lunedì 26 maggio 2008

Mastrocola (2): ideologie e recuperi


(...) La degenerazione che ha subito la scuola dopo il Sessantotto è stato frutto di un tradimento di ideali buoni, o erano quegli stessi ideali ad avere in sé il germe di questa negatività?
È stato purtroppo l’insistere su quei principi che erano buoni, ma che sono inattuali oggi. Ci sono molti miei colleghi che dicono: «dobbiamo portare i ragazzi al sei, portare tutti alla sufficienza, dobbiamo facilitare i compiti e le lezioni, perché i ragazzi non tornino sulla strada». Questo è un messaggio pericoloso. La scuola del Sessantotto ha voluto giustamente portare tutti a scuola; però il problema è che io non dovevo abbassare così tanto il livello scolastico con lo spauracchio che altrimenti i ragazzi tornano in strada. Questo è una specie di ricatto, di auto-ricatto, molto ideologico. L’ideologia, secondo me, è proprio una delle ragioni dello sfascio della scuola oggi; e, paradossalmente, continua ad esserlo oggi che le ideologie sono morte.
Concordo sul fatto che quando si dà alla scuola un fine improprio, anche se buono, si fanno danni. Non si può fare scuola “per” tenere un ragazzo lontano dalla strada. La scuola deve dargli ben altro che un luogo per passare il tempo in modo relativamente sicuro. La scuola (insieme alle altre entità educative) deve farne un uomo libero, che è ben di più.
Eppure uno degli obiettivi che deve prefiggersi la scuola non è proprio quello di evitare la dispersione, aiutando coloro che trovano difficoltà nel proprio percorso?Il vero problema è che si continua a dire, sull’onda dell’ideologia “sessantottesca”, che la scuola deve difendere i deboli. Ma chi sono oggi i deboli? Secondo me, e ho cercato di dirlo con i miei libri, forse sono i “bravi” i veri deboli, gli indifesi della scuola di oggi. Adesso, da una decina d’anni, c’è una scuola basata sul concetto di recupero, e con il ministro Fioroni lo è stato ancora di più. Tutte le scuole italiane stanno facendo una doppia scuola: quella del mattino, e quella del pomeriggio per il recupero. Tutto questo è stare dalla parte di chi non studia, di chi non apre un libro, ed è invece a tutto svantaggio dei bravi, che si sentono ripetere sempre le stesse lezioni. Questa è proprio una gran brutta eredità del Sessantotto!
Non ho commentato prima d’ora il grande can-can dei debiti e dei recuperi, che Fioroni ci ha lasciato, perché era cosa troppo convulsamente attuale per poterne ragionare con serenità.

Ma ora non posso proprio più tenermelo dentro, quel che penso: al di là di tutte le difficoltà logistiche, le contraddizioni di un recupero imposto, eccetera eccetera, trovo assurdo che si istituzionalizzi la necessità di recuperi strutturati al di fuori della normale attività didattica, perché questo equivale a dare per scontato che nella normale attività didattica un insegnante non può/non vuole/non sa “portarsi dietro” anche gli alunni in difficoltà.

Come se noi lavorassimo stile università: entro in classe faccio la mia lezione e me ne vado, chi ha capito bene e gli altri s’impicchino.

Io mi sono sentita offesa sul piano personale da un simile assunto. E stra-offesa dall’ingiunzione di porre rimedio a tale mostruosa deficienza professionale attuando ridicoli corsettini pomeridiani, improvvisati alla bell’e meglio.
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