lunedì 30 giugno 2008

Quando la scuola fa ricerca scientifica

Un convegno interessante, a cui è associato un ancor più interessante concorso nazionale, riservato alle scuole superiori. Il bando del concorso è qui. Adesioni entro il 31 ottobre '08.

domenica 29 giugno 2008

Se si emozionano, stanno imparando

C'era una volta, e c'è ancora, un collega americano che aveva un blog (poi chiuso e sostituito da un altro), in cui ogni venerdì sintetizzava un'idea forte sul nostro mestiere componendo un haiku

Ho ripescato uno dei suoi "pensierini" da 5+7+5 sillabe (in inglese), perché sintetizza un'idea con cui bisogna prima o poi scontrarsi, e fermarsi a riflettere.

Se si emozionano, stanno imparando.
Forse dovremmo concentrarci su questo.

Mentre la nostra ministra Gelmini scomoda Gramsci per affermare che la noia è una componente strutturale e ineludibile dell'apprendimento (gasp!), la maggioranza delle voci ci ricordano che ...no, proprio no: l'apprendimento è associato a un sentimento ben diverso dalla noia: è accompagnato da gioia, eccitazione, emozione.

Siamo forse abituati a pensare queste emozioni positive come conseguenze dell'apprendimento: "il piacere di saperlo", direbbe la Settimana Enigmistica.

L'haiku di cui sopra (e non solo quello) sembra suggerire una prospettiva diversa, opposta: l'emozione come condizione previa dell'apprendimento.

Aha! Una faccenda tutta diversa! Intrigante, vero?

Se così fosse, si spiegherebbe per esempio quel fenomeno così misterioso, per cui i bambini sono appassionati ed entusiasti di imparare quando sono piccoli, poi crescendo diventano progressivamente meno curiosi, più difficili da coinvolgere, finché nell'adolescenza l'entusiasmo a scuola diventa rarissimo. (Un'ampia ma in qualche modo irrisolta riflessione su questo fenomeno si può trovare qui.)

Se infatti l'emozione fosse una conseguenza dell'apprendimento, dovrebbe esserci a tutte le età. Invece, se l'apprendimento ha bisogno di emozione, evidentemente è più probabile che questa si verifichi in un bambino, in cui l'attesa positiva per tutto ciò che è nuovo palpita ancora.

Mentre il ragazzino cresce, l'abitudine e le idee preconcette si sostituiscono alla gioia della scoperta; oltretutto nell'adolescente si sposta il baricentro del proprio cuore da fuori a dentro di sè, il vero nuovo mondo sconosciuto, e l'apprendimento può diventare arduo e noioso proprio perché impedito da un inaridirsi dell'emozione per l'universo esterno.

Il famoso e stracitato Prensky (quello dei digital natives, per intenderci; che poi, anche se viene considerato un maitre à penser, in ultima analisi è un venditore di videogiochi, non so se mi spiego) dice che un ragazzino ha bisogno di essere stimolato, divertito, sfidato, eccitato, sollazzato, altrimenti non si sogna neanche d'imparare, anzi proprio non ti ascolta, anzi diventa incontrollabile. Engage me or enrage me: o mi coinvolgi, o m'infurio. E quindi in conclusione propone di trasformare tutta la scuola in una grande Playstation. (Ok, ho un po' banalizzato ed estremizzato il suo messaggio: lo ammetto.)

Ma una via di mezzo, fra la noia e SuperMario, noo?!?

Le osservazioni da cui parte Prensky sono forse giuste. Ma le soluzioni che propone, no.

Forse bisognerebbe chiedersi quali siano le emozioni positive tipiche della preadolescenza e dell'adolescenza. Capire bene cosa suscita emozione, a quelle età, e perchè. Andare bene a fondo, in questa riflessione. E dopo, solo dopo, cominciare a ri-progettare gli apprendimenti in funzione delle emozioni a loro associate (o associabili).

