venerdì 30 maggio 2008

Bye-bye (il gavettone di fine anno)


Che malinconia lasciare i miei alunni. Ecco-l'ho-detto! Mi fa tristezza, veramente.

Proprio ora che cominciavamo a divertirci, con quelli di seconda, che dall'anno prossimo non faranno più scienze. Mi mangio le mani al pensiero di tutte le cose che volevo fare, e di cui volevo parlare con loro, e non ho fatto in tempo...

Proprio ora che stavo cominciando a capire quelli di prima (e che avevo finalmente imparato tutti i nomi!!). L'anno prossimo avranno un'altra prof, chissà se si diverte ad insegnare, chissà se spiegherà la sintesi proteica, chissà se parlerà degli OGM, dell'alcolismo, di questo e quell'altro dei miei "pallini" ...

La verità è che nessuno di noi è indispensabile: solo un pochino utile, se proprio ce la mette tutta.

Ed è faticoso (anche se salutare), in certi momenti, guardare in faccia la nostra assoluta sostituibilità.

martedì 27 maggio 2008

Mastrocola (3): la scuola per tutti

È dunque attuabile il progetto di una scuola per tutti, che non sia una scuola abbassata al livello dei cosiddetti "lavativi"? Può essere un progetto, o è semplice utopia?
Io mi limito a dire questo: può esistere in astratto una scuola per tutti? Io posso dire che quando ho di fronte almeno un terzo di ogni classe di ragazzi che non hanno la minima voglia di studiare, me lo chiedo. Stiamo facendo la cosa giusta? Anche il fatto di innalzare l'obbligo, siamo convinti che sia una cosa giusta? Siamo convinti che dobbiamo forzare tutti a studiare? E se lo studio fosse invece una cosa, non dico per pochi, ma non per tutti? Direi che non c'è alcun male se qualcuno si dedica ad arti pratiche.

Basterebbe, ad esempio, riconoscere alla formazione professionale il valore di assolvimento dell'obbligo scolastico…
Certamente. Io penso che siamo entrati in una strada senza uscita se pensiamo per i nostri figli che l'unica scuola, la "migliore", sia il liceo classico. Noi dobbiamo arrivare, cambiando la nostra mentalità (e qui la scuola non c'entra, c'entrano le famiglie) a pensare che un figlio può essere una persona stupenda e avere una carriera professionale, sia che faccia il liceo, sia che faccia un'altra strada. Tra l'altro, studiare contro la propria volontà è fonte di infelicità e di frustrazione. In nome del mitico obbligo, la scuola sta forzando la natura degli esseri umani.
D'accordissimo che un certo modo di studiare non sia per tutti. Insegno in un istituto professionale e ho le classi piene di ragazzi che muoiono di noia a stare seduti dalle otto alle tre, ad ascoltare - si fa per dire - discorsi e poi ancora discorsi, mentre vorrebbero fare, disfare, fabbricare, pasticciare, disegnare, smontare e rimontare. (E infatti passo il tempo a sequestrargli accendini con cui hanno tentato di fondere le biro, taglierini con cui hanno scolpito le lattine di tè, mille ammennicoli in cui tentano infantilmente di sfogare la propria creatività repressa.)
Ma non sono d'accordo con chi vorrebbe sostituire, per questi ragazzi, la scuola "vera" con i corsi professionali. Questi ultimi li conosco bene, ci ho anche insegnato per anni, ce ne sono di pessimi e di meravigliosi, ma non è questo il punto.
Penso che tutti i ragazzi abbiano diritto a conoscere Dante e Leopardi, le equazioni di secondo grado e la Costituzione, la prima guerra mondiale e i vulcani, anche se hanno una potente attitudine alla manualità.
Penso che stia a noi insegnanti raccogliere la sfida, e inventare un modo di fare scuola - fare cultura - con loro: un modo adeguato al loro modo di essere. Difficile, difficilissimo: certo! Ma è affar nostro. Questi ragazzi non devono essere puniti con una condanna all'ignoranza (perchè di questo si tratta) per la loro attitudine a "pensare con le mani".

