martedì 30 settembre 2008

Intervista a Luigi Berlinguer: No allo scontro

Il Sussidiario.net :: SCUOLA/ Berlinguer: no allo scontro frontale, su questo tema ci vogliono ampie convergenze - martedì 30 settembre 2008 - Ripartire dall’autonomia e dal riordino dei cicli; e, soprattutto, dedicare alla scuola «un vero dibattito culturale», che possa assumere anche una «dimensione di ampiezza costituzionale», creando «larghe convergenze». Questa, secondo Luigi Berlinguer, è la strada da seguire per uscire dall’infuocato clima di scontro che caratterizza in questi ultimi giorni il dibattito sulla scuola. Anche perché, dice l’ex ministro dell’Istruzione, il tutto sta avvenendo a scapito di una vera discussione sui «contenuti». «Proviamo a guardare quello che è successo con le interviste che ho rilasciato nei giorni scorsi» lamenta Berlinguer: «secondo alcuni giornali ho accusato il ministro Gelmini, secondo altri ne ho tessuto le lodi. Perché succede questo? Perché tutti hanno l’interesse politico di tirare la gente per la giacca. Io, invece, vorrei parlare di proposte concrete, e della mia idea di scuola».
Leggi il resto qui.

domenica 21 settembre 2008

Ancora sullo score...

... stavolta tentando di essere seria.

In realtà, termine infelice (score) a parte, il problema della valutazione di chi insegna è veramente scottante. Io non sono d'accordo sul diritto alla totale immunità - il rifiuto completo di farci esaminare e valutare - che alcuni colleghi sostengono: francamente, stento a non vedere una considerevole coda di paglia dietro a certi irrigidimenti.

Dato che sono pagata (anche se con moderazione) per insegnare alcune cose, trovo giusto, invece, che chi mi paga possa accertare ogni tanto che quelle cose le so davvero.

(Ecco, tump! tump! sento arrivare le prime pietre della lapidazione.)

Poi mi dispererò, morirò di fifa, imprecherò anche: ma non mi rifiuto a priori. Per un elementare rispetto di me stessa, innanzitutto. E poi per un certo istituzionale riconoscimento dell'autorità costituita, anche se avesse dato pessima prova di sè.

(Non sono per niente à la page, dicendo questo, lo so, ancora una volta.)

Certo, chiederò a gran voce che il metodo della valutazione sia oggettivo, nonchè intelligente; e che tenga conto anche della qualità della mia didattica, oltre che del fatto che conosco le redox, i tardigradi e lo gneiss.

Ecco, il punto è questo secondo me. Qualche post fa mi sono chiesta come si valuta una scuola, ed ho scopiazzato qualche tentativo di risposta da un blog americano. Ora voglio riflettere su come si valuta un insegnante, e vedo - girando sul web - che il problema è apertissimo.

Ogni sistema proposto sembra avere conseguenze perverse. Per dirne una, negli Stati Uniti è diffusa la valutazione in base alla percentuale di successo degli alunni ai test standardizzati: come risultato, molti insegnanti si mettono ad inseguire tale successo con ossessiva e gretta ostinazione (teach to the test), con buona pace di ogni altro obiettivo formativo, abilità, competenze e compagnia bella.

Alcuni propongono di interpellare le famiglie ed il loro grado di soddisfazione. Troppo facile ribattere che mediamente i genitori vogliono che il figlio sia promosso più di quanto desiderano che sia ben formato. Quindi il migliore insegnante sarebbe il più lassista.

Neanche i dirigenti scolastici, secondo me, possono diventare tout court i nostri esclusivi valutatori. Troppo intensa sarebbe la tentazione di favorire i fedelissimi delle conventicole amiche, a scapito dell'outsider magari geniale ma un po' rompiscatole.

Impossibile anche una valutazione "orizzontale", peer to peer, democratica ed anonima: da collega a collega. Certo sarebbe divertente, ma... troppo forti le invidie, la concorrenza, le gelosie.

E se ci valutassero gli studenti? Di tutte le nostre controparti sarebbero di gran lunga i più leali e veritieri. Non è vero che favorirebbero i fannulloni solo perchè li lasciano tranquilli: in realtà, i ragazzi disprezzano di tutto cuore un nullafacente. I prof più esigenti sono anche i più amati. Ma non è giusto gravare i ragazzi di un tale peso, con tutti i tentativi manipolatori che ne conseguirebbero.

Io propongo le cimici.

Ogni tanto, di nascosto, qualcuno registra una mia lezione (non una volta sola, perchè non mi registrino solo quel giorno che avevo la faringite acuta e mi era pure morto il gatto). E poi mi sbobina. Ascolta quel che dico e come lo dico, constata la parte attiva che i miei studenti hanno nel lavoro di classe, misura, confronta e riflette. Dopo di che traduce i risultati dei campionamenti, servendosi di parametri standard, integrando quel che c'è da integrare, magari con un colloquio.

