sabato 2 febbraio 2008

Se la scienza non fa più sognare

Forse il problema è qui. Un ragazzo ha bisogno di poter sognare: ha bisogno di intravedere un futuro, un "oltre", che ciò che studia gli promette, a cui può introdurlo.

Ripensando alla mia esperienza di adolescente, è stato proprio questo ad affascinarmi delle scienze, a farmele studiare con più passione rispetto alle altre materie e a farmele scegliere come università e come mestiere.

Nelle altre materie, me ne rendo conto adesso, cercavo questo "di più" e non lo trovavo, nelle scienze sì: il miglioramento genetico delle specie utili all'uomo, la biologia molecolare nella lotta alle malattie, la difesa dell'ambiente, erano altrettanti "di più" che davano senso e respiro a quello che studiavo in quel momento. Una specie di speranza. Le scienze promettevano di essere una strada praticabile per il mio desiderio di "esserci" nella realtà e di contribuire a migliorarla.

Ricordo che un giorno, nell'ultimo anno di liceo, l'insegnante di italiano (una persona culturalmente molto attiva, scrittore, poeta e traduttore) e quella di latino e greco ci tennero assieme, in una forma spontanea di ciò che in futuro si sarebbe chiamata codocenza, una lezione affascinante sul decadentismo e più in generale sulla cultura letteraria europea di fine ottocento.

Io a un certo punto alzai la mano e chiesi quali erano invece i temi più vivi nella cultura letteraria italiana in quel momento (inizio anni '80). Loro si guardarono ridendo, e mi risposero: "Ora? Ora non c'è niente!".

In quel momento presi la decisione che, dopo la maturità, non avrei mai più studiato lettere.

In quella reazione c'era tutta l'immaturità dei miei diciott'anni, ma certo, quei due insegnanti, peraltro bravissimi, con quella risatina spensero un fuoco. La mia prof di scienze era meno culturalmente attrezzata, le sue lezioni meno affascinanti. Eppure lei era riuscita a suggerirci quel "di più".

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