lunedì 28 aprile 2008

Elèves numériques, mutanti, digital natives... o solo ragazzini?

da TuttoscuolaNEWS n. 341 - Francia: Come impara l'élève numérique - La copertina e il dossier del numero di aprile del mensile Le Monde de l'éducation (www.lemonde.fr/mde) sono dedicati all'analisi dei modi di apprendere di quella che viene denominata Génération Digital Natives, costituita dai bambini delle ultime generazioni, quelli che non hanno conosciuto il mondo pre-internet.
Era ora che se ne parlasse anche in Italia! se date un'occhiata alla lista interminabile di blog stranieri sull'educazione (quasi tutti americani) che ho raccolto nella colonna di sinistra, beh, praticamente non parlano d'altro. Ora che ne parlano anche i francesi allora ce ne accorgiamo, che c'è un problema? che le teste dei ragazzini sono fatte in un altro modo? Forse finora le consideravamo "americanate"?
I "digitali nativi", secondo alcuni studiosi che vengono citati e intervistati nel dossier, apprendono in modo diverso (Marc Prensky ne parla come di "mutanti") perché le loro connessioni cerebrali risentono della lunga e precoce esposizione a internet e ai prodotti multimediali. Questo fa sì che essi, a differenza degli adulti, possano svolgere più compiti contemporaneamente, come seguire un film e nello stesso tempo chattare in internet e fare un esercizio di matematica.
Non è che l'esposizione ad internet e tutto il resto faccia qualcosa di strano alle connessioni cerebrali. (Detto così sembra Chernobyl, accidenti, fa paura.) Il fatto è che TUTTO, ogni esperienza, plasma un cervello in età evolutiva (e non solo). Quindi si tratta semplicemente di una diversità di addestramento del pensiero, analoga alla diversità che ci può essere fra ragazzini di città e quelli di civiltà rurali, o fra bambini nordici e tropicali, o fra scolarizzati e non. Pattern di apprendimento diversi, tutto qui.
Il loro cervello è naturalmente "ipertestuale", e questo rende sempre più difficile il rapporto con gli insegnanti, la cui logica è invece testuale e sequenziale, e che rispetto alle nuove tecnologie sono dei "migranti".
La realtà stessa è ipertestuale, in un certo senso, nel senso di complessa ed immensamente interconnessa, ed abituarsi a pensarla come tale non è poi così rivoluzionario. E' un sapere marcatamente maschile, occidentale, sistematizzato, quello che ha (consapevolmente) ridotto la struttura ramificata e web-shaped della realtà in forma lineare, sacrificandone la complessità in cambio di una più agevole conoscibilità (e portabilità delle informazioni), con indubbi ed enormi vantaggi pratici, di cui tutta l'umanità oggi gode. La logica testuale e sequenziale, attenzione, ha funzionato alla grande. Ora il sapere ed il pensiero si stanno femminilizzando (o spostando verso modalità tipo "emisfero destro", o out-of-the-box, come volete), ed io non posso averne che un gran piacere. Ma da qui a dire "l'altro modo era sbagliato", ce ne corre: sarebbe una sciocchezza.
Il dibattito è aperto, e non mancano coloro che nella Francia della grande scuola cartesiana sostengono la superiorità dei metodi tradizionali.
La superiorità a mio parere, torno a dire, è nei risultati. Con gli strumenti culturali a disposizione finora, era l'unica che potesse funzionare. Ed ha funzionato, porca miseria! Non bisogna mica essere francesi e tanto meno cartesiani, per riconoscerlo.
Ma l'impressione è che la ricerca pedagogica e didattica si vada ormai orientando verso l'accettazione della nuova realtà giovanile...
Bontà loro! e se non avessero accettato la nuova realtà giovanile, che avrebbero potuto mai fare, i ricercatori pedagogo-didattici? Harakiri? Pulizia etnica della realtà giovanile? O farsi spedire su un pianeta di Andromeda? E se poi i ragazzini chattano anche lì? Fuor di metafora: cosa possono mai fare, gli studiosi degni di tale nome, se non prendere atto della realtà? e da questa partire!
...e la piena legittimazione di nuove metodologie basate sull'apprendimento di gruppo, l'utilizzazione dei blog, dell'iPod e delle chiavi USB, la disposizione delle informazioni in orizzontale anziché in catene sequenziali.
Trovo buffissimo che iPod e chiavi USB siano:
  1. equiparati all'apprendimento di gruppo e alla creazione di blog (cose ben più sostanziose, sul piano cognitivo), quando sono solo strumenti pratici banalissimi, anche se preziosi e potenti, come lo erano il quadernone ad anelli, l'evidenziatore, la calcolatrice, la fotocopiatrice della generazione precedente;
  2. contrapposti alla grande scuola cartesiana e simili paludamenti, come se non potessi mettere Cartesio su una chiave USB (credo ci stia tutto, e anche largo), o ascoltarmi una lezione su Cartesio sull'iPod...
Per favore, togliamo l'aura magica a queste cose! Capisco che intorno agli iPod e a tutto ciò che esce da casa Apple aleggia un alone mistico, però... insomma, la genuflessione davanti a una memoria flash, io mi rifiuto di farla.
Per gli insegnanti "migranti" sarà dura, almeno fino a quando non cominceranno ad essere sostituiti da colleghi più giovani, "digitali nativi".
Avete letto anche voi quel che ho letto io? Ha detto o no, che per gli insegnanti "migranti" (cioè noi) la vita sarà più bella quando - in alternativa - perderemo il lavoro a vantaggio dei "nativi", oppure andremo in pensione, oppure creperemo? Va be'... Torniamo a noi.
Ma il processo appare irreversibile.
Già. Su questo sono d'accordo. E converrà tenerne conto, di conseguenza.