Un lavoro gigantesco. Ma ne varrebbe la pena. E soprattutto, se lo facessimo assieme, in rete... sarebbe fattibile, e pure bellissimo.

Quanto alla noia, riparleremo anche di quella.

sabato 28 giugno 2008

Nascita di una parola (o di un'idea)

Questo grafico rappresenta il numero di blog che contengono la parola edupunk giorno per giorno, negli ultimi 90 giorni: un modo grafico eloquente di visualizzare la nascita di una parola, che prima semplicemente non esisteva.

Ma che vuol dire edupunk?

Uhm, non sono sicura di averlo capito benissimo: se non erro è una modo destrutturato, iper-creativo, trasgressivo (più nella disposizione d'animo che nella prassi) di usare le nuove tecnologie nell'educazione.

Eh sì! Noi siamo ancora qui a sognare i computer in classe, e loro già si azzuffano furiosamente su quale sia lo stile migliore, l'approccio più giusto, e s'inventano perfino una parola nuova (che ha avuto uno straordinario successo, segno che serve ad esprimere qualcosa di reale).

Ne riparleremo, perchè tutto questo è troppo divertente.

P.S. Per avermi fatto scoprire le meraviglie di Kwout: grazie Anna!!!

sabato 21 giugno 2008

Come valutare una buona scuola

Nell'intenso dibattito che - finalmente! - sta attraversando la società civile italiana, su come risollevare le sorti languenti della scuola, uno dei temi ricorrenti è la valutazione della qualità del sistema scolastico.

Normalmente, quando si parla di valutazione della scuola si pensa subito ai test nazionali e internazionali, Invalsi PISA et similia, che servono a misurare l'apprendimento degli alunni al termine di un dato percorso.

Personalmente penso che simili test siano una buona cosa, ma che colgano una parte soltanto del lavoro che la scuola è chiamata ad erogare. Ci sono aspetti della crescita di un ragazzo che forse nessun test a scelta multipla potrà mai misurare, ma non per questo sono meno importanti.

Ho trovato in un blog di un collega americano, Doug Johnsons, alcuni consigli rivolti ai soggetti ultimi (o i primi?!) chiamati a fare tale valutazione, per un'esigenza vitale, pratica e immediata: la scelta della scuola per i propri figli. Una versione micro del problema, se volete, ma che suggerisce riflessioni illuminanti.

Volendo attribuire un "punteggio" ad ogni scuola, con pragmatismo tutto americano, Doug consiglia di valutare cinque aspetti, che lui ritiene fondamentali, di quella che in Italia chiameremmo "offerta formativa".

Vorrei alternare le sue osservazioni con i miei commenti, pensati dall'altro lato della barricata, cioè da parte di chi è chiamato a rispondere positivamente a tali attese.

Primo punto: Clima della scuola. E' strano, ma si può avvertire il senso di sicurezza, accoglienza, e attenzione alle persone che si vive in una scuola, pochi minuti dopo esserci entrato. Piccole cose, come la pulizia, l'esposizione di elaborati degli studenti, le porte aperte sulle classi, le risate, un modo di parlare rispettoso, adulti e ragazzi sorridenti, sono i barometri del clima scolastico. Se una scuola non si guadagna un punto in questo, non c'è bisogno di considerare altro. Fuori di lì, e alla svelta.
Condivido pienamente la priorità che Doug dà alla qualità delle relazioni interpersonali in una scuola. Penso anch'io, come lui, che sia condizione necessaria per il realizzarsi di qualsiasi altra buona cosa, nella scuola come altrove. E penso anche che la responsabilità di creare questo clima spetta agli adulti. Dal preside al bidello, tutti sono importanti in uguale misura, su questo punto.
Secondo punto: Qualità individuali dei docenti. Le valutazioni della scuola nel suo insieme non ci dicono molto di questo. Ci sono docenti a cinque stelle in scuole a una stella, e viceversa. Ascoltate i pareri dei genitori sugli insegnanti che i vostri figli potrebbero avere. E cercate di fare in modo che i vostri figli vadano con quelli di cui si dicono le cose migliori.
Chi può dire se un insegnante è bravo?

