domenica 28 dicembre 2008

Un equilibrio delicato

Non possiamo partire dall'idea che sia possibile separare le esigenze degli studenti da quelle degli insegnanti. Esse devono essere mantenute in un delicato equilibrio, che presupponga diritti e responsabilità da ambedue le parti.

Dobbiamo avere la volontà, a livello nazionale, a livello distrettuale, a livello di scuole e di classi, di parlarci, per identificare ciò che ci è necessario perchè sia possibile che si verifichi l'apprendimento, nelle nostre classi.

Gli insegnanti devono sentirsi valorizzati e al sicuro, tanto quanto gli studenti. Dobbiamo capire che non è possibile costringere con la forza gli insegnanti ad insegnare, più di quanto sia possibile costringere con le minacce gli studenti ad imparare. Ma dobbiamo capire anche l'alta responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri, studenti e insegnanti, dirigenti e genitori, nel creare assieme i sistemi e le strutture necessarie alla scuola che vogliamo.

E' così facile demonizzarci a vicenda. E' così facile dire che è tutta colpa degli insegnanti scadenti, o degli studenti svogliati. Ma è tanto difficile trovare soluzioni che siano sostenibili, realistiche e incisive. (...) Si deve partire dal rispetto per i diritti e dall'onorare le responsabilità di tutte le parti coinvolte, studenti, insegnanti, dirigenti e genitori, nel creare scuole che funzionino.

da un recente post del blog Practical Theory di Chris Lehmann

martedì 16 dicembre 2008

Meglio valutare in qualche modo, o non valutare affatto?

Dall'articolo di Tiziana Pedrizzi, "La valutazione è la vera riforma della scuola":
Si delinea una strada per la valutazione standardizzata esterna degli apprendimenti a livello delle scuole ed anche in parte degli studenti che richiederà certamente una lunga lena, ma che sembra partire con una impostazione solida e sostenibile. (...) C'è di che fare tremare le vene ed i polsi, ma è possibile che sia questa l'unica strada per avere la speranza di rimettere in carreggiata la scuola italiana.
Sono personalmente sempre più convinta che la scuola italiana non possa più prescindere da un sistema di valutazione oggettiva di ciò che produce. So benissimo che in vista di questo problema sono cruciali i criteri di valutazione, le modalità, gli standard di riferimento, gli obiettivi rispetto ai quali valutare: tutti elementi a tutt'oggi non ben delinati, su cui ho tentato qualche modestissima riflessione anch'io.

Ma, ed è questo il punto che mi sta a cuore, è preferibile una scuola valutata con criteri imperfetti, ad una scuola non valutata, anzi immune - com'è attualmente - da ogni tentativo serio di valutazione.

Leggi il resto dell'articolo qui.

Immagine di svilen001.

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venerdì 12 dicembre 2008

L'impossibile


da California Teacher Guy - Chang, uno dei miei alunni, ha l'artrogriposi, una malattia congenita che colpisce lo sviluppo dei muscoli e causa la contrattura delle articolazioni. Chang ha le braccia corte e deboli, non è in grado di distendere le dita, e cammina con una caratteristica andatura storta: ma non lascia che la sua disabilità lo releghi nelle retrovie. 
Quando la mia prima media, insieme a un'altra classe, uscì per fare educazione fisica, una delle attività previste era saltare alla corda più velocemente possibile per due minuti. A causa delle sue braccia e dita deboli, non c'era modo che Chang potesse saltare la corda come gli altri ragazzi, ma questo non lo fermò. Quando un compagno gli passò la corda, lui la stese a terra, e cominciò a saltare avanti e indietro su di essa!
Se sono attento, posso imparare qualcosa di nuovo dai miei studenti ogni giorno. Da Chang sto imparando che il modo migliore di affrontare l'impossibile è con una mente aperta, e prima o poi vedrò, oltre il problema, la soluzione. La passione di Chang di sfidare l'impossibile mi ispira nell'affrontare il compito arduo di insegnare a ragazzi con un'ampia gamma di capacità.
Powered by ScribeFire. Immagine di Ratzz.

lunedì 20 ottobre 2008

Torna il consumo di eroina fra i giovanissimi

Roma, 17 ott. (Adnkronos/Adnkronos Salute/Ign) - Mini dosi che costano dai 5 ai 10 euro, non più da iniettare in vena ma da fumare: questa la nuova strategia di marketing messa a punto dalla malavita per attirare i consumatori più giovani.

"La prova arriva anche dalle nostre indagini - spiega all'Adnkronos Salute Sebastiano Vitali, direttore superiore della Polizia di Stato del Servizio operativo antidroga del Dcsa (Direzione centrale servizi antidroga) -. C'è un pericoloso mutamento di mercato. Se prima l'eroina era concepita come una droga da disperato", il tossicomane con i buchi sulle braccia, laccio emostatico e siringa pronti all'uso, "ora, con questa nuova modalità di consumo - cioè il fumo - sta diventando una droga socializzante e non invasiva, esattamente come la cocaina".

L’abbassamento dei prezzi è dovuto alla vera e propria inondazione che proviene dall’Afganisthan. ''Il 92% della produzione mondiale - spiega ancora Vitali - appartiene all'Afghanistan, e tra il 2006 e il 2007 l'aumento di produzione all'interno del Paese asiatico è stato di ben il 63%''. Con ripercussioni inevitabili anche sul nostro mercato. ''Che, non a caso, serve anche il centro e nord Europa - aggiunge Vitali - e detiene il secondo posto nel vecchio continente per numeri di sequestri messi a segno''. I ribelli talebani hanno anche aperto laboratori di raffinazione, nel Sud del Paese, prendendo in carico anche questa fase della lavorazione, un tempo affidata ai turchi.

"Il principio attivo", in queste dosi a prezzi stracciati, continua il capo del Servizio operativo antidroga, "si aggira intorno al 15% della sostanza, il resto è composto da schifezze. Ma visto il grande quantitativo che si sta riversando sul mercato non è da escludere che giri anche eroina purissima, a cui il corpo di chi ne fa uso non è abituato e che pertanto potrebbe rivelarsi letale".

La strategia messa a punto per conquistare nuovi consumatori sembra funzionare ed essere destinata a fare ulteriori proseliti. "Nell'immediato futuro - stima Roberta Pacifici, dell'Osservatorio fumo, alcol e droga (Ossfad) dell'Istituto superiore di sanità - ci aspettiamo lo stesso trend di crescita che ha contraddistinto la cocaina negli ultimi anni''. ''Certo - riconosce Pacifici - senza il buco si evitano i rischi collaterali legati all'uso della siringa, vedi infezioni e Hiv. Ma a livello cerebrale gli effetti sono gli stessi. Tanto che si diventa dipendenti esattamente come avviene iniettandosi l'eroina in vena''. ''In più - aggiunge l'esperto - ci sono tutti i problemi e le ripercussioni a livello polmonare, legati all'inalazione della sostanza".

lunedì 13 ottobre 2008

Version therapy

In questi giorni sono malinconica - la S.A.D. serpeggia con l'avanzare della stagione, la-pòssino-acciaccàlla - e quindi l'igiene mentale in fatto di letture diventa cruciale.