A me andrebbe bene.

Poi però voglio un aumento di stipendio.

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sabato 20 settembre 2008

Dove vai se lo score non ce l'hai?

Roma, 17 set. (Adnkronos Salute) - "Dall'anno prossimo vorrei che fossero pubblicati i curricula dei chirurghi. Se devo sottopormi a un intervento chirurgico, devo infatti poter sapere se quel chirurgo che mi opererà è un macellaio o un genio, oppure una persona efficiente di qualità". Ad affermarlo è il ministro per la Pubblica amministrazione e Innovazione Renato Brunetta, questa mattina ai microfoni di Radio Radicale.

"Leggo tutto sullo yogurt, sul succo di frutta o sull'ultimo telefonino - ha sottolineato Brunetta - e non so se quello che mette le mani su di me per operarmi, è uno bravo o uno non bravo, quanti ne ha ammazzati o quanti ne ha salvati? Questa è una follia. Io voglio pubblicare gli score professionali nella sanità, così come per i professori, i maestri, i funzionari", ha concluso.
(il grassetto nella citazione è mio.)

Ora so, dunque. Altro che ricostruzione di carriera, altro che curriculum vitae, foss'anche in formato europeo (l'avete visto? un mattone...). Per sapere chi sono, mi chiederanno lo score. Ma non voleva dire "punteggio" di una partita e cose simili? In questa accezione la parola mi giunge nuova, quindi diligente compulso il dictionary e fra le altre definizioni scelgo la seguente:
4. Education, Psychology. the performance of an individual or sometimes of a group on an examination or test, expressed by a number, letter, or other symbol.
Ah, ecco, la performance espressa in numeri o altri simboli. Ok. Un punteggio, appunto. Ma cosa andranno a conteggiare, per assegnarmelo?

Rileggo le parole del ministro cercando un indizio: ...quanti ne ha ammazzati o quanti ne ha salvati?...

Non ho ancora ammazzato alcuno studente, che io ricordi. Ma neanche posso dire di averne salvato neanche uno: sarebbe una bella presunzione. E allora?

E allora, il mio score è assai oscuro. Ma non ditelo a Brunetta.

P.S. ho trovato la notizia grazie a questo post.


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giovedì 18 settembre 2008

Istruzione e qualità umane per la società di domani

...la società di domani non avrà probabilmente bisogno di un gran numero di diplomati universitari che hanno conseguito una laurea di secondo livello o un dottorato di ricerca dopo otto anni di studi universitari. Piuttosto ci sarà bisogno, a seguito dell'estensione del settore dei servizi, di un gran numero di persone con qualità umane... In questo caso, la questione da porre sul tappeto sarebbe piuttosto quella della qualità che si auspica sviluppare presso i giovani e non quella della lunghezza o della durata della loro formazione.
La citazione (il grassetto è mio) viene dall'ottimo e densissimo Norberto Bottani Website. Questo l'indirizzo del post completo: un'interessante intervista a Marie Duru-Bellat, autrice di un discusso saggio sulla scuola, tratta da Le Monde.

giovedì 11 settembre 2008

Dancing

Copio integralmente un post di Vicki A. Davis, autrice di Cool Cat Teacher Blog, perchè... a me, che peso ottomilaottocentottantotto chili, il tema della leggerezza affascina sempre. Anche in questo mestiere.



Lui scivola, fluttua, fa sembrare tutto così facile. Fred Astaire mi fa sentire rilassata ed allegra nel guardare questo bel numero. Fred Astaire e i grandi insegnanti hanno qualcosa in comune.

1 - Fanno in modo che sembri facile

C'è voluto così tanto tempo per preparare questa scena? Sembra così facile, priva di sforzo!

Ci vuole davvero così tanto per preparare quella lezione? Sembra che tutto sia come "preso al volo" e scorrevole.
Sì. Ci vuole un sacco di tempo. Molte conoscenze, esperienza ed esercizio.


2 - Conoscenza approfondita della propria disciplina

E' evidente che Fred Astaire sapeva come si danza. Lo sapeva in tutto e per tutto. Anche i grandi insegnanti conoscono altrettanto bene la propria materia.

3 - Gioia nel danzare
Fred Astaire amava danzare quanto un grande insegnante ama insegnare. E' nel suo sangue, nelle sue ossa, è la sua vita. E' nato per farlo.