Un po' di links ora. Un dibattutissimo articolo di Prensky qui ("Engage me or enrage me"). Lo condivido solo in minima parte, ma ne riparleremo. Appena possibile vorrei postarne una traduzione, seguita dal mio solito commento, vedremo se ci riuscirò. Un'introduzione al tema (in inglese, sotto forma di presentazione) si trova qui. (Forse ce n'è di migliori, ma non ho ancora fatto una ricerca approfondita).
Se ne parla anche, sempre in inglese, qui, qui, qui e qui (... ed in un sacco di altri posti!).

mercoledì 23 aprile 2008

Storia di un mouse


Nella mia scuola c'è una stanza che chiamo il cimitero degli elefanti: lì vengono gettati, in attesa di un improbabile recupero, tutti i pc fuori uso, gli apparecchi elettronici rotti, i vecchi monitor 15 pollici col "sederone", e decine di mouse a pallina, orbati della loro pallina (ma cosa ci fanno con le palline?) Un giorno - ultima ora del sabato, nessuno pensava a far lezione - ho portato i miei allievi ad esplorare l'antro dei relitti.

Assieme abbiamo montato e smontato, attaccato e staccato, acceso e spento, provato e riprovato, finchè abbiamo trovato - uditeudite - un pc funzionante (Win98, 4Giga di disco fisso), un monitor, le casse, e quasi tutti i cavi necessari. E li abbiamo portati nell'aula di scienze (ah già! non ve l'ho ancora detto: dall'inizio del secondo quadrimestre abbiamo le aule "all'inglese", per materia anzichè per classe).

"D'ora in poi," spiegavo ai ragazzi tutta trionfante, "potrò mostrarvi gallerie di fascinose immagini del reticolo endoplasmico ruvido, e accattivanti presentazioni sui margini di placca, e potremo sentire Mozart durante le verifiche scritte, per vedere se è vero che rende più intelligenti", mentre i loro occhi brillavano al pensiero dei tornei di CampoMinato e Flipper nelle ore buche (illusi: i giochi sono la prima cosa che ho eliminato appena ci ho messo le mani).

Ma mancava il mouse. Avete mai provato ad usare un Win98 senza mouse? Io sì, e c'è da uscire pazzi. Così, l'indomani sono andata nell'ipermercato vicino alla scuola (nel centro commerciale che lusinga ed attira i miei studenti a marinare la scuola, che neanche le sirene di Odisseo), e per 5 euro ho comprato un mouse ottico: così non avrebbero rubato l'ennesima pallina.

E invece, dopo un paio di settimane, mi hanno rubato il mouse. Sostituendolo, quel ch'è peggio, con uno di quelli senza pallina.

A questo punto la mia furia si è scatenata. Ho azzerato tutte le iniziative in corso: tutti i dvd che stavo mostrando a puntate, tutte le esplorazioni del giardino a caccia di rocce sedimentarie ignee e metamorfiche, la partecipazione a un paio di concorsi nazionali, e naturalmente l'uso del pc, che giaceva mutilato a fianco della cattedra. "Finchè non torna il mio mouse," ho annunciato plumbea, "farò lezione nel più tradizionale, noioso e pedante dei modi. E interrogherò con morbosa intensità: avevo giusto bisogno di qualche voto in più".

Hanno resistito solo tre giorni. Strutti dalla nostalgia per i filmini sull'effetto serra, per le foto dei più schifosi parassiti interni, per la visita al museo degli animali impagliati (per ora solo promessa), quattro di loro si sono autotassati e mi hanno portato un mouse nuovo. E lo hanno fatto con tale garbo che mi sono sciolta di tenerezza, e ho deciso che da domani li porto nuovamente a cercare lo gneiss e le briofite giù in giardino.