Consiglio anche a voi questi due post di Prof2.0. A me fanno ridere fino alle lacrime (quelle buone).

Dedicati a tutti i colleghi che hanno compiti da correggere.


martedì 30 settembre 2008

Intervista a Luigi Berlinguer: No allo scontro

Il Sussidiario.net :: SCUOLA/ Berlinguer: no allo scontro frontale, su questo tema ci vogliono ampie convergenze - martedì 30 settembre 2008 - Ripartire dall’autonomia e dal riordino dei cicli; e, soprattutto, dedicare alla scuola «un vero dibattito culturale», che possa assumere anche una «dimensione di ampiezza costituzionale», creando «larghe convergenze». Questa, secondo Luigi Berlinguer, è la strada da seguire per uscire dall’infuocato clima di scontro che caratterizza in questi ultimi giorni il dibattito sulla scuola. Anche perché, dice l’ex ministro dell’Istruzione, il tutto sta avvenendo a scapito di una vera discussione sui «contenuti». «Proviamo a guardare quello che è successo con le interviste che ho rilasciato nei giorni scorsi» lamenta Berlinguer: «secondo alcuni giornali ho accusato il ministro Gelmini, secondo altri ne ho tessuto le lodi. Perché succede questo? Perché tutti hanno l’interesse politico di tirare la gente per la giacca. Io, invece, vorrei parlare di proposte concrete, e della mia idea di scuola».
Leggi il resto qui.

domenica 21 settembre 2008

Ancora sullo score...

... stavolta tentando di essere seria.

In realtà, termine infelice (score) a parte, il problema della valutazione di chi insegna è veramente scottante. Io non sono d'accordo sul diritto alla totale immunità - il rifiuto completo di farci esaminare e valutare - che alcuni colleghi sostengono: francamente, stento a non vedere una considerevole coda di paglia dietro a certi irrigidimenti.

Dato che sono pagata (anche se con moderazione) per insegnare alcune cose, trovo giusto, invece, che chi mi paga possa accertare ogni tanto che quelle cose le so davvero.

(Ecco, tump! tump! sento arrivare le prime pietre della lapidazione.)

Poi mi dispererò, morirò di fifa, imprecherò anche: ma non mi rifiuto a priori. Per un elementare rispetto di me stessa, innanzitutto. E poi per un certo istituzionale riconoscimento dell'autorità costituita, anche se avesse dato pessima prova di sè.

(Non sono per niente à la page, dicendo questo, lo so, ancora una volta.)

Certo, chiederò a gran voce che il metodo della valutazione sia oggettivo, nonchè intelligente; e che tenga conto anche della qualità della mia didattica, oltre che del fatto che conosco le redox, i tardigradi e lo gneiss.

Ecco, il punto è questo secondo me. Qualche post fa mi sono chiesta come si valuta una scuola, ed ho scopiazzato qualche tentativo di risposta da un blog americano. Ora voglio riflettere su come si valuta un insegnante, e vedo - girando sul web - che il problema è apertissimo.

Ogni sistema proposto sembra avere conseguenze perverse. Per dirne una, negli Stati Uniti è diffusa la valutazione in base alla percentuale di successo degli alunni ai test standardizzati: come risultato, molti insegnanti si mettono ad inseguire tale successo con ossessiva e gretta ostinazione (teach to the test), con buona pace di ogni altro obiettivo formativo, abilità, competenze e compagnia bella.

Alcuni propongono di interpellare le famiglie ed il loro grado di soddisfazione. Troppo facile ribattere che mediamente i genitori vogliono che il figlio sia promosso più di quanto desiderano che sia ben formato. Quindi il migliore insegnante sarebbe il più lassista.

Neanche i dirigenti scolastici, secondo me, possono diventare tout court i nostri esclusivi valutatori. Troppo intensa sarebbe la tentazione di favorire i fedelissimi delle conventicole amiche, a scapito dell'outsider magari geniale ma un po' rompiscatole.

Impossibile anche una valutazione "orizzontale", peer to peer, democratica ed anonima: da collega a collega. Certo sarebbe divertente, ma... troppo forti le invidie, la concorrenza, le gelosie.

E se ci valutassero gli studenti? Di tutte le nostre controparti sarebbero di gran lunga i più leali e veritieri. Non è vero che favorirebbero i fannulloni solo perchè li lasciano tranquilli: in realtà, i ragazzi disprezzano di tutto cuore un nullafacente. I prof più esigenti sono anche i più amati. Ma non è giusto gravare i ragazzi di un tale peso, con tutti i tentativi manipolatori che ne conseguirebbero.

Io propongo le cimici.

Ogni tanto, di nascosto, qualcuno registra una mia lezione (non una volta sola, perchè non mi registrino solo quel giorno che avevo la faringite acuta e mi era pure morto il gatto). E poi mi sbobina. Ascolta quel che dico e come lo dico, constata la parte attiva che i miei studenti hanno nel lavoro di classe, misura, confronta e riflette. Dopo di che traduce i risultati dei campionamenti, servendosi di parametri standard, integrando quel che c'è da integrare, magari con un colloquio.

A me andrebbe bene.

Poi però voglio un aumento di stipendio.

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sabato 20 settembre 2008

Dove vai se lo score non ce l'hai?

Roma, 17 set. (Adnkronos Salute) - "Dall'anno prossimo vorrei che fossero pubblicati i curricula dei chirurghi. Se devo sottopormi a un intervento chirurgico, devo infatti poter sapere se quel chirurgo che mi opererà è un macellaio o un genio, oppure una persona efficiente di qualità". Ad affermarlo è il ministro per la Pubblica amministrazione e Innovazione Renato Brunetta, questa mattina ai microfoni di Radio Radicale.

"Leggo tutto sullo yogurt, sul succo di frutta o sull'ultimo telefonino - ha sottolineato Brunetta - e non so se quello che mette le mani su di me per operarmi, è uno bravo o uno non bravo, quanti ne ha ammazzati o quanti ne ha salvati? Questa è una follia. Io voglio pubblicare gli score professionali nella sanità, così come per i professori, i maestri, i funzionari", ha concluso.
(il grassetto nella citazione è mio.)