lunedì 26 maggio 2008

Mastrocola (2): ideologie e recuperi


(...) La degenerazione che ha subito la scuola dopo il Sessantotto è stato frutto di un tradimento di ideali buoni, o erano quegli stessi ideali ad avere in sé il germe di questa negatività?
È stato purtroppo l’insistere su quei principi che erano buoni, ma che sono inattuali oggi. Ci sono molti miei colleghi che dicono: «dobbiamo portare i ragazzi al sei, portare tutti alla sufficienza, dobbiamo facilitare i compiti e le lezioni, perché i ragazzi non tornino sulla strada». Questo è un messaggio pericoloso. La scuola del Sessantotto ha voluto giustamente portare tutti a scuola; però il problema è che io non dovevo abbassare così tanto il livello scolastico con lo spauracchio che altrimenti i ragazzi tornano in strada. Questo è una specie di ricatto, di auto-ricatto, molto ideologico. L’ideologia, secondo me, è proprio una delle ragioni dello sfascio della scuola oggi; e, paradossalmente, continua ad esserlo oggi che le ideologie sono morte.
Concordo sul fatto che quando si dà alla scuola un fine improprio, anche se buono, si fanno danni. Non si può fare scuola “per” tenere un ragazzo lontano dalla strada. La scuola deve dargli ben altro che un luogo per passare il tempo in modo relativamente sicuro. La scuola (insieme alle altre entità educative) deve farne un uomo libero, che è ben di più.
Eppure uno degli obiettivi che deve prefiggersi la scuola non è proprio quello di evitare la dispersione, aiutando coloro che trovano difficoltà nel proprio percorso?Il vero problema è che si continua a dire, sull’onda dell’ideologia “sessantottesca”, che la scuola deve difendere i deboli. Ma chi sono oggi i deboli? Secondo me, e ho cercato di dirlo con i miei libri, forse sono i “bravi” i veri deboli, gli indifesi della scuola di oggi. Adesso, da una decina d’anni, c’è una scuola basata sul concetto di recupero, e con il ministro Fioroni lo è stato ancora di più. Tutte le scuole italiane stanno facendo una doppia scuola: quella del mattino, e quella del pomeriggio per il recupero. Tutto questo è stare dalla parte di chi non studia, di chi non apre un libro, ed è invece a tutto svantaggio dei bravi, che si sentono ripetere sempre le stesse lezioni. Questa è proprio una gran brutta eredità del Sessantotto!
Non ho commentato prima d’ora il grande can-can dei debiti e dei recuperi, che Fioroni ci ha lasciato, perché era cosa troppo convulsamente attuale per poterne ragionare con serenità.

Ma ora non posso proprio più tenermelo dentro, quel che penso: al di là di tutte le difficoltà logistiche, le contraddizioni di un recupero imposto, eccetera eccetera, trovo assurdo che si istituzionalizzi la necessità di recuperi strutturati al di fuori della normale attività didattica, perché questo equivale a dare per scontato che nella normale attività didattica un insegnante non può/non vuole/non sa “portarsi dietro” anche gli alunni in difficoltà.

Come se noi lavorassimo stile università: entro in classe faccio la mia lezione e me ne vado, chi ha capito bene e gli altri s’impicchino.

Io mi sono sentita offesa sul piano personale da un simile assunto. E stra-offesa dall’ingiunzione di porre rimedio a tale mostruosa deficienza professionale attuando ridicoli corsettini pomeridiani, improvvisati alla bell’e meglio.

domenica 25 maggio 2008

Mastrocola (1): la scuola dal '68 ad oggi

Riporto un’intervista a Paola Mastrocola trovata qui. E dico anch’io la mia, qua e là, molto modestamente. Intervista in verde, miei commenti in nero.
Il Sessantotto a scuola: i disastri del “buonismo” - C’è un metodo molto semplice per evitare la deriva nostalgica o reazionaria nelle rievocazioni del Sessantotto: basta guardare all’oggi. Concentrarsi, cioè, su quelle che sono le conseguenze, nella società attuale, di quel grande movimento di protesta che ha segnato la nostra storia recente. I ragazzi che vanno adesso a scuola, ad esempio, oltre a riprodurre stereotipi come le continue “okkupazioni”, che cosa hanno ereditato, di positivo o di negativo, da quei fatti accaduti quando ancora non erano nati? Ne parliamo con Paola Mastrocola, insegnante, scrittrice, vincitrice del Premio Campiello 2004, nota per i suoi giudizi spesso controcorrente nel parlare di scuola, di giovani, di educazione.