E il mouse ...me lo porterò a casa tutti i giorni.

(immagini erkinsahin e ArminH, www.sxc.hu)

martedì 22 aprile 2008

Earth Day and America

Oggi noi prof di scienze della mia scuola ci siamo riunite per degli adempimenti di routine. Improvvisamente ci siamo ricordate che era la Giornata della Terra ed è stato tutto uno spegnere le luci inutilmente accese, (tentare di) fare le fotocopie fronte-retro per risparmiare carta e relative foreste, e simili eco-fioretti... il tutto con molta ironia.
In realtà a noi vecchi cinici europei queste "Giornate di..." non ci fanno granchè effetto. Non le prendiamo molto sul serio. Parole, parole.
Gli americani, loro sì che si entusiasmano, le vivono per davvero, è tutto un brulicare di iniziative. Per forza sono così avanti nelle scienze rispetto a noi. Loro sono come i bambini: curiosi, entusiasti, pieni di energia.
Foto www.sxc.hu

giovedì 17 aprile 2008

Uno stupro per dire "ci sono"



Le evidenziazioni sono mie.
da: Tecnica della Scuola - Sesso tra giovani su You Tube? Gli esperti: si apra all’educazione sentimentale - di Alessandro Giuliani
L’indicazione giunge da Roma dove si sta svolgendo il IX Congresso della Federazione europea di sessuologia. Per gli adolescenti, dai 13 ai 18 anni sempre più privi di riferimenti, lo stupro diventa il luogo per affermare l’esistenza. Il palcoscenico preferito per la “recita” è il bagno della scuola o la discoteca. Internet serve, poi, per affermarsi, perché nessuno li ascolta.
Sempre più adolescenti pur di apparire su You Tube accettano di essere filmati dai coetanei durante i rapporti sessuali: e la scuola che fa? Troppo spesso poco o nulla, anche perché è sempre meno orientata al dialogo su questi argomenti. Ma perché docenti ed pedagoghi non comunicano ai giovani quali sono i rischi di questi comportamenti e quale strade andrebbero invece percorse per vivere una sessualità sana? Sono le domande cui stanno cercando di dare una risposta i sessuologi, riuniti in questi giorni a Roma per il IX Congresso della Federazione Europea di Sessuologia dal titolo “Therapy, prevenction and promotion of sexual well-being”.
Secondo medici e psicologi è un dato di fatto che gli adolescenti di oggi arrivano a violentare ed essere violentati quasi senza rendersene conto: in molti casi ormai lo stupro viene “organizzato” quasi fosse una recita reale da immettere su internet attraverso You tube. Per gli adolescenti, dai 13 ai 18 anni sempre più privi riferimenti, lo stupro diventa così un luogo per affermare l’esistenza: il palcoscenico preferito per la “recita” è il bagno della scuola, o la discoteca, i giardinetti ma anche la seconda casa di mamma e papà. E poco importa che la vittima sia consenziente o meno. Quel che mancherebbe non è ormai solo un’adeguata educazione sessuale, ma anche sentimentale.
Tra i relatori che hanno affrontato il tema ha destato particolare interesse Irene Petruccelli, Direttore del Centro di Psicologia giuridica dell’Istituto per lo studio delle psicoterapie di Roma (...). Nell'era tecnologica agli adolescenti non basta più picchiare il compagno handicappato, deridere l’insegnante o farsi riprendere mentre si compiono atti vandalici a scuola. "Secondo i giovani – continua la dottoressa - ormai queste bravate le fanno tutti e non fanno quasi più notizia, invece lo stupro è più forte perché l’indignazione che suscita è maggiore. Il sesso non c’entra; è solo una prova di forza, un’affermazione della propria esistenza. Non temono di essere puniti perché non si rendono conto di commettere un reato". E in questa finta recita "le ragazze danno il loro consenso, si sentono desiderate, le protagoniste. Ma, dopo, si innescano la riflessione e il pentimento e, come in tutte le vittime di stupro, la ferita è indelebile e profonda".
Ecco perché gli adulti non possono più rimanere indifferenti: gli adolescenti hanno un estremo bisogno di aiuto. "E’ evidente - continua Petruccelli – che ragazzi non sono gli unici colpevoli di questa situazione. Basta pensare che è la società stessa a bombardarli di messaggi incentrati sul corpo oggetto. Li stimola, in pratica, oltre la loro coscienza”. E sul fronte delle mancate responsabilità il mondo dell’istruzione non è da meno. “La scuola non li supporta con un’adeguata informazione: in aula non si fa educazione sessuale ma nemmeno educazione sentimentale. Si grida all’indignazione davanti ad un atto finito sui giornali, ma non si spiega a questi ragazzi il valore dei rapporti tra persone, il rispetto verso le donne ma anche verso il proprio corpo. Non si aiutano questi ragazzi a vivere una sessualità sana. Ed infine, se hanno bisogno di You Tube per affermare di esistere forse è perché nessuno li ascolta".
Qualche osservazione:

1. il ruolo della scuola. Certo mi sento chiamata in causa, come insegnante di scienze, quando si parla di educazione sessuale.