Ora so, dunque. Altro che ricostruzione di carriera, altro che curriculum vitae, foss'anche in formato europeo (l'avete visto? un mattone...). Per sapere chi sono, mi chiederanno lo score. Ma non voleva dire "punteggio" di una partita e cose simili? In questa accezione la parola mi giunge nuova, quindi diligente compulso il dictionary e fra le altre definizioni scelgo la seguente:
4. Education, Psychology. the performance of an individual or sometimes of a group on an examination or test, expressed by a number, letter, or other symbol.
Ah, ecco, la performance espressa in numeri o altri simboli. Ok. Un punteggio, appunto. Ma cosa andranno a conteggiare, per assegnarmelo?

Rileggo le parole del ministro cercando un indizio: ...quanti ne ha ammazzati o quanti ne ha salvati?...

Non ho ancora ammazzato alcuno studente, che io ricordi. Ma neanche posso dire di averne salvato neanche uno: sarebbe una bella presunzione. E allora?

E allora, il mio score è assai oscuro. Ma non ditelo a Brunetta.

P.S. ho trovato la notizia grazie a questo post.


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giovedì 18 settembre 2008

Istruzione e qualità umane per la società di domani

...la società di domani non avrà probabilmente bisogno di un gran numero di diplomati universitari che hanno conseguito una laurea di secondo livello o un dottorato di ricerca dopo otto anni di studi universitari. Piuttosto ci sarà bisogno, a seguito dell'estensione del settore dei servizi, di un gran numero di persone con qualità umane... In questo caso, la questione da porre sul tappeto sarebbe piuttosto quella della qualità che si auspica sviluppare presso i giovani e non quella della lunghezza o della durata della loro formazione.
La citazione (il grassetto è mio) viene dall'ottimo e densissimo Norberto Bottani Website. Questo l'indirizzo del post completo: un'interessante intervista a Marie Duru-Bellat, autrice di un discusso saggio sulla scuola, tratta da Le Monde.

giovedì 11 settembre 2008

Dancing

Copio integralmente un post di Vicki A. Davis, autrice di Cool Cat Teacher Blog, perchè... a me, che peso ottomilaottocentottantotto chili, il tema della leggerezza affascina sempre. Anche in questo mestiere.



Lui scivola, fluttua, fa sembrare tutto così facile. Fred Astaire mi fa sentire rilassata ed allegra nel guardare questo bel numero. Fred Astaire e i grandi insegnanti hanno qualcosa in comune.

1 - Fanno in modo che sembri facile

C'è voluto così tanto tempo per preparare questa scena? Sembra così facile, priva di sforzo!

Ci vuole davvero così tanto per preparare quella lezione? Sembra che tutto sia come "preso al volo" e scorrevole.
Sì. Ci vuole un sacco di tempo. Molte conoscenze, esperienza ed esercizio.


2 - Conoscenza approfondita della propria disciplina

E' evidente che Fred Astaire sapeva come si danza. Lo sapeva in tutto e per tutto. Anche i grandi insegnanti conoscono altrettanto bene la propria materia.

3 - Gioia nel danzare
Fred Astaire amava danzare quanto un grande insegnante ama insegnare. E' nel suo sangue, nelle sue ossa, è la sua vita. E' nato per farlo.


4 - Qualche trucco

Naturalmente, sono state necessarie quattro stanze distinte per questa scena, ed altri trucchi. Ugualmente, i bravi insegnanti conoscono trucchi e scorciatoie per far funzionare le cose. Con
un'occhiata sanno ridurre al silenzio lo studente sbruffone o tirare su di morale un ragazzino triste.

5 - Desiderio di portare innovazione

Fred Astaire ebbe una carriera così lunga e gloriosa perchè non smise mai di migliorarsi. Non smise mai di danzare. Provava cose nuove, si spingeva oltre, sperimentava. Ugualmente, grandi insegnanti come Louise Maine and Ernie Easter, si reinventano continuamente. Si spingono oltre, fanno di più. Non si accontentano mai. Io voglio essere come loro.


Perciò oggi, girando per la tua classe, fa' come se danzassi. Con più leggerezza. Tu sei il Fred Astaire della tua aula.
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lunedì 8 settembre 2008

Come ti riciclo il precario

«Per i precari nuove figure professionali» - Corriere della Sera, 8 settembre - «Negli ultimi anni la scuola italiana ha accumulato un numero impressionante di precari, eredità dei precedenti governi, ma è evidente che non è in grado di assorbirli... Dobbiamo fare una riflessione seria sulla situazione che si è creata... Stiamo studiando nuove figure professionali per tutti i precari insieme a Bondi, Brunetta, Brambilla e Sacconi, sia dentro che fuori la scuola» ha detto il ministro [Gelmini], con un riferimento a Vittoria Brambilla che potrebbe far ipotizzare soluzioni anche nel settore del turismo.
Vorrei lanciare una campagna a favore di questa ricerca di nuove professioni per i precari. Aiutiamo BondiBrunettaBrambillaSacconiGelmini: cosa mai potrebbero fare i precari anziché insegnare? Facciamo le nostre proposte! Forza, non c'è limite alla fantasia: sia dentro che fuori la scuola, ha detto!

[Tutto questo ha una funzione prettamente egoistica, sia chiaro. Io sono una precaria. Io voglio cominciare a immaginarmi che lavoro potrei trovarmi a fare da qui a un po'.]

Dunque comincio io: per la categoria dentro la scuola proporrei il precario che porta i panini e le focaccine farcite direttamente in classe. Si eviterebbe così il continuo andirivieni degli studenti da e per il bar, che tanto va a detrimento della qualità della didattica. All'inizio di ogni ora entra, prende le ordinazioni ("allora: tre con salame piccante, due cotto e salsarosa e due senza salsarosa, uno rucola e bresaola, tonno e pomodoro mi spiace li ho finiti") e più tardi ripassa per le consegne calde e profumate. Oltretutto sarebbe un esempio di microimprenditoria autonoma, che non peserebbe sulle casse dello stato: cosa si vuole di più?

Per la categoria fuori la scuola, ma sempre in tema, propongo il cacciatore di bigiate. Il precario riciclato si aggira in parchi cittadini e centri commerciali, battendo in special modo fastfood e videonoleggi. Individuato il reprobo, grazie alle foto segnaletiche che scorrono sul palmare di cui è dotato, segnala la bigiata in tempo reale sia ai genitori che al dirigente scolastico. Per finanziare tale attività, ricorrerei a sponsor nella telefonia mobile: con ogni avviso che tuo figlio ha bigiato, ti arriva anche uno spot con Ilary Blasi o Christian De Sica.

