venerdì 20 giugno 2008

Di cosa parliamo quando parliamo di immigrazione

Quest'anno gli allievi della scuola stanno studiando Alessandro Magno; l'obiettivo è quello di rivivere il viaggio che fece in Oriente, partendo dalla Grecia per arrivare battaglia dopo battaglia fino in Afghanistan, dove si pensava finisse il mondo. (...)

Tra gli allievi, neanche a farlo apposta, c'è un ragazzo nato a Kandahar, cittadina a nord di Kabul, vicino alle famose montagne dove attualmente si nascondono i talebani. Costui era vissuto per un certo periodo in Iran insieme ai genitori, che si erano trasferiti a Teheran in cerca di lavoro. In quello Stato se non sei iraniano non hai diritto ad avere i documenti e non puoi andare nemmeno a scuola.
Purtroppo, dopo appena tre anni sono costretti a tornare in patria perchè nel frattempo suo padre aveva perso il lavoro . (...)

In Afghanistan la sua famiglia, essendo di etnia azera, non era ben vista dall'etnia pashtun dei talebani, e il loro ritorno a Kandahar fu particolarmente traumatico. Il governo dei talebani infatti aveva sequestrato la loro casa e tutta la terra intorno. Trovarono, per vivere, una specie di baracca fatta di terra, senza gas per cucinare e senza energia elettrica. Ma il vicinato non li voleva perchè se n'erano andati in Iran, e spesso facevano loro molti dispetti lanciando pietre sulla loro baracca.

Mohamed (chiamiamolo così) non ce la fa più, ha voglia di studiare e di riscattarsi. Gli anziani riescono a sopravvivere, ma i giovani non hanno alcun futuro davanti a sè. Una sera, pur avendo solo 15 anni, decide di parlare con suo padre per informarlo che andrà via, in Europa. Vuole diventare un bravo orafo e per questo aveva già cominciato a lavorare in Iran presso un laboratorio dove era riuscito a metetere insieme 500 real, che corrispondono più o meno a 200 euro. Consegna l'intera somma a un tizio che organizza il viaggio in clandestinità.

Una mattina, verso le quattro, parte insieme ad altri giovani di varie nazionalità: cinesi, curdi, iracheni e afghani, un centinaio in tutto. Stipati dentro un camion raggiungono la Turchia, dove scendono e attraversano a piedi le montagne in pieno inverno. Qui il viaggio si fa duro, molto duro. Si uniscono al gruppo anche molte famiglie con bambini piccoli. Camminano sui monti per ben 16 giorni, in mezzo alla neve alta, e solo di notte, per paura di essere scoperti.

Durante il tragitto vede purtroppo morire un uomo che teneva in braccio suo figlio di appena 5 anni, immediatamente preso in braccio dalla madre. L'unico modo perchè non soffra il freddo è quello di stringerlo forte al petto e di nasconderlo sotto il maglione della povera mamma. Ma anche lei non ce la fa, e dopo un po' si ammala gravemente, forse di polmonite. Chede a Mohamed di portare in salvo suo figlio e di essere lasciata lì. Il nostro allievo porta in salvo il piccolo che affida, alla fine della traversata sulle montagne, a una donna incontrata per caso in una cittadina turca, con la preghiera di crescerlo e di educarlo come se fosse suo figlio, avendolo promesso ai suoi genitori. Poi, con un gommone, arriva fino in Grecia.

L'imbarcazione è piccola, e lui, essendo afghano, non ha mai visto il mare. Lo vede per la prima volta nella sua vita quella notte, in mezzo a una tempesta. Gli sembra di essere precipitato all'inferno. Due uomini, di cui uno molto giovane, cadono in mare e non vengono ripescati. Lui vomita più volte, sta male, è terrorizzato, poi finalmente la terra di un'isoletta greca.

Da lì un camion fa salire in incognito circa 150 persone a bordo, tutti in piedi, uno addosso all'altro. Il camion sale su una nave mercantile dove resta fermo due giorni senza che nessuno dei traportati possa scendere. La destinazione è Venezia. Sbarca di notte e rimane folgorato: finalmente è in Europa, il suo sogno. (...)

Lì la polizia scopre i clandestini che vengono schedati e fatti alloggiare presso una casa famiglia. Mohamed è scosso e scappa come una lepre, infilandosi nel primo treno che trova in stazione. Dopo un giorno riesce ad arrivare a Roma, scende alla stazione Termini e dorme sfinito su una panchina. Lì la notte viene picchiato da due barboni che volevano derubarlo. La polizia lo trova la mattina dopo e lo manda alla Città dei Ragazzi in via della Pisana. Viene finalmente a sapere del centro Elis e della nostra scuola di oreficeria.

Mi ha raccontato più volte che la cosa che lo ha fatto soffrire molto non è stata tanto la durezza e la fatica a volte disumana del viaggio nè la povertà di Kandahar, la sua città natale, ma il fatto di non avere i documenti e non poter dimostrare agli altri la propria identità.

da "I ragazzi di via Sandri", di Pierluigi Bartolomei, ed. Ares 2008.

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