martedì 2 settembre 2008

Voti, giudizi, e ragazzi

In una recente conversazione con Palmy di Mens Sana mi è capitato di riferire un aspetto curioso della mia esperienza di insegnante riguardo ai voti, e in particolare alla morbosa curiosità degli studenti di conoscere i propri.
Raccontavo a Palmy:
Tutti gli insegnanti sperimentano le assillanti, continue richieste degli alunni di conoscere le loro valutazioni. Mi colpisce il fatto che è evidente anche in ragazzi che ostentano indifferenza verso promozione o bocciatura. Cioè, sembrano dare ai voti un peso che non ha a che fare con il successo/insuccesso scolastico: la loro ansia da voto non sembra "venale", per così dire, come se per loro il voto fosse qualcosa di ben più grande, un giudizio su di loro come persone. Certo va ripensato. E si può sperimentare molto in questo campo. Ma credo che tutti, anche i più piccoli, abbiano sempre diritto all'assoluta trasparenza su come li valutiamo, mentre d'altra parte dovremmo sforzarci di far loro capire che i loro voti non si identificano con ciò che pensiamo su di loro come persone! Tutte le volte che sottolineo questo fatto coi miei alunni, registro da parte loro una certa sorpresa ed un profondo sollievo.
Fra ieri e oggi ho trovato due post che richiamavano idee simili: uno da un post di Critolao, proprio di oggi, nel blog "collettivo" Sala Docenti:
Non i voti sono importanti. Sono importanti gli apprendimenti, le competenze di cui tanto si parla. Un voto è solo un numero; una competenza, se acquisita, rimarrà nostra, per tutta la vita.
Un altro passaggio, ancora più "in risonanza" con ciò che ho osservato personalmente, in un post di qualche tempo fa da Registro di classe di Profemate:
...alle elementari (...) c'era una cosa che odiavo: andare alla lavagna a scrivere i buoni e i cattivi. Quando la maestra tornava la lavagna era lì, come l'aveva lasciata: divisa in due da una linea del gessetto e su in cima BUONI da una parte e CATTIVI dall'altra.
Io non mi decidevo mai. I miei compagni riempivano la lavagna senza remore.
Non era buonismo, paura di far prendere una brontolata o un castigo: non capivo cosa stavo misurando, qual era il criterio. e così non giudicavo.

I primi anni di insegnamento credevo di dover fare altrettanto. E soffrivo moltissimo nel momento in cui mi toccava mettere un nome di qua o di la di quella fatidica riga.

Un giorno ad un tratto capii che non giudicavo loro, che il voto in matematica, e neanche la promozione o la bocciatura, vuol dividere i ragazzi in buoni e cattivi: giudica solo se sanno o no quel pezzettino di matematica che ho spiegato loro.

Da allora, dare due è una passeggiata
Appunto, sono arrivata anch'io alla conclusione di Profemate, ma penso che sia necessario spiegarlo anche ai ragazzi.

Aggiornamento del 7 settembre:

sono "usciti" altri due post che in qualche modo si riferiscono a questo tema. Il primo è ancora da Sala Docenti, a firma di Critolao, che riferisce le lamentele dei suoi studenti a proposito di certe incoerenze di certi insegnanti (alla faccia di POF, griglie e criteri di valutazione):
...C'è il collega di latino "buono" che asssegna voti alti anche ad una traduzione piena di errori gravi; viceversa il collega di matematica "Cattivissimo, profe!" non ha mai dato più di sei, nemmeno ad un compito perfetto...
Il secondo viene da "Sulle spalle dei giganti" di Melchisedec, che cita Cantalamessa:
...bisogna evitare che la correzione stessa si trasformi in un atto di accusa o in una critica. Nel correggere bisogna piuttosto circoscrivere la riprovazione all'errore commesso, non generalizzarla, riprovando in blocco tutta la persona e la sua condotta. Anzi, approfittare della correzione per mettere prima in luce tutto il bene che si riconosce nel ragazzo e come ci si aspetta da lui molto. In modo che la correzione appaia più un incoraggiamento che una squalifica...
Ho ben poco da aggiungere a parole tanto eloquenti. Voto o giudizio, correzione o rimprovero, sanzione o lode, è essenziale tenere sempre ben separati ciò che viene valutato (un compito, una prestazione, un comportamento) dalla persona. Siamo tenuti a giudicare quello, mai questa.

Mi si permetta una divagazione. Si tratta di un criterio che funziona a meraviglia anche nelle coppie, e può salvarne tante dallo sfascio. E' quella che Goleman (in Intelligenza emotiva) chiama la regola xyz (che descrivo come me la ricordo, perchè non ho il libro sottomano): quando abbiamo qualcosa da lamentare con il nostro partner, qualcosa che ci ha infastidito o ferito, anzichè trasformare il fatto contestato in un giudizio sulla persona ("sei un menefreghista"... "sei un'isterica"...) come ci viene istintivo, bisognerebbe sforzarsi di delimitare il campo: "quando hai fatto x, mi sono sentita y. Per favore, la prossima volta fai z".

Appunto: separando la valutazione della cosa dalla persona. Perchè una persona (marito, suocera, figlio, alunno o chicchessia) è sempre più di quel che fa e di come lo fa.

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