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Figuraccia

La mia nuova scuola mi piace, vorrei restarci nei prossimi anni, perciò - fuori dai denti - ho un'insana pulsione a cercare di fare bella figura: stampo tutte le circolari che mettono sul sito web, studio compunta regolamenti e POF, insomma mi sforzo di fare la docentuccia metodica ed esemplare in tutto.

Ma mi sfugge una circolare: un consiglio di classe a cui devo essere presente. E poi mi perdo anche la telefonata con cui - me li immagino esasperati dall'attesa - mi cercano, mentre dormo beata come un bebé.

Porca miseria, che figuraccia!

Con l'ego in briciole, cerco di riflettere. Forse è un bene che sappiano subito, invece, che sono una pasticciona, perennemente distratta e caotica. La verità è sempre la cosa migliore.

Sigh.

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martedì 2 settembre 2008

Voti, giudizi, e ragazzi

In una recente conversazione con Palmy di Mens Sana mi è capitato di riferire un aspetto curioso della mia esperienza di insegnante riguardo ai voti, e in particolare alla morbosa curiosità degli studenti di conoscere i propri.
Raccontavo a Palmy:
Tutti gli insegnanti sperimentano le assillanti, continue richieste degli alunni di conoscere le loro valutazioni. Mi colpisce il fatto che è evidente anche in ragazzi che ostentano indifferenza verso promozione o bocciatura. Cioè, sembrano dare ai voti un peso che non ha a che fare con il successo/insuccesso scolastico: la loro ansia da voto non sembra "venale", per così dire, come se per loro il voto fosse qualcosa di ben più grande, un giudizio su di loro come persone. Certo va ripensato. E si può sperimentare molto in questo campo. Ma credo che tutti, anche i più piccoli, abbiano sempre diritto all'assoluta trasparenza su come li valutiamo, mentre d'altra parte dovremmo sforzarci di far loro capire che i loro voti non si identificano con ciò che pensiamo su di loro come persone! Tutte le volte che sottolineo questo fatto coi miei alunni, registro da parte loro una certa sorpresa ed un profondo sollievo.
Fra ieri e oggi ho trovato due post che richiamavano idee simili: uno da un post di Critolao, proprio di oggi, nel blog "collettivo" Sala Docenti:
Non i voti sono importanti. Sono importanti gli apprendimenti, le competenze di cui tanto si parla. Un voto è solo un numero; una competenza, se acquisita, rimarrà nostra, per tutta la vita.
Un altro passaggio, ancora più "in risonanza" con ciò che ho osservato personalmente, in un post di qualche tempo fa da Registro di classe di Profemate:
...alle elementari (...) c'era una cosa che odiavo: andare alla lavagna a scrivere i buoni e i cattivi. Quando la maestra tornava la lavagna era lì, come l'aveva lasciata: divisa in due da una linea del gessetto e su in cima BUONI da una parte e CATTIVI dall'altra.
Io non mi decidevo mai. I miei compagni riempivano la lavagna senza remore.
Non era buonismo, paura di far prendere una brontolata o un castigo: non capivo cosa stavo misurando, qual era il criterio. e così non giudicavo.

I primi anni di insegnamento credevo di dover fare altrettanto. E soffrivo moltissimo nel momento in cui mi toccava mettere un nome di qua o di la di quella fatidica riga.

Un giorno ad un tratto capii che non giudicavo loro, che il voto in matematica, e neanche la promozione o la bocciatura, vuol dividere i ragazzi in buoni e cattivi: giudica solo se sanno o no quel pezzettino di matematica che ho spiegato loro.

Da allora, dare due è una passeggiata
Appunto, sono arrivata anch'io alla conclusione di Profemate, ma penso che sia necessario spiegarlo anche ai ragazzi.

Aggiornamento del 7 settembre:

sono "usciti" altri due post che in qualche modo si riferiscono a questo tema. Il primo è ancora da Sala Docenti, a firma di Critolao, che riferisce le lamentele dei suoi studenti a proposito di certe incoerenze di certi insegnanti (alla faccia di POF, griglie e criteri di valutazione):
...C'è il collega di latino "buono" che asssegna voti alti anche ad una traduzione piena di errori gravi; viceversa il collega di matematica "Cattivissimo, profe!" non ha mai dato più di sei, nemmeno ad un compito perfetto...
Il secondo viene da "Sulle spalle dei giganti" di Melchisedec, che cita Cantalamessa:
...bisogna evitare che la correzione stessa si trasformi in un atto di accusa o in una critica. Nel correggere bisogna piuttosto circoscrivere la riprovazione all'errore commesso, non generalizzarla, riprovando in blocco tutta la persona e la sua condotta. Anzi, approfittare della correzione per mettere prima in luce tutto il bene che si riconosce nel ragazzo e come ci si aspetta da lui molto. In modo che la correzione appaia più un incoraggiamento che una squalifica...
Ho ben poco da aggiungere a parole tanto eloquenti. Voto o giudizio, correzione o rimprovero, sanzione o lode, è essenziale tenere sempre ben separati ciò che viene valutato (un compito, una prestazione, un comportamento) dalla persona. Siamo tenuti a giudicare quello, mai questa.

Mi si permetta una divagazione. Si tratta di un criterio che funziona a meraviglia anche nelle coppie, e può salvarne tante dallo sfascio. E' quella che Goleman (in Intelligenza emotiva) chiama la regola xyz (che descrivo come me la ricordo, perchè non ho il libro sottomano): quando abbiamo qualcosa da lamentare con il nostro partner, qualcosa che ci ha infastidito o ferito, anzichè trasformare il fatto contestato in un giudizio sulla persona ("sei un menefreghista"... "sei un'isterica"...) come ci viene istintivo, bisognerebbe sforzarsi di delimitare il campo: "quando hai fatto x, mi sono sentita y. Per favore, la prossima volta fai z".

Appunto: separando la valutazione della cosa dalla persona. Perchè una persona (marito, suocera, figlio, alunno o chicchessia) è sempre più di quel che fa e di come lo fa.

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domenica 31 agosto 2008

Blog Day!

I blogger oggi celebrano se stessi... no, così sarebbe davvero antipatico. In realtà oggi i blog celebrano la bellezza di comunicare, e lo fanno offrendo ai propri lettori una "rosa" di altri 5 blog che amano e che vorrebbero far amare anche agli altri.

Blog Day 2008

Anna di QuickTips mi ha fatto la bellissima sorpresa di citare questo blog fra le sue segnalazioni! Anna, ti ringrazio di cuore e accolgo volentieri l'invito a segnalare a mia volta altri blog.