Si parla spesso di una scuola “prima” e “dopo” il Sessantotto: ma in cosa consiste veramente questa rivoluzione che avrebbe travolto il nostro sistema scolastico?
La scuola prima del Sessantotto era pensata per le élite; dopo, invece, è nata la scuola di massa. La scuola di prima era meritocratica; quella dopo non lo è più. Dovendo esprimere un giudizio, il problema è proprio che la scuola dopo il Sessantotto non è più né di classe, né meritocratica. Si sono affondate entrambe le cose, di cui però una, la meritocrazia, era decisamente positiva. Io ho ancora impresso il ricordo di insegnanti di liceo che a fine trimestre chiedevano a noi che voto mettere in pagella. Un atteggiamento come questo implica la distruzione dello studio, del merito e dell’autorità. Tre cose importantissime, che sono cadute proprio dopo il Sessantotto. Il problema del merito viene affrontato da molti, in questo periodo.

Ma ci può essere una scuola di massa che sia anche scuola che premia il merito?
Effettivamente va un po’ di moda, adesso, dire che si è meritocratici. Non so se sia un’utopia, ma a me piacerebbe una scuola che avesse un livello molto alto, che chieda moltissimo ai giovani (molto studio, molto impegno, molta concentrazione) e che chieda molto anche agli insegnanti, in termini di preparazione e di passione. Una vera grande scuola. Fissato questo, allora sì mi piacerebbe che si aiutassero i deboli, soprattutto i deboli economicamente. Quello che mancava nella scuola di una volta era l’aiuto a quei ragazzi meritevoli, che avessero però alle spalle famiglie non all’altezza. Se noi aggiungessimo questo, senza però abbassare il tiro, avremmo fatto molto. Una strada evidentemente molto lunga.
Già: si parla molto di meritocrazia, ultimamente. Credo che sia un modo molto antipatico di chiamare una cosa molto necessaria. Nella scuola, però, parlare di merito vuol dire parlare di valutazione. E questo sì che è un tema spinoso. Perché per valutare bisogna avere in mente un paradigma, un “optimum” , degli obiettivi chiari a cui commisurare i risultati ottenuti. E nella generale crisi d’identità della scuola italiana, la cosa meno chiara che abbiamo sono proprio gli obiettivi.

sabato 24 maggio 2008

Todos caballeros

In Germania, l'ultimo posto da cui me lo sarei aspettato, stanno pensando di non valutare più, per non bocciare più (per ragioni di economia): todos caballeros, come si dirà in tedesco?

Copio l'articolo da qui:

Berlino - L'istruzione tedesca sembra voler imboccare una nuova strada, che certamente farà discutere: bocciare (e di conseguenza finanziare ripetizioni e classi di ripetenti, e permanenza più lunga degli studenti nelle scuole superiori) costa troppo. Tant'è che una tacita direttiva proveniente dai vertici vieterebbe la bocciatura. Lo studente considerato come fattore economico, l'attenzione che scivola dalla persona al bilancio. Come accadeva quarant'anni fa in Italia, quando il '68 rivendicava il blocco delle bocciature e la sufficienza garantita per tutti in barba alla meritocrazia.

L'ordine viene dall'alto, con e-mail dei ministeri della Pubblica istruzione dei sedici Stati della federazione tedesca, visto che non c'è un ministero nazionale. Il linguaggio delle e-mail è ostico burocratese, parla di "ottimizzare i risultati", di "verificare in quali scuole si boccia di più", e così via. Decriptato il messaggio, spiegano gli insegnanti, il significato è chiaro: non bocciare, o bocciare il meno possibile. Insomma, rieccoci a quaranta o trent'anni fa, alle idee estremiste: promozione garantita, allora in nome del no alle gerarchie, oggi in nome dei tagli ai costi.

L'esagerata selettività del sistema scolastico tedesco avrebbe dunque portato i politici, spalleggiati dall' Ocse, l'organizzazione delle Nazioni Unite per la cooperazione e lo sviluppo economico, a siffatta raccomandazione: non bocciate, ogni bocciatura a causa dei costi di ripetizioni e classi supplementari vuol dire soldi sottratti al bilancio dell'istruzione. Messi alle strette dai poteri politici, presidi e professori in Germania si adattano inflessibili. Le peggiori insufficienze vengono corrette. Dal docente, o dal preside se il docente è in disaccordo. Così la media annuale delle bocciature è già vistosamente calata: dal 3,2 per cento degli studenti nel Duemila ad appena il 2,4 per cento l'anno scorso.