4 - Qualche trucco

Naturalmente, sono state necessarie quattro stanze distinte per questa scena, ed altri trucchi. Ugualmente, i bravi insegnanti conoscono trucchi e scorciatoie per far funzionare le cose. Con
un'occhiata sanno ridurre al silenzio lo studente sbruffone o tirare su di morale un ragazzino triste.

5 - Desiderio di portare innovazione

Fred Astaire ebbe una carriera così lunga e gloriosa perchè non smise mai di migliorarsi. Non smise mai di danzare. Provava cose nuove, si spingeva oltre, sperimentava. Ugualmente, grandi insegnanti come Louise Maine and Ernie Easter, si reinventano continuamente. Si spingono oltre, fanno di più. Non si accontentano mai. Io voglio essere come loro.


Perciò oggi, girando per la tua classe, fa' come se danzassi. Con più leggerezza. Tu sei il Fred Astaire della tua aula.
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lunedì 8 settembre 2008

Come ti riciclo il precario

«Per i precari nuove figure professionali» - Corriere della Sera, 8 settembre - «Negli ultimi anni la scuola italiana ha accumulato un numero impressionante di precari, eredità dei precedenti governi, ma è evidente che non è in grado di assorbirli... Dobbiamo fare una riflessione seria sulla situazione che si è creata... Stiamo studiando nuove figure professionali per tutti i precari insieme a Bondi, Brunetta, Brambilla e Sacconi, sia dentro che fuori la scuola» ha detto il ministro [Gelmini], con un riferimento a Vittoria Brambilla che potrebbe far ipotizzare soluzioni anche nel settore del turismo.
Vorrei lanciare una campagna a favore di questa ricerca di nuove professioni per i precari. Aiutiamo BondiBrunettaBrambillaSacconiGelmini: cosa mai potrebbero fare i precari anziché insegnare? Facciamo le nostre proposte! Forza, non c'è limite alla fantasia: sia dentro che fuori la scuola, ha detto!

[Tutto questo ha una funzione prettamente egoistica, sia chiaro. Io sono una precaria. Io voglio cominciare a immaginarmi che lavoro potrei trovarmi a fare da qui a un po'.]

Dunque comincio io: per la categoria dentro la scuola proporrei il precario che porta i panini e le focaccine farcite direttamente in classe. Si eviterebbe così il continuo andirivieni degli studenti da e per il bar, che tanto va a detrimento della qualità della didattica. All'inizio di ogni ora entra, prende le ordinazioni ("allora: tre con salame piccante, due cotto e salsarosa e due senza salsarosa, uno rucola e bresaola, tonno e pomodoro mi spiace li ho finiti") e più tardi ripassa per le consegne calde e profumate. Oltretutto sarebbe un esempio di microimprenditoria autonoma, che non peserebbe sulle casse dello stato: cosa si vuole di più?

Per la categoria fuori la scuola, ma sempre in tema, propongo il cacciatore di bigiate. Il precario riciclato si aggira in parchi cittadini e centri commerciali, battendo in special modo fastfood e videonoleggi. Individuato il reprobo, grazie alle foto segnaletiche che scorrono sul palmare di cui è dotato, segnala la bigiata in tempo reale sia ai genitori che al dirigente scolastico. Per finanziare tale attività, ricorrerei a sponsor nella telefonia mobile: con ogni avviso che tuo figlio ha bigiato, ti arriva anche uno spot con Ilary Blasi o Christian De Sica.

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Figuraccia

La mia nuova scuola mi piace, vorrei restarci nei prossimi anni, perciò - fuori dai denti - ho un'insana pulsione a cercare di fare bella figura: stampo tutte le circolari che mettono sul sito web, studio compunta regolamenti e POF, insomma mi sforzo di fare la docentuccia metodica ed esemplare in tutto.

Ma mi sfugge una circolare: un consiglio di classe a cui devo essere presente. E poi mi perdo anche la telefonata con cui - me li immagino esasperati dall'attesa - mi cercano, mentre dormo beata come un bebé.

Porca miseria, che figuraccia!

Con l'ego in briciole, cerco di riflettere. Forse è un bene che sappiano subito, invece, che sono una pasticciona, perennemente distratta e caotica. La verità è sempre la cosa migliore.

Sigh.