La conosciamo tutti benissimo, la risposta. I ragazzi.

Loro sono i nostri giudici più oggettivi. Non è vero che reputano migliori quelli che esigono meno. Una valutazione dei docenti che venga formulata congiuntamente
(in proporzioni da stabilire) da alunni, genitori e colleghi dello stesso consiglio di classe, sarà probabilmente assai attendibile.

Terzo punto: Biblioteche e tecnologia. La qualità della biblioteca di una scuola è il segno più eloquente del valore che quella scuola dà alla lettura, all'autonomia dell'insegnante, all'aggiornamento. Un bravo bibliotecario; una collezione invitante, funzionale e aggiornata di libri e riviste; la presenza di computer con accesso ad internet; tutto questo ci dice che dirigente ed insegnanti credono che apprendere sia qualcosa di più che la semplice memorizzazione di dati da un testo; che la diversità di idee ed opinioni è importante; che la lettura è qualcosa di fondamentale ma anche piacevole.
Ahia! Sentite anche voi una leggera fitta alla milza?

Nelle scuole di cui ho esperienza, le biblioteche erano alternativamente o grossi e sporchi ripostigli dove libri antiquati e riviste polverose erano ammonticchiati alla rinfusa, oppure santuari asettici ed ordinatissimi dove i libri, allineati sottochiave in vetrina, inaccessibili come armi o veleni, svolgevano una funzione estetica, di rappresentanza.

Biblioteche di serie A o B: in ambedue le categorie i ragazzi, naturalmente, si guardavano bene dal mettere mai piede.

Quanto ai pc, nei rari casi in cui erano collegati ad internet, la totale assenza di filtri e controlli li rendeva subito inutilizzabili per il totale intasamento di virus, adware, programmi strani e porcherie di ogni genere.

Che tristezza.


Quarto punto: Offerta di attività facoltative ed extracurricolari. Quel che succede in classe è importante. Ma lo è anche ciò che accade nelle altre 18 ore del giorno. Voglio per i miei figli scuole elementari che offrano attività orientate allo sviluppo di capacità sociali (social skills) ed interessi personali. Voglio scuole secondarie ricche di proposte di arte, sport, educazione tecnica, musica, servizi alla comunità, per sviluppare i talenti personali, le capacità di leadership, e far vivere l'orgoglio dei risultati raggiunti.
Questo è un punto controverso.

Nelle scuole italiane esiste, credo, un buon ventaglio di offerte extracurricolari, tutto sommato.
Quello che mi sembra mancare, in molti casi, è un progetto, un criterio, un'idea d'insieme, che guidi la scelta nel proporre queste attività. Così poi sarà anche possibile una valutazione critica dei risultati raggiunti.

Spesso invece si tratta solo di riempitivi, passatempi: "tanto per non tenerli in strada".

O peggio, pretesti per far guadagnare soldi a qualche buontempone dotato di competenze molto approssimative.

E' troppo poco.
Doug giustamente sottolinea le finalità, gli obiettivi di queste attività. Bisognerebbe partire da qui.

Quinto punto: Impegno nella formazione del personale. Esiste una quantità enorme di ricerca scientifica sulle buone pratiche nell'insegnamento e nella scuola in generale. Studi sul funzionamento del cervello, prassi ripensate criticamente, studio sistematico di come lavorano gli studenti, strategie per gli studenti svantaggiati, sono solo alcuni esempi di studi innovativi che possono avere un impatto positivo sul modo di insegnare. Ma nulla di tutto questo servirà a qualcosa, se resterà chiuso nelle università o nelle riviste specializzate. Le buone scuole danno la priorità, nei loro bilanci, a formare i docenti su come migliorare le proprie tecniche. Portereste vostro figlio da un medico che non cura il proprio aggiornamento?
Ahia, ahia! Di nuovo quelle fitte.

