andavano a scuola i figli di coloro che erano andati a scuola.
Gli utenti e gli operatori erano in sintonia ideologica – valoriale.
I prevalenti modelli perbenistici e autoritari fungevano da rinforzo: per gli studenti esisteva la disciplina, per gli insegnanti l’ideologia e la moralità.
Questa situazione favoriva un forte senso di appartenenza degli operatori scolastici che erano ampiamente ripagati dal prestigio sociale e dall’apprezzamento.
La scuola, trasmettitrice e custode di valori, era un’istituzione forte e apprezzata come tale, con una chiara identità e un campo d’azione ben definito; i suoi membri erano ben disposti ad identificarsi con essa ed erano socialmente riconosciuti.

Con la liberalizzazione degli accessi, la scuola è diventata un meccanismo di promozione sociale.
L’omogeneità tra operatori ed utenti si rompe e si trasforma in una pluralità sempre più ampia e incontrollata di valori e modelli comportamentali.
Il senso di appartenenza istituzionale degli insegnanti si attenua e nasce l’individualismo.
In questa fase la scuola è ancora un’istituzione forte e gli operatori scolastici sono ancora apprezzati per l’interesse generalizzato degli interlocutori al titolo di studio, condizione necessaria e sufficiente per accedere a livelli qualificati di vita attiva.

La scuola odierna si presenta come un meccanismo di manutenzione e compensazione sociale.
La spendibilità del titolo di studio si è erosa! Il titolo di studio resta condizione necessaria ma non più sufficiente come mezzo di qualificazione sociale.
Si è rotto il tacito accordo con gli interlocutori i quali, in cambio dell’assicurazione del valore legale spendibile del titolo di studio, lasciavano in pratica mano libera sulla sostanza del servizio scolastico, senza alcun controllo sui contenuti e sulle prestazioni degli insegnanti.

Ecco il punto.

Oggi si è acceso un interesse per la qualità di servizi scolastici capaci di far acquisire competenze che mettano in grado di competere sul mercato del lavoro.
Quasi tutti coloro che affermano che la scuola va male non sanno cosa proporre per farla andare meglio.
Non si può tornare indietro.
La società moderna e la globalizzazione non restituiranno mai più alla scuola il ruolo che essa ha avuto in passato.
Ecco allora che l’individualismo e l’autoreferenzialità degli insegnanti rappresentano un istintivo modello comportamentale adatto alla situazione attuale. Si tratta di una reazione largamente obbligata per l’assenza totale di indicazioni istituzionali forti relative ai comportamenti professionali appropriati e agli obiettivi sociali da perseguire.
Ogni insegnante ha dovuto e potuto costruire un’autodefinizione personale dei propri compiti e doveri.
Ecco perché ministri e tecnici si avvicinano alla valutazione degli insegnanti e poi non combinano nulla.

E’ la scuola nel suo complesso che deve essere ridefinita.
Gli insegnanti non sanno più cosa devono saper fare.
La richiesta generalizzata sembra essere che devono saper fare tutto!
E’ anche vero che gli insegnanti dovrebbero definire, con gli interlocutori sociali, ciò che sono disposti a fare.
Dovrebbero essere espliciti nella formalizzazione di modalità e nella definizione di prestazioni e contenuti che sono disposti ad offrire.

Solo dopo avrà senso parlare di valutazione degli insegnanti.

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lunedì 2 febbraio 2009

Benvenuto!

Come avete visto, da oggi non sono più sola a portare avanti questo blog: d'ora in poi lo scriverà assieme a me il mio fraterno amico Vincenzo Papa. Lui stesso si presenterà più avanti; per ora dico soltanto che la nostra vecchia amicizia ritrovata ha avuto un guizzo in più quando abbiamo scoperto di condividere la passione per il nostro lavoro (lui insegna matematica e scienze alle medie da vent'anni). Da qui all'idea di condividere il blog, il passo è stato breve.

Tempo fa leggevo un blog - su tutt'altro tema - portato avanti da due amici del sud degli Stati Uniti, Thursday Night Gumbo: si chiama così perchè tutti i giovedì sera questi due amici si trovano assieme a cena, mangiano la loro pietanza preferita (gumbo, appunto), e chiacchierano a distesa di ciò che li appassiona. Il tutto viene poi condiviso dall'uno o l'altro nel loro blog, che porta il seguente sottotitolo, che ho sempre trovato affascinante: Solitary blogging is as horrible as solitary drinking. Bloggare da soli è orribile quanto bere da soli.

Iniziando ad assaporare il piacere di un blogging non più solitary, rivolgo il più lieto benvenuto a Vincenzo e lo ringrazio di aver voluto condividere con me questa piccola avventura.

Insegnare è un’arte

L’insegnante, come l’artista, deve possedere alcune tecniche.