Come sempre in questi casi la parte più difficile è... non scegliere tutti gli altri blog che ti piacciono! Beh, per stavolta il mio consiglio è di visitare:
  1. Prof 2.0, di un giovane collega che di scuola parla raramente, ma in compenso abbonda di riflessioni originali e filmati sorprendenti! Quanti film ho scoperto grazie a lui!
  2. Dieci minuti di intervallo, dove LaVostraProf dipinge la quotidianità scolastica (nonchè casalinga) con ironia ed intelligenza.
  3. MatematicaMedie, che farebbe innamorare della matematica anche un nativo di quelle tribù che sanno contare solo fino a tre...
  4. Web 2.0 and something else, perchè sul web e le sue immense risorse non se ne sa mai abbastanza
  5. Bud the Teacher, un blog americano di cui ammiro praticamente tutto: la tensione ideale, la professionalità, l'equilibrio, e anche il blogroll, che infatti gli ho "rubato"... :o)
Buona esplorazione!

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sabato 30 agosto 2008

Ora so...

Nomina ricevuta oggi: per quest'anno, liceo sociopsicopeda! Dopo otto anni di istituti professionali (una super-gavetta professionale di cui d'altra parte sono orgogliosissima), credo che mi sembrerà la Sorbona.

E a soli 4,9 km da casa mia (=due autobus) anzichè 12,8 (=autobus+metropolitana+treno)!

Sniff! Non merito tanto.

venerdì 29 agosto 2008

Consolazione e saggezza

Dal blog "Moving at the speed of Creativity" di Wesley Fryer:
I absolutely do not believe that using technology makes a teacher a great teacher. I subscribe to the philosophy I heard Jeff Allen share via a skypecast in March 2006 regarding technology: it is an amplifier. Technology can amplify good teaching and learning, and it can amplify poor teaching and learning. I would much rather have my own children attend a school with teachers who differentiate instruction, encourage hands-on, inquiry-based learning, and provide meaningful as well as engaging learning tasks for my kids each day without ANY technology what-so-ever than have my children attend a school where technology is everywhere but is simply used to support a traditional, teacher-directed instructional environment.

Non credo assolutamente che l'uso della tecnologia faccia di un insegnante un 'grande' insegnante. Sottoscrivo l'opinione di Jeff Allen in uno skypecast nel marzo 2006 sulla tecnologia: è un amplificatore. La tecnologia può amplificare un buon insegnamento/apprendimento, e può amplificare un insegnamento/apprendimento scadente. Preferirei di gran lunga che i miei figli frequentassero una scuola dove gli insegnanti differenziano l'istruzione, incoraggiano l'apprendimento basato su esperienze dirette e ricerca, e offrono ogni giorno obiettivi significativi ed impegnativi di apprendimento senza ALCUNO strumento tecnologico, piuttosto che farli frequentare una scuola dove la tecnologia sia ovunque ma usata semplicemente per supportare un ambiente di apprendimento tradizionale e "calato dall'alto" dall'insegnante.
Consolazione, perchè noi nella scuola italiana di tecnologie ne abbiamo proprio poche, e quindi certi rischi non li corriamo.

Saggezza, perchè il rischio di scambiare un uso maggiore della tecnologia per un modo migliore di insegnare ipso facto esiste sempre. Ed è utile sentirsi ricordare, ogni tanto, che la differenza la fanno - come sempre - le persone, con le loro scelte.

giovedì 28 agosto 2008

Attesa

Sto pensando ai miei alunni dell'anno che viene. Non so ancora in che scuola lavorerò, e saranno tutte facce nuove. Ho voglia di vederle, quelle facce!

Mi chiedo cosa stiano pensando. Al di là dei musi lunghi d'ordinanza, mi chiedo quali siano le loro speranze, attese, desideri, if any. Ma come fa a non desiderare, un cuore di ragazzo?

Vorrei avere dieci giorni di non-scuola a disposizione per conoscerli, chiacchierando con loro, senza dover scrivere poi sul registro l'argomento della lezione: solo chatting in libertà, seduti su cuscinoni o tappeti, o su panchine in un giardino, o ai tavolini di una caffetteria.

Quando la Gelmini sarò io, me lo devo ricordare: ci farò una circolare, anzi un decreto. Altro che progetto accoglienza. Accoglienza e basta.

Immagine: modificata da Playground di Binababy12

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mercoledì 27 agosto 2008

domenica 24 agosto 2008

Abitudini mentali che sviluppano l’intelligenza

Ho realizzato questo grafico con Word: le scritte diventano ... meno illeggibili se si ingrandisce l'immagine (cliccandoci sopra). L'elenco dei 16 atteggiamenti mentali abituali, essenziali per chiunque debba imparare a studiare, o semplicemente ad affrontare le sfide della vita, viene da Habits of Mind. Dello stesso argomento si parla qui.

Mi piace molto questo approccio: gli antichi le avrebbero chiamate virtù, o più in generale avrebbero osservato che l'intelligenza umana - intesa anche soltanto come semplice capacità di affrontare situazioni nuove e problematiche - necessariamente cresce solo intrecciandosi con l'esercizio della volontà, della memoria, della fantasia, delle emozioni (e del loro controllo) eccetera. Infatti, tutti i 16 habits consistono appunto in questo intreccio.

Certo, se entrassi in una prima professionale maschile e dicessi "O miei fanciulli, abbiate cura di sviluppare le vostre facoltà in un armonioso esercizio di ragione, volontà e sentimenti" mi tirerebbero addosso le sedie - ed avrebbero ragione. Forse invece, messa giù così all'amerikana, qualche ragazzo può provare a crederci. Che almeno si lascino provocare...

Prima di tutto questo, però, è necessario sradicare dalle loro menti l'idea che l'intelligenza sia qualcosa di statico e definito geneticamente, come la forma del naso o il colore degli occhi. Ma questo è tutto un altro post.

venerdì 8 agosto 2008

Un vero prof

Da un vecchio post del blog "la ricreazione":
Insegnare è sempre stato uno dei piaceri della mia vita, tanto grande da non farmi sembrare lavoro quello che in realtà lo era. Ho sempre pensato “Guadagnarsi il pane leggendo Leopardi non è lavoro”. E questa cosa i miei alunni l’hanno sempre avvertita. Il mio piacere lo trasmettevo anche a loro.
Nella vita quotidiana do l’impressione di essere molto serioso (...). In classe invece mi trasformavo e tiravo fuori l’aspetto più infantile della mia personalità, accompagnato dalla coscienza della persona adulta che lavora con gli adolescenti.