Noi insegnanti italiani siamo una razza innamorata della nostra autonomia. E teniamo molto anche al nostro tempo libero, magra consolazione di stipendi assai modesti.

Ma non si può negare che, come per un medico, è necessario per noi studiare sempre. Ed infatti moltissimi fra noi usano già quel tempo libero studiando, aggiornandosi!

Certo, le ore di formazione dovrebbero essere retribuite.

E
bisognerebbe garantire in qualche modo l'eccellenza della qualità da parte dei formatori: in passato abbiamo avuto troppe delusioni, a questo proposito.

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venerdì 20 giugno 2008

Di cosa parliamo quando parliamo di immigrazione

Quest'anno gli allievi della scuola stanno studiando Alessandro Magno; l'obiettivo è quello di rivivere il viaggio che fece in Oriente, partendo dalla Grecia per arrivare battaglia dopo battaglia fino in Afghanistan, dove si pensava finisse il mondo. (...)

Tra gli allievi, neanche a farlo apposta, c'è un ragazzo nato a Kandahar, cittadina a nord di Kabul, vicino alle famose montagne dove attualmente si nascondono i talebani. Costui era vissuto per un certo periodo in Iran insieme ai genitori, che si erano trasferiti a Teheran in cerca di lavoro. In quello Stato se non sei iraniano non hai diritto ad avere i documenti e non puoi andare nemmeno a scuola.
Purtroppo, dopo appena tre anni sono costretti a tornare in patria perchè nel frattempo suo padre aveva perso il lavoro . (...)

In Afghanistan la sua famiglia, essendo di etnia azera, non era ben vista dall'etnia pashtun dei talebani, e il loro ritorno a Kandahar fu particolarmente traumatico. Il governo dei talebani infatti aveva sequestrato la loro casa e tutta la terra intorno. Trovarono, per vivere, una specie di baracca fatta di terra, senza gas per cucinare e senza energia elettrica. Ma il vicinato non li voleva perchè se n'erano andati in Iran, e spesso facevano loro molti dispetti lanciando pietre sulla loro baracca.

Mohamed (chiamiamolo così) non ce la fa più, ha voglia di studiare e di riscattarsi. Gli anziani riescono a sopravvivere, ma i giovani non hanno alcun futuro davanti a sè. Una sera, pur avendo solo 15 anni, decide di parlare con suo padre per informarlo che andrà via, in Europa. Vuole diventare un bravo orafo e per questo aveva già cominciato a lavorare in Iran presso un laboratorio dove era riuscito a metetere insieme 500 real, che corrispondono più o meno a 200 euro. Consegna l'intera somma a un tizio che organizza il viaggio in clandestinità.

Una mattina, verso le quattro, parte insieme ad altri giovani di varie nazionalità: cinesi, curdi, iracheni e afghani, un centinaio in tutto. Stipati dentro un camion raggiungono la Turchia, dove scendono e attraversano a piedi le montagne in pieno inverno. Qui il viaggio si fa duro, molto duro. Si uniscono al gruppo anche molte famiglie con bambini piccoli. Camminano sui monti per ben 16 giorni, in mezzo alla neve alta, e solo di notte, per paura di essere scoperti.

Durante il tragitto vede purtroppo morire un uomo che teneva in braccio suo figlio di appena 5 anni, immediatamente preso in braccio dalla madre. L'unico modo perchè non soffra il freddo è quello di stringerlo forte al petto e di nasconderlo sotto il maglione della povera mamma. Ma anche lei non ce la fa, e dopo un po' si ammala gravemente, forse di polmonite. Chede a Mohamed di portare in salvo suo figlio e di essere lasciata lì. Il nostro allievo porta in salvo il piccolo che affida, alla fine della traversata sulle montagne, a una donna incontrata per caso in una cittadina turca, con la preghiera di crescerlo e di educarlo come se fosse suo figlio, avendolo promesso ai suoi genitori. Poi, con un gommone, arriva fino in Grecia.