E sono d'accordo che è necessaria, e che se ne fa troppo poca, in Italia.

Ma non mi piace un'educazione sessuale che non vincola la sessualità al resto della vita di una persona, alla sua dignità, al senso della sua vita, alla costruzione della capacità di donarsi con consapevolezza.

Ecco perchè mi piace, invece, l'idea di una educazione sentimentale, che definirei meglio come educazione dell'affettività (che comprenda anche la sessualità, in tutti i suoi aspetti). In alcune scuole si fa.

2. Stupro, ergo sum? Terribile, se messa in questi temini, ma in realtà i ragazzi pensano semplicemente: "appaio, mi guardano, divento un pochino famoso, ergo sum".

La loro volatile e incerta coscienza di sè ha bisogno di una conferma. Che cercano - giustamente! - nello sguardo degli altri. E questo va conquistato, ad ogni costo. Appunto.

Allora: per sottrarli alla paranoia dell'eccesso "purchè si accorgano di me", non basterebbe cominciare semplicemente a guardarli, questi nostri ragazzi?

Guardarli, notarli, accorgerci che ci sono; reagire positivamente alla loro presenza; per esempio, quando li vediamo, salutarli.

(Perchè tutto ciò che a questo mondo è importante, è anche molto, molto concreto.)

Trasformarli, nei nostri occhi, da massa vociante a persone: una ad una. Che è poi l'unico modo che conosco per cominciare a fare, semplicemente, il nostro mestiere.


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mercoledì 16 aprile 2008

Si parlava appunto di emergenza educativa...

ANSA.it 2008-04-16 10:49 - PROFESSORI PICCHIATI IN SCUOLA PALERMO - Il vicepreside finito in ospedale con la testa rotta, un'insegnante percossa, costretta a una settimana di malattia, e un'altra fatta cadere a terra da un gruppo di alunni: storie di ordinaria violenza accadute nella scuola media 'Verga' di Ballarò, quartiere di Palermo dove il degrado e il disagio sociale raggiungono livelli di guardia. E, come riporta il 'Giornale di Sicilia', negli ultimi giorni i docenti sono stati costretti a chiamare la polizia. "Certamente - commenta la preside dell'istituto Rosamaria Rizzo - sono accaduti diversi episodi violenti che esprimono tutti i problemi di questo quartiere e di bambini spesso lasciati soli da famiglie poco presenti o costrette a lavorare fuori casa tutto il giorno". La scuola 'Verga' ospita 220 alunni e studenti di 18 etnie diverse. "La convivenza - spiega la preside - spesso non è semplice. I ragazzini litigano tra loro e quando tentiamo di dividerli subiamo le loro reazioni". Né Rizzo, né i docenti però hanno intenzione di gettare la spugna. "Andiamo avanti - dice - con la consapevolezza delle difficoltà che un ambiente simile crea. Cerchiamo di fare il possibile, facciamo parte di un progetto europeo sull'integrazione, abbiamo creato una ludoteca per i più piccoli. Questi ragazzi non vanno criminalizzati perché spesso la violenza è un modo per chiedere aiuto".
Mi colpiscono alcuni dettagli:

1) gli insegnanti difendono i ragazzi, li giustificano, sono pienamente consapevoli dell'inevitabilità (esiste questa parola?) dei conflitti e delle loro conseguenze; questa totale mancanza di rancore o di voglia di rivalsa è disarmante, ammirevole, e inconcepibile in altri contesti italiani o europei; mi sembra che l'infinita pazienza siciliana qui si esprima al suo meglio;

2) "facciamo parte di un progetto europeo sull'integrazione": un po' buffa la speranza che trapela da questa frase, come se il progetto europeo fosse un santo che prima o poi farà il miracolo. Pare invece - guardando i fatti - che l'Europa (una certa Europa) sia molto, molto lontana;

3) le 18 etnie diverse. Da sempre la Sicilia è melting pot di civiltà, e sono convinta che l'immensa ricchezza interiore dei Siciliani venga da questo retaggio di apporti culturali ed etnici diversi. Io rifiuto l'idea che tante etnie diverse, messe nello stesso ambiente, debbano necessariamente entrare in conflitto. I conflitti nascono da altro. Nel caso di 12-13enni, un cocktail di famiglie deboli, ambienti degradati, ed esempi negativi da parte degli adulti è più che sufficiente per scatenare la violenza. Ma la diversità di per sè è una risorsa!

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