domenica 29 giugno 2008

Se si emozionano, stanno imparando

C'era una volta, e c'è ancora, un collega americano che aveva un blog (poi chiuso e sostituito da un altro), in cui ogni venerdì sintetizzava un'idea forte sul nostro mestiere componendo un haiku

Ho ripescato uno dei suoi "pensierini" da 5+7+5 sillabe (in inglese), perché sintetizza un'idea con cui bisogna prima o poi scontrarsi, e fermarsi a riflettere.

Se si emozionano, stanno imparando.
Forse dovremmo concentrarci su questo.

Mentre la nostra ministra Gelmini scomoda Gramsci per affermare che la noia è una componente strutturale e ineludibile dell'apprendimento (gasp!), la maggioranza delle voci ci ricordano che ...no, proprio no: l'apprendimento è associato a un sentimento ben diverso dalla noia: è accompagnato da gioia, eccitazione, emozione.

Siamo forse abituati a pensare queste emozioni positive come conseguenze dell'apprendimento: "il piacere di saperlo", direbbe la Settimana Enigmistica.

L'haiku di cui sopra (e non solo quello) sembra suggerire una prospettiva diversa, opposta: l'emozione come condizione previa dell'apprendimento.

Aha! Una faccenda tutta diversa! Intrigante, vero?

Se così fosse, si spiegherebbe per esempio quel fenomeno così misterioso, per cui i bambini sono appassionati ed entusiasti di imparare quando sono piccoli, poi crescendo diventano progressivamente meno curiosi, più difficili da coinvolgere, finché nell'adolescenza l'entusiasmo a scuola diventa rarissimo. (Un'ampia ma in qualche modo irrisolta riflessione su questo fenomeno si può trovare qui.)

Se infatti l'emozione fosse una conseguenza dell'apprendimento, dovrebbe esserci a tutte le età. Invece, se l'apprendimento ha bisogno di emozione, evidentemente è più probabile che questa si verifichi in un bambino, in cui l'attesa positiva per tutto ciò che è nuovo palpita ancora.

Mentre il ragazzino cresce, l'abitudine e le idee preconcette si sostituiscono alla gioia della scoperta; oltretutto nell'adolescente si sposta il baricentro del proprio cuore da fuori a dentro di sè, il vero nuovo mondo sconosciuto, e l'apprendimento può diventare arduo e noioso proprio perché impedito da un inaridirsi dell'emozione per l'universo esterno.

Il famoso e stracitato Prensky (quello dei digital natives, per intenderci; che poi, anche se viene considerato un maitre à penser, in ultima analisi è un venditore di videogiochi, non so se mi spiego) dice che un ragazzino ha bisogno di essere stimolato, divertito, sfidato, eccitato, sollazzato, altrimenti non si sogna neanche d'imparare, anzi proprio non ti ascolta, anzi diventa incontrollabile. Engage me or enrage me: o mi coinvolgi, o m'infurio. E quindi in conclusione propone di trasformare tutta la scuola in una grande Playstation. (Ok, ho un po' banalizzato ed estremizzato il suo messaggio: lo ammetto.)

Ma una via di mezzo, fra la noia e SuperMario, noo?!?

Le osservazioni da cui parte Prensky sono forse giuste. Ma le soluzioni che propone, no.

Forse bisognerebbe chiedersi quali siano le emozioni positive tipiche della preadolescenza e dell'adolescenza. Capire bene cosa suscita emozione, a quelle età, e perchè. Andare bene a fondo, in questa riflessione. E dopo, solo dopo, cominciare a ri-progettare gli apprendimenti in funzione delle emozioni a loro associate (o associabili).

Un lavoro gigantesco. Ma ne varrebbe la pena. E soprattutto, se lo facessimo assieme, in rete... sarebbe fattibile, e pure bellissimo.

Quanto alla noia, riparleremo anche di quella.
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