L'imbarcazione è piccola, e lui, essendo afghano, non ha mai visto il mare. Lo vede per la prima volta nella sua vita quella notte, in mezzo a una tempesta. Gli sembra di essere precipitato all'inferno. Due uomini, di cui uno molto giovane, cadono in mare e non vengono ripescati. Lui vomita più volte, sta male, è terrorizzato, poi finalmente la terra di un'isoletta greca.

Da lì un camion fa salire in incognito circa 150 persone a bordo, tutti in piedi, uno addosso all'altro. Il camion sale su una nave mercantile dove resta fermo due giorni senza che nessuno dei traportati possa scendere. La destinazione è Venezia. Sbarca di notte e rimane folgorato: finalmente è in Europa, il suo sogno. (...)

Lì la polizia scopre i clandestini che vengono schedati e fatti alloggiare presso una casa famiglia. Mohamed è scosso e scappa come una lepre, infilandosi nel primo treno che trova in stazione. Dopo un giorno riesce ad arrivare a Roma, scende alla stazione Termini e dorme sfinito su una panchina. Lì la notte viene picchiato da due barboni che volevano derubarlo. La polizia lo trova la mattina dopo e lo manda alla Città dei Ragazzi in via della Pisana. Viene finalmente a sapere del centro Elis e della nostra scuola di oreficeria.

Mi ha raccontato più volte che la cosa che lo ha fatto soffrire molto non è stata tanto la durezza e la fatica a volte disumana del viaggio nè la povertà di Kandahar, la sua città natale, ma il fatto di non avere i documenti e non poter dimostrare agli altri la propria identità.

da "I ragazzi di via Sandri", di Pierluigi Bartolomei, ed. Ares 2008.

lunedì 2 giugno 2008

Un fantastico piccolo video di biologia molecolare

DNA - Wikimedia Commons
Una prof può anche commuoversi, davanti a un video come questo.
Io mi commuovo - e mi arrabbio, anche - davanti alla sproporzione fra la dovizia di potenzialità offerte alla scuola attuale, e l'infima misura con cui la scuola italiana ne usufruisce.
"Da grandi poteri derivano grandi responsabilità" (Spiderman). 

Forse è per questo, ahimè, che a volte preferiamo non conoscere neanche tutte le cose meravigliose che si potrebbero fare a scuola.
P.S. appello ai tech-savvy in ascolto: come potrei fare per "doppiare" questo filmato in italiano?
P.S.2 - Ho trovato il video in un blog anglofono di cui ho perso l'indirizzo. Mi scuso con gli autori del blog. Continuo a scorrazzare su e giù per il mio feed reader, magari lo ritrovo.


domenica 1 giugno 2008

Per fare scuola "web 2.0" non serve sempre un computer...

Un'idea semplice e carina "rubata" da un blog:
da: How to bring web 2.0 techniques into the classroom | BlogHer - Ho provato a usare un approccio in stile Wikipedia nella mia classe, la scorsa settimana (...). Nella lezione precedente avevamo discusso diverse teorie motivazionali. [Quel giorno] ho diviso la classe in squadre, ho assegnato una diversa teoria motivazionale a ogni squadra, e ho chiesto loro di scrivere sulla lavagna [divisa in settori] tutto ciò che ricordavano su quella teoria (...). Dopo qualche minuto, ogni squadra doveva passare al settore di un'altra squadra, e con un pennarello di colore diverso, doveva segnare tutto ciò che la squadra precedente aveva scritto che non trovavano corretto, ed aggiungere tutto ciò che ritenevano opportuno. Ho ripetuto il giro altre due volte, e infine abbiamo ridiscusso le teorie.

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