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martedì 2 settembre 2008

Voti, giudizi, e ragazzi

In una recente conversazione con Palmy di Mens Sana mi è capitato di riferire un aspetto curioso della mia esperienza di insegnante riguardo ai voti, e in particolare alla morbosa curiosità degli studenti di conoscere i propri.
Raccontavo a Palmy:
Tutti gli insegnanti sperimentano le assillanti, continue richieste degli alunni di conoscere le loro valutazioni. Mi colpisce il fatto che è evidente anche in ragazzi che ostentano indifferenza verso promozione o bocciatura. Cioè, sembrano dare ai voti un peso che non ha a che fare con il successo/insuccesso scolastico: la loro ansia da voto non sembra "venale", per così dire, come se per loro il voto fosse qualcosa di ben più grande, un giudizio su di loro come persone. Certo va ripensato. E si può sperimentare molto in questo campo. Ma credo che tutti, anche i più piccoli, abbiano sempre diritto all'assoluta trasparenza su come li valutiamo, mentre d'altra parte dovremmo sforzarci di far loro capire che i loro voti non si identificano con ciò che pensiamo su di loro come persone! Tutte le volte che sottolineo questo fatto coi miei alunni, registro da parte loro una certa sorpresa ed un profondo sollievo.
Fra ieri e oggi ho trovato due post che richiamavano idee simili: uno da un post di Critolao, proprio di oggi, nel blog "collettivo" Sala Docenti:
Non i voti sono importanti. Sono importanti gli apprendimenti, le competenze di cui tanto si parla. Un voto è solo un numero; una competenza, se acquisita, rimarrà nostra, per tutta la vita.
Un altro passaggio, ancora più "in risonanza" con ciò che ho osservato personalmente, in un post di qualche tempo fa da Registro di classe di Profemate:
...alle elementari (...) c'era una cosa che odiavo: andare alla lavagna a scrivere i buoni e i cattivi. Quando la maestra tornava la lavagna era lì, come l'aveva lasciata: divisa in due da una linea del gessetto e su in cima BUONI da una parte e CATTIVI dall'altra.
Io non mi decidevo mai. I miei compagni riempivano la lavagna senza remore.
Non era buonismo, paura di far prendere una brontolata o un castigo: non capivo cosa stavo misurando, qual era il criterio. e così non giudicavo.

I primi anni di insegnamento credevo di dover fare altrettanto. E soffrivo moltissimo nel momento in cui mi toccava mettere un nome di qua o di la di quella fatidica riga.

Un giorno ad un tratto capii che non giudicavo loro, che il voto in matematica, e neanche la promozione o la bocciatura, vuol dividere i ragazzi in buoni e cattivi: giudica solo se sanno o no quel pezzettino di matematica che ho spiegato loro.

Da allora, dare due è una passeggiata
Appunto, sono arrivata anch'io alla conclusione di Profemate, ma penso che sia necessario spiegarlo anche ai ragazzi.

Aggiornamento del 7 settembre:

sono "usciti" altri due post che in qualche modo si riferiscono a questo tema. Il primo è ancora da Sala Docenti, a firma di Critolao, che riferisce le lamentele dei suoi studenti a proposito di certe incoerenze di certi insegnanti (alla faccia di POF, griglie e criteri di valutazione):
...C'è il collega di latino "buono" che asssegna voti alti anche ad una traduzione piena di errori gravi; viceversa il collega di matematica "Cattivissimo, profe!" non ha mai dato più di sei, nemmeno ad un compito perfetto...
Il secondo viene da "Sulle spalle dei giganti" di Melchisedec, che cita Cantalamessa:
...bisogna evitare che la correzione stessa si trasformi in un atto di accusa o in una critica. Nel correggere bisogna piuttosto circoscrivere la riprovazione all'errore commesso, non generalizzarla, riprovando in blocco tutta la persona e la sua condotta. Anzi, approfittare della correzione per mettere prima in luce tutto il bene che si riconosce nel ragazzo e come ci si aspetta da lui molto. In modo che la correzione appaia più un incoraggiamento che una squalifica...
Ho ben poco da aggiungere a parole tanto eloquenti. Voto o giudizio, correzione o rimprovero, sanzione o lode, è essenziale tenere sempre ben separati ciò che viene valutato (un compito, una prestazione, un comportamento) dalla persona. Siamo tenuti a giudicare quello, mai questa.

Mi si permetta una divagazione. Si tratta di un criterio che funziona a meraviglia anche nelle coppie, e può salvarne tante dallo sfascio. E' quella che Goleman (in Intelligenza emotiva) chiama la regola xyz (che descrivo come me la ricordo, perchè non ho il libro sottomano): quando abbiamo qualcosa da lamentare con il nostro partner, qualcosa che ci ha infastidito o ferito, anzichè trasformare il fatto contestato in un giudizio sulla persona ("sei un menefreghista"... "sei un'isterica"...) come ci viene istintivo, bisognerebbe sforzarsi di delimitare il campo: "quando hai fatto x, mi sono sentita y. Per favore, la prossima volta fai z".

Appunto: separando la valutazione della cosa dalla persona. Perchè una persona (marito, suocera, figlio, alunno o chicchessia) è sempre più di quel che fa e di come lo fa.

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