domenica 25 maggio 2008

Mastrocola (1): la scuola dal '68 ad oggi

Riporto un’intervista a Paola Mastrocola trovata qui. E dico anch’io la mia, qua e là, molto modestamente. Intervista in verde, miei commenti in nero.
Il Sessantotto a scuola: i disastri del “buonismo” - C’è un metodo molto semplice per evitare la deriva nostalgica o reazionaria nelle rievocazioni del Sessantotto: basta guardare all’oggi. Concentrarsi, cioè, su quelle che sono le conseguenze, nella società attuale, di quel grande movimento di protesta che ha segnato la nostra storia recente. I ragazzi che vanno adesso a scuola, ad esempio, oltre a riprodurre stereotipi come le continue “okkupazioni”, che cosa hanno ereditato, di positivo o di negativo, da quei fatti accaduti quando ancora non erano nati? Ne parliamo con Paola Mastrocola, insegnante, scrittrice, vincitrice del Premio Campiello 2004, nota per i suoi giudizi spesso controcorrente nel parlare di scuola, di giovani, di educazione.

Si parla spesso di una scuola “prima” e “dopo” il Sessantotto: ma in cosa consiste veramente questa rivoluzione che avrebbe travolto il nostro sistema scolastico?
La scuola prima del Sessantotto era pensata per le élite; dopo, invece, è nata la scuola di massa. La scuola di prima era meritocratica; quella dopo non lo è più. Dovendo esprimere un giudizio, il problema è proprio che la scuola dopo il Sessantotto non è più né di classe, né meritocratica. Si sono affondate entrambe le cose, di cui però una, la meritocrazia, era decisamente positiva. Io ho ancora impresso il ricordo di insegnanti di liceo che a fine trimestre chiedevano a noi che voto mettere in pagella. Un atteggiamento come questo implica la distruzione dello studio, del merito e dell’autorità. Tre cose importantissime, che sono cadute proprio dopo il Sessantotto. Il problema del merito viene affrontato da molti, in questo periodo.

Ma ci può essere una scuola di massa che sia anche scuola che premia il merito?
Effettivamente va un po’ di moda, adesso, dire che si è meritocratici. Non so se sia un’utopia, ma a me piacerebbe una scuola che avesse un livello molto alto, che chieda moltissimo ai giovani (molto studio, molto impegno, molta concentrazione) e che chieda molto anche agli insegnanti, in termini di preparazione e di passione. Una vera grande scuola. Fissato questo, allora sì mi piacerebbe che si aiutassero i deboli, soprattutto i deboli economicamente. Quello che mancava nella scuola di una volta era l’aiuto a quei ragazzi meritevoli, che avessero però alle spalle famiglie non all’altezza. Se noi aggiungessimo questo, senza però abbassare il tiro, avremmo fatto molto. Una strada evidentemente molto lunga.
Già: si parla molto di meritocrazia, ultimamente. Credo che sia un modo molto antipatico di chiamare una cosa molto necessaria. Nella scuola, però, parlare di merito vuol dire parlare di valutazione. E questo sì che è un tema spinoso. Perché per valutare bisogna avere in mente un paradigma, un “optimum” , degli obiettivi chiari a cui commisurare i risultati ottenuti. E nella generale crisi d’identità della scuola italiana, la cosa meno chiara che abbiamo sono proprio gli obiettivi.
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