Ma alcuni dei Bundeslaender, i sedici Stati della federazione, si spingono più in là. Berlino, capitale ma anche città-Stato, governata dalle sinistre, ha deciso che è possibile per gli insegnanti rinunciare a dare voti agli studenti fino all'ottavo anno scolastico. I voti discriminano, aprono troppo rischio di alzare muri tra candidati alla promozione e alla bocciatura. Tale concezione è bipartisan: nella ricca, borghesissima Amburgo, un'altra città-Stato, il governatore democristiano e i suoi alleati Verdi hanno concordato che fino al decimo anno scolastico nelle scuole pubbliche non si boccia.

Chi meriterebbe i voti peggiori si vede dunque aiutato senza sforzi dal corpo insegnante per direttiva, instaurando oltretutto un deleterio circolo vizioso poichè gli studenti si disimpegnano, si sforzano di meno, certi di passare comunque. I professori che vorrebbero continuare con la severità per incoraggiare di più i ragazzi a imparare, rischiano inoltre sanzioni dure e la loro unica arma è rilasciare interviste, ovviamente sotto falso nome e senza foto.

E ora chi glielo dice, ai nostri alunni?! Pensate cosa succederà quando lo scopriranno.

A parte gli scherzi, davvero qui è in questione l'idea stessa di scuola così come l'abbiamo sempre pensata. Non so se bocciare di per sè sia così necessario. (Vedi un'interessante messa-in-questione dell'utilità della bocciatura qui).

Ma la promozione garantita, senza voti, senza un livello a cui sforzarsi di arrivare... davvero non riesco a immaginare una scuola così.

Una scuola dove un maestro non può più dire: voglio portarvi da qui a là, voglio che fra un po' di tempo sappiate cose nuove, capiate di più, siate diversi, siate migliori e più liberi.

Mah.

domenica 18 maggio 2008

Esame di coscienza professionale

Que contesto .... by Linda@BCN
Que contesto .... a photo by Linda@BCN on Flickr.
Seconda metà di maggio. Tempo di bilanci. Insegno nel biennio, quindi non ho esami in vista ad oggettivare la qualità del lavoro svolto. Sta tutto a me, il giudizio. E non è facile.


Sono un'insegnante molto più scadente di quella che fluttua nelle mie fantasie. 


Soprattutto in termini di rispetto del planning: ho concesso troppo all'improvvisazione, con la scusa che così restavo più fedele ai mutevoli interessi dei ragazzi. Una bugia detta a me stessa: in realtà improvvisare è stato spesso un modo per
  1. fuggire la frustrazione di non aver trovato un modo interessante di spiegare un argomento difficile;
  2. rimediare a una mancanza di preparazione, per un accumulo di issues della sfera privata-familiare (questo benedetto lavoro nostro, che ci segue a casa, mescolandosi a lavatrice, spesa, figli, gatta...);
  3. rispondere a una sfilacciatura del mio controllo sulla classe, soprattutto quando ero stanca, preoccupata, malaticcia;
insomma, incontravo qualche difficoltà e per tutta risposta abbassavo l'asticella, cambiavo argomento... abbozzavo.

La mia intenzione non è la flagellazione penitenziale pubblica, tuttavia. Vorrei invece arrivare a capire come non cascarci nuovamente, in avvenire. Perchè è ovvio che anche l'anno prossimo dovrò fare sempre i conti con le stesse difficoltà. Ma non voglio rassegnarmi alla stessa deriva.