martedì 5 agosto 2008

Migliorare le capacità di lettura dei ragazzi dislessici

ScienceDaily (Aug. 5, 2008) — Un nuovo studio della Carnegie Mellon University, basato sul brain imaging applicato a studenti dislessici ed altri soggetti con difficoltà di lettura, mostra che il cervello è in grado di riprogrammarsi e superare i deficit, se gli studenti ricevono 100 ore di uno specifico corso di sostegno intensivo.
Lo studio, pubblicato nel numero di agosto della rivista Neuropsychologia, mostra che il corso di sostegno aveva l'effetto di un aumento di attività cerebrale in numerose regioni della corteccia associate alla lettura, e che i miglioramenti [della funzione cerebrale] erano ulteriormente consolidati durannte l'anno successivo al corso di sostegno.
"Questo studio dimostra che il corso di sostegno può sfruttare la plasticità cerebrale per raggiungere un miglioramento scolastico," ha detto il neuroscienziato Marcel Just, direttore del Carnegie Mellon's Center for Cognitive Brain Imaging (CCBI) e autore senior dello studio. "Un insegnamento mirato può aiutare aree del cervello con prestazioni ridotte ad aumentare la loro efficacia."(...)
Le implicazioni dello studio potrebbero estendersi ben al d là del miglioramento delle capacità linguistiche. Just ha fatto notare che la capacità del cervello di adattarsi a seguito di un'istruzione con un ben preciso scopo ha la potenzialità di influenzare il processo di apprendimento anche in altre aree disciplinari.
"Ogni forma di educazione è di fatto un addestramento del cervello. (...) Questi risultati dimostrano che i soggetti con difficoltà di lettura possono sviluppare cervelli ottimamente efficienti. Bisognerebbe applicare lo stesso approccio ad altre capacità."
Inoltre, la prova concreta del miglioramento dimostrato in questo studio potrebbe essere preziosa per valutare l'efficacia di un approccio didattico o di un curriculum, o potrebbe addirittura essere usata come criterio-guida nel delineare una politica educativa. "Siamo agli albori di una nuova era di neuro-education," ha ossevato Just.
Sebbene quest'ultima parola - neuro-education - suoni molto inquietante ad orecchie italiane, evocando chip impiantati nel cervelletto e simili mostruosità, in effetti apprezzo molto un approccio rigoroso, anche neurofisiologico, allo studio dei processi di apprendimento e più in generale dello sviluppo dell'intelligenza.
Io ripeto sempre ai miei studenti che lo scopo della scuola non è - o non principalmente - insegnare cosa siano i mitocondri, la Campagna di Russia, il Botswana o le equazioni di secondo grado. Ma è insegnare a ragionare.
Dunque tutto ciò che ci aiuta a capire meglio come questo accada, beh, a me interessa!

sabato 2 agosto 2008

To ad or not to ad...

Come avrete notato, ho aperto nella colonna di sinistra un sondaggio, che riflette la mia incertezza circa l'inserimento in questo blog di Adsense (la pubblicità offerta da Google, che permette ai blogger di guadagnare qualche soldino).
Ci penso su da un po' di tempo, e sono molto combattuta: personalmente preferisco i blog senza pubblicità, e in generale ho con i soldi un rapporto molto conflittuale... ma sarebbe anche carino, in questi tempi di bilanci familiari in affanno, recuperare in questo modo almeno una parte di quel che spendiamo per la connessione ad internet.
Così ho deciso di rimettere la questione ai miei 23 lettori.
Grazie per il vostro voto!


foto woodsy in www.sxc.hu

venerdì 1 agosto 2008

Rieccomi

  • Adeguatamente biscottata dal sole generoso di Trinacria,
  • (iper)nutrita da arancini e granite (anche di gelsi con panna montata, certo: in tuo onore, Merins!),
  • tonificata dall'idromassaggio vigoroso del mar Mediterraneo,
  • un pochino più acculturata a seguito della lettura di bei romanzoni,
  • e soprattutto estasiata dal dolce abbraccio di mamma Sicilia e della sua gente,
ho concluso le mie quattro settimane di vacanza web-free e ora sono di nuovo immersa nell'atmosfera milanese, sudaticcia di afa, rauca di ozono da inquinamento, ma anche densa di stimoli umani e culturali.
Mentre tanti iniziano le proprie ferie (buon riposo, buon divertimento!) e altri riprendono - o continuano - a lavorare (coraggio!), noi prof ricarichiamo le batterie per l'anno che viene.
Al mare ho stilato un elenco delle discipline che dovrei approfondire per fare questo mestiere un po' meno peggio. Così di getto, la lista che è venuta fuori comprende una ventina di voci: dall'astronomia alla filosofia della scienza... dalla psicologia dell'età evolutiva alla legislazione scolastica... e tante altre cose, su cui mi sento più ignorante di un procione...
Panico! Come si fa a trovare tempo ed energie per studiare tutto quello che dovremmo sapere?
Ed intanto lavorare, preparare le lezioni, correggere i compiti in classe?
Ed inoltre curare la famiglia, pulire la casa, parlare coi figli, fare gli acquisti?
E poi incontrare gli amici, leggere cosa succede nel mondo, vedere qualche film, rilassarsi, magari anche dormire?
Ed infine, seguire i blog amici, ed a nostra volta bloggare?
Eppure ogni anno facciamo tutto questo, magari alla bell'e meglio ma lo facciamo. Straordinario!
Non so perchè, ma improvvisamente sento il bisogno impellente di una granita con la panna.

venerdì 4 luglio 2008

Arrivederci!

Per quasi tutto il mese di luglio sarò da qualche parte di quest'isola amatissima. Senza pc. Senza internet. A curare la mia googlereader-addiction a forza di passeggiate sul bagnasciuga, granite di caffè con panna, e profumo di gelsomini e pomelie.

BUONA ESTATE A VOI TUTTI!

lunedì 30 giugno 2008

Quando la scuola fa ricerca scientifica

Un convegno interessante, a cui è associato un ancor più interessante concorso nazionale, riservato alle scuole superiori. Il bando del concorso è qui. Adesioni entro il 31 ottobre '08.

domenica 29 giugno 2008

Se si emozionano, stanno imparando

C'era una volta, e c'è ancora, un collega americano che aveva un blog (poi chiuso e sostituito da un altro), in cui ogni venerdì sintetizzava un'idea forte sul nostro mestiere componendo un haiku

Ho ripescato uno dei suoi "pensierini" da 5+7+5 sillabe (in inglese), perché sintetizza un'idea con cui bisogna prima o poi scontrarsi, e fermarsi a riflettere.

Se si emozionano, stanno imparando.
Forse dovremmo concentrarci su questo.

Mentre la nostra ministra Gelmini scomoda Gramsci per affermare che la noia è una componente strutturale e ineludibile dell'apprendimento (gasp!), la maggioranza delle voci ci ricordano che ...no, proprio no: l'apprendimento è associato a un sentimento ben diverso dalla noia: è accompagnato da gioia, eccitazione, emozione.

Siamo forse abituati a pensare queste emozioni positive come conseguenze dell'apprendimento: "il piacere di saperlo", direbbe la Settimana Enigmistica.

L'haiku di cui sopra (e non solo quello) sembra suggerire una prospettiva diversa, opposta: l'emozione come condizione previa dell'apprendimento.

Aha! Una faccenda tutta diversa! Intrigante, vero?

Se così fosse, si spiegherebbe per esempio quel fenomeno così misterioso, per cui i bambini sono appassionati ed entusiasti di imparare quando sono piccoli, poi crescendo diventano progressivamente meno curiosi, più difficili da coinvolgere, finché nell'adolescenza l'entusiasmo a scuola diventa rarissimo. (Un'ampia ma in qualche modo irrisolta riflessione su questo fenomeno si può trovare qui.)

Se infatti l'emozione fosse una conseguenza dell'apprendimento, dovrebbe esserci a tutte le età. Invece, se l'apprendimento ha bisogno di emozione, evidentemente è più probabile che questa si verifichi in un bambino, in cui l'attesa positiva per tutto ciò che è nuovo palpita ancora.

Mentre il ragazzino cresce, l'abitudine e le idee preconcette si sostituiscono alla gioia della scoperta; oltretutto nell'adolescente si sposta il baricentro del proprio cuore da fuori a dentro di sè, il vero nuovo mondo sconosciuto, e l'apprendimento può diventare arduo e noioso proprio perché impedito da un inaridirsi dell'emozione per l'universo esterno.

Il famoso e stracitato Prensky (quello dei digital natives, per intenderci; che poi, anche se viene considerato un maitre à penser, in ultima analisi è un venditore di videogiochi, non so se mi spiego) dice che un ragazzino ha bisogno di essere stimolato, divertito, sfidato, eccitato, sollazzato, altrimenti non si sogna neanche d'imparare, anzi proprio non ti ascolta, anzi diventa incontrollabile. Engage me or enrage me: o mi coinvolgi, o m'infurio. E quindi in conclusione propone di trasformare tutta la scuola in una grande Playstation. (Ok, ho un po' banalizzato ed estremizzato il suo messaggio: lo ammetto.)

Ma una via di mezzo, fra la noia e SuperMario, noo?!?

Le osservazioni da cui parte Prensky sono forse giuste. Ma le soluzioni che propone, no.

Forse bisognerebbe chiedersi quali siano le emozioni positive tipiche della preadolescenza e dell'adolescenza. Capire bene cosa suscita emozione, a quelle età, e perchè. Andare bene a fondo, in questa riflessione. E dopo, solo dopo, cominciare a ri-progettare gli apprendimenti in funzione delle emozioni a loro associate (o associabili).

Un lavoro gigantesco. Ma ne varrebbe la pena. E soprattutto, se lo facessimo assieme, in rete... sarebbe fattibile, e pure bellissimo.

Quanto alla noia, riparleremo anche di quella.

sabato 28 giugno 2008

Nascita di una parola (o di un'idea)

Questo grafico rappresenta il numero di blog che contengono la parola edupunk giorno per giorno, negli ultimi 90 giorni: un modo grafico eloquente di visualizzare la nascita di una parola, che prima semplicemente non esisteva.

Ma che vuol dire edupunk?

Uhm, non sono sicura di averlo capito benissimo: se non erro è una modo destrutturato, iper-creativo, trasgressivo (più nella disposizione d'animo che nella prassi) di usare le nuove tecnologie nell'educazione.

Eh sì! Noi siamo ancora qui a sognare i computer in classe, e loro già si azzuffano furiosamente su quale sia lo stile migliore, l'approccio più giusto, e s'inventano perfino una parola nuova (che ha avuto uno straordinario successo, segno che serve ad esprimere qualcosa di reale).

Ne riparleremo, perchè tutto questo è troppo divertente.

P.S. Per avermi fatto scoprire le meraviglie di Kwout: grazie Anna!!!

sabato 21 giugno 2008

Come valutare una buona scuola

Nell'intenso dibattito che - finalmente! - sta attraversando la società civile italiana, su come risollevare le sorti languenti della scuola, uno dei temi ricorrenti è la valutazione della qualità del sistema scolastico.

Normalmente, quando si parla di valutazione della scuola si pensa subito ai test nazionali e internazionali, Invalsi PISA et similia, che servono a misurare l'apprendimento degli alunni al termine di un dato percorso.

Personalmente penso che simili test siano una buona cosa, ma che colgano una parte soltanto del lavoro che la scuola è chiamata ad erogare. Ci sono aspetti della crescita di un ragazzo che forse nessun test a scelta multipla potrà mai misurare, ma non per questo sono meno importanti.

Ho trovato in un blog di un collega americano, Doug Johnsons, alcuni consigli rivolti ai soggetti ultimi (o i primi?!) chiamati a fare tale valutazione, per un'esigenza vitale, pratica e immediata: la scelta della scuola per i propri figli. Una versione micro del problema, se volete, ma che suggerisce riflessioni illuminanti.

Volendo attribuire un "punteggio" ad ogni scuola, con pragmatismo tutto americano, Doug consiglia di valutare cinque aspetti, che lui ritiene fondamentali, di quella che in Italia chiameremmo "offerta formativa".

Vorrei alternare le sue osservazioni con i miei commenti, pensati dall'altro lato della barricata, cioè da parte di chi è chiamato a rispondere positivamente a tali attese.

Primo punto: Clima della scuola. E' strano, ma si può avvertire il senso di sicurezza, accoglienza, e attenzione alle persone che si vive in una scuola, pochi minuti dopo esserci entrato. Piccole cose, come la pulizia, l'esposizione di elaborati degli studenti, le porte aperte sulle classi, le risate, un modo di parlare rispettoso, adulti e ragazzi sorridenti, sono i barometri del clima scolastico. Se una scuola non si guadagna un punto in questo, non c'è bisogno di considerare altro. Fuori di lì, e alla svelta.
Condivido pienamente la priorità che Doug dà alla qualità delle relazioni interpersonali in una scuola. Penso anch'io, come lui, che sia condizione necessaria per il realizzarsi di qualsiasi altra buona cosa, nella scuola come altrove. E penso anche che la responsabilità di creare questo clima spetta agli adulti. Dal preside al bidello, tutti sono importanti in uguale misura, su questo punto.
Secondo punto: Qualità individuali dei docenti. Le valutazioni della scuola nel suo insieme non ci dicono molto di questo. Ci sono docenti a cinque stelle in scuole a una stella, e viceversa. Ascoltate i pareri dei genitori sugli insegnanti che i vostri figli potrebbero avere. E cercate di fare in modo che i vostri figli vadano con quelli di cui si dicono le cose migliori.
Chi può dire se un insegnante è bravo?