Il rapporto tra allievo e insegnante deve basarsi sul reciproco rispetto e sulla stima personale. Nessun alunno può essere educato ed istruito senza questi presupposti, segue la motivazione, i contenuti vengono dopo.


Il rispetto.

Il rispetto non è timore né sottomissione.
Non è facile comunicare al ragazzo il proprio rispetto, ma un buon modo per iniziare è quello di stabilire accordi e regole, che l'insegnante per primo rispetta, su questioni concrete (es.: arrivare puntuali in classe, prima degli alunni). La regola è accettata dal ragazzo solo se è valida per tutti. L'insegnante dà l'esempio, il ragazzo capisce più facilmente il significato della norma. La regola è rispettata subito e col tempo il significato appare più chiaro. Durante le lezioni, gli insegnanti commettono innumerevoli errori che dimostrano assoluta mancanza di rispetto e determinano l'interruzione immediata della comunicazione con l'allievo.
L'uso del silenzio, ad esempio, è sconosciuto alla maggior parte di noi!
Alcuni insegnanti lo chiedono in momenti sbagliati e ovviamente non lo ottengono, altri lo impongono sempre e parlano da soli per ore!
L'insegnante a volte pretende il silenzio e quando non sente la propria voce è preso dal panico e dà esercizi per non sentire il rumore assordante di quel silenzio che esprime noia e disinteresse.
Il silenzio dell'insegnante, oltre ad essere utile per le povere corde vocali, fa capire al ragazzo che a scuola è possibile essere ascoltati. Il Prof. che durante una discussione in classe interrompe una parola a metà, per ascoltare l’intervento di un alunno, dimostra rispetto. L'alunno, da quel momento, è portato a rispettare il prof., ad intervenire nel modo giusto, a fare silenzio mentre parla il professore o il compagno.
Ma sul silenzio in classe si potrebbe aprire un'intera discussione.


La stima.

La stima è cosa più complessa.
Se dovessi spiegare a parole come si dimostra stima allo studente, non credo che ci riuscirei: insegnare è spesso un'arte.
La preparazione e l’esperienza dell'insegnante aiutano, ma ancor di più aiuta la capacità di cogliere nell'alunno aspetti positivi che non sono strettamente legati alla disciplina.
L’alunno va trattato come una persona e va apprezzato per ciò che può dare. L’alunno che dimostra difficoltà va apprezzato per altre capacità.
L’alunno che non dimostra capacità va apprezzato per le sue qualità personali.
Il professore deve comunque dimostrare interesse e attenzione anche per l’alunno apparentemente senza qualità.

Aiuta molto dimostrare interesse per la persona alunno.
La relazione, deve essere paritaria.

Un professore "umano", che pur essendo ben preparato non pretende di essere infallibile, è facilitato.


La motivazione.

Qui il discorso si lega a quello dei contenuti.
Lo sappiamo tutti: l'insegnante motivato crea motivazione.
La motivazione va favorita e poi deve ingrandirsi nella mente del ragazzo. Il ragazzo ha una parte di lavoro, nel trovare la motivazione, l'insegnante ha la sua parte nel favorirla.
Ho avuto la fortuna di frequentare il liceo classico, da ragazzo.
Mi stupivo dei miei compagni che odiavano la letteratura italiana o il greco. Pensavo che la motivazione fosse "dovuta": avevano scelto liberamente il liceo classico!
E' questo il vero problema.
I contenuti, soprattutto nella scuola superiore, sono legati alla scelta della scuola. Molti allievi non scelgono consapevolmente e quindi i contenuti non sono graditi, non scatta la motivazione, lo studio diventa una tortura.
Noi insegnanti facciamo il resto: "ragazzi, per martedì studiate la vita del poeta da pag. 34 a pag. 37, a memoria la poesia, commento".
"Ma Prof., io volevo solo leggerla stasera, al tramonto, sul mio terrazzo, guardando la mia siepe in fondo al giardino!"
Studiare le poesie....terribile!
Le poesie si leggono e si amano, le si impara per il piacere di farlo!
Alla maturità, una sedicente professoressa di lettere, mi fece commentare alcuni versi di Pascoli e si sconvolse perché non avevo sottolineato l'importanza della virgola al centro del verso: "Non riconosce il verso sdrùcciolo?" mi chiese con orrore!
Non lo riconoscerei neppure oggi.
Riconobbi con facilità una professoressa arida.
Se parliamo di una scuola tecnica, però, il contenuto lo si deve trasmettere per formare il "tecnico". Il geometra deve conoscere la differenza tra tipi di cemento: il muro crolla. Il termotecnico non può far saltare la caldaia perché il prof. non riusciva a far scattare la motivazione. Entra in gioco la maturità e il senso di responsabilità del giovane che ha scelto un certo tipo di scuola.

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