Come fare? Sono a corto di idee.

mercoledì 7 maggio 2008

In un altro mondo

Avrebbero dovuto avvertirmi. Ehi, Mac, la tua vita - trent'anni di vita, Mac - sarà tutta così, scuola, scuola, scuola, ragazzi, ragazzi, ragazzi, compiti, compiti, compiti, leggi e correggi, leggi e correggi montagne di compiti che si accumulano a scuola, a casa, giornate e nottate intere a leggere storie, poesie, diari, biglietti d'addio di aspiranti suicidi, invettive, giustificazioni, commedie, temi, perfino romanzi, tutti frutti del lavoro di migliaia - e dico migliaia - di adolescenti newyorkesi, più qualche centinaio di studenti lavoratori, e così passeranno gli anni, anni in cui non avrai mai tempo di leggere Graham Greene o Dashiell Emmett, Francis Scott Fitzgerald o il caro P.G. Wodehouse oppure il tuo beniamino, il signor Jonathan Swift. Diventerai cieco a forza di leggere Joey e Sandra, Tony e Michelle, le loro piccole ambasce, passioni ed estasi. Montagne di ragazzate, Mac. Se ti aprissero la testa ti troverebbero migliaia di teenager arrampicati sul cervello. A giugno di ogni anno si diplomano, poi crescono, lavorano e fanno strada. Fanno figli, Mac, figli che un giorno verranno da te per studiare l'inglese, e quando ti troverai davanti l'ennesimo quadrimestre di Joey e di Sandra, di Tony e di Michelle, ti sorgerà spontanea la domanda: E' tutto qui? Possibile che sia questa la mia realtà per venti, trent'anni? Sì, è possibile, e ricordati: se questa è la tua realtà, tu sei uno di loro: un teenager. Vivi in due mondi, Mac. Passi con loro un giorno dopo l'altro e non capisci che effetto ha questa convivenza sulla tua testa. Teenager per sempre. Arriverà giugno e ciao, ciao, prof, è stato bello conoscerti, a settembre viene da te mia sorella. Ma c'è un altro risvolto, Mac. In classe succede sempre qualcosa. La classe ti mantiene attento, ti tiene la mente fresca. Non invecchierai mai. L'unico pericolo è che potresti avere per sempre la testa di un adolescente. E quello, Mac, è un problema serio. Ti abitui a parlare con i ragazzi mettendoti al loro livello, poi vai a farti una birra al bar e ti scordi come si parla con gli amici. Gli amici ti guardano. Ti guardano come se fossi appena arrivato da un altro pianeta e hanno ragione. Passare giorno dopo giorno in aula, Mac, significa vivere in un altro mondo.
da "Ehi, prof!" di Frank McCourt, ed.Adelphi.

sabato 3 maggio 2008

C'è sempre una prima volta...

...diceva una mia amica, ed eccomi qui col mio primo meme. Che in realtà è un concetto piuttosto raffinato, ma per i bloggari è semplicemente un gioco, una catena di sant'Antonio virtuale, che ha la doppia funzione di vivacizzare i blog con qualche piccola nota personale e giocosa, e di far conoscere altri blog di cui si ha stima.
Ho ricevuto dal blog Matem@ticamente l'invito gentilissimo a partecipare, ed eccomi qua. Le regole del gioco sono:

  • Indicare il blog che vi ha nominato con annesso link (fatto!)
  • Descrivere le regole di svolgimento (fatto!)
  • Scrivere 6 cose che si preferisce fare (mo' lo faccio...)
  • Nominare altri 6 blog tramite i quali dovrebbe proseguire il meme (ah sì, ce li ho già in mente... ih ih ih)
  • Lasciare un commento su tutti e 6 i blog appena citati (come diceva mio papà, honneur et plaisir)
Ora per il punto tre dell'ordine del giorno... a me piace...
  1. ascoltare gli U2, i Waterboys, i Chieftains (ma anche Bach), soprattutto in cuffia
  2. trapiantare, rinvasare, seminare, pasticciare con le mie piante in balcone
  3. creare presentazioni per i miei alunni (solo che ci metto così tanto a farle che nel frattempo loro si diplomano, si laureano, trovano un lavoro e vanno pure in pensione...)
  4. collezionare foto, soprattutto ritratti di sconosciuti e fiori di plumeria, scovate in giro per la rete
  5. cucinare l'unica torta che so davvero fare (una ciambella infallibile, ma anche caloricamente devastante)
  6. leggere i miei blog-amici... e naturalmente bloggare!
Il testimone passa quindi ai seguenti blog:
  1. Prof 2.0
  2. Sala Docenti
  3. Vocescuola
  4. Lo scarrozzo
  5. QuickTips
  6. Vita da Prof
... ed ora, buona esplorazione!
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