La conosciamo tutti benissimo, la risposta. I ragazzi.

Loro sono i nostri giudici più oggettivi. Non è vero che reputano migliori quelli che esigono meno. Una valutazione dei docenti che venga formulata congiuntamente
(in proporzioni da stabilire) da alunni, genitori e colleghi dello stesso consiglio di classe, sarà probabilmente assai attendibile.

Terzo punto: Biblioteche e tecnologia. La qualità della biblioteca di una scuola è il segno più eloquente del valore che quella scuola dà alla lettura, all'autonomia dell'insegnante, all'aggiornamento. Un bravo bibliotecario; una collezione invitante, funzionale e aggiornata di libri e riviste; la presenza di computer con accesso ad internet; tutto questo ci dice che dirigente ed insegnanti credono che apprendere sia qualcosa di più che la semplice memorizzazione di dati da un testo; che la diversità di idee ed opinioni è importante; che la lettura è qualcosa di fondamentale ma anche piacevole.
Ahia! Sentite anche voi una leggera fitta alla milza?

Nelle scuole di cui ho esperienza, le biblioteche erano alternativamente o grossi e sporchi ripostigli dove libri antiquati e riviste polverose erano ammonticchiati alla rinfusa, oppure santuari asettici ed ordinatissimi dove i libri, allineati sottochiave in vetrina, inaccessibili come armi o veleni, svolgevano una funzione estetica, di rappresentanza.

Biblioteche di serie A o B: in ambedue le categorie i ragazzi, naturalmente, si guardavano bene dal mettere mai piede.

Quanto ai pc, nei rari casi in cui erano collegati ad internet, la totale assenza di filtri e controlli li rendeva subito inutilizzabili per il totale intasamento di virus, adware, programmi strani e porcherie di ogni genere.

Che tristezza.


Quarto punto: Offerta di attività facoltative ed extracurricolari. Quel che succede in classe è importante. Ma lo è anche ciò che accade nelle altre 18 ore del giorno. Voglio per i miei figli scuole elementari che offrano attività orientate allo sviluppo di capacità sociali (social skills) ed interessi personali. Voglio scuole secondarie ricche di proposte di arte, sport, educazione tecnica, musica, servizi alla comunità, per sviluppare i talenti personali, le capacità di leadership, e far vivere l'orgoglio dei risultati raggiunti.
Questo è un punto controverso.

Nelle scuole italiane esiste, credo, un buon ventaglio di offerte extracurricolari, tutto sommato.
Quello che mi sembra mancare, in molti casi, è un progetto, un criterio, un'idea d'insieme, che guidi la scelta nel proporre queste attività. Così poi sarà anche possibile una valutazione critica dei risultati raggiunti.

Spesso invece si tratta solo di riempitivi, passatempi: "tanto per non tenerli in strada".

O peggio, pretesti per far guadagnare soldi a qualche buontempone dotato di competenze molto approssimative.

E' troppo poco.
Doug giustamente sottolinea le finalità, gli obiettivi di queste attività. Bisognerebbe partire da qui.

Quinto punto: Impegno nella formazione del personale. Esiste una quantità enorme di ricerca scientifica sulle buone pratiche nell'insegnamento e nella scuola in generale. Studi sul funzionamento del cervello, prassi ripensate criticamente, studio sistematico di come lavorano gli studenti, strategie per gli studenti svantaggiati, sono solo alcuni esempi di studi innovativi che possono avere un impatto positivo sul modo di insegnare. Ma nulla di tutto questo servirà a qualcosa, se resterà chiuso nelle università o nelle riviste specializzate. Le buone scuole danno la priorità, nei loro bilanci, a formare i docenti su come migliorare le proprie tecniche. Portereste vostro figlio da un medico che non cura il proprio aggiornamento?
Ahia, ahia! Di nuovo quelle fitte.

Noi insegnanti italiani siamo una razza innamorata della nostra autonomia. E teniamo molto anche al nostro tempo libero, magra consolazione di stipendi assai modesti.

Ma non si può negare che, come per un medico, è necessario per noi studiare sempre. Ed infatti moltissimi fra noi usano già quel tempo libero studiando, aggiornandosi!

Certo, le ore di formazione dovrebbero essere retribuite.

E
bisognerebbe garantire in qualche modo l'eccellenza della qualità da parte dei formatori: in passato abbiamo avuto troppe delusioni, a questo proposito.

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venerdì 20 giugno 2008

Di cosa parliamo quando parliamo di immigrazione

Quest'anno gli allievi della scuola stanno studiando Alessandro Magno; l'obiettivo è quello di rivivere il viaggio che fece in Oriente, partendo dalla Grecia per arrivare battaglia dopo battaglia fino in Afghanistan, dove si pensava finisse il mondo. (...)

Tra gli allievi, neanche a farlo apposta, c'è un ragazzo nato a Kandahar, cittadina a nord di Kabul, vicino alle famose montagne dove attualmente si nascondono i talebani. Costui era vissuto per un certo periodo in Iran insieme ai genitori, che si erano trasferiti a Teheran in cerca di lavoro. In quello Stato se non sei iraniano non hai diritto ad avere i documenti e non puoi andare nemmeno a scuola.
Purtroppo, dopo appena tre anni sono costretti a tornare in patria perchè nel frattempo suo padre aveva perso il lavoro . (...)

In Afghanistan la sua famiglia, essendo di etnia azera, non era ben vista dall'etnia pashtun dei talebani, e il loro ritorno a Kandahar fu particolarmente traumatico. Il governo dei talebani infatti aveva sequestrato la loro casa e tutta la terra intorno. Trovarono, per vivere, una specie di baracca fatta di terra, senza gas per cucinare e senza energia elettrica. Ma il vicinato non li voleva perchè se n'erano andati in Iran, e spesso facevano loro molti dispetti lanciando pietre sulla loro baracca.

Mohamed (chiamiamolo così) non ce la fa più, ha voglia di studiare e di riscattarsi. Gli anziani riescono a sopravvivere, ma i giovani non hanno alcun futuro davanti a sè. Una sera, pur avendo solo 15 anni, decide di parlare con suo padre per informarlo che andrà via, in Europa. Vuole diventare un bravo orafo e per questo aveva già cominciato a lavorare in Iran presso un laboratorio dove era riuscito a metetere insieme 500 real, che corrispondono più o meno a 200 euro. Consegna l'intera somma a un tizio che organizza il viaggio in clandestinità.

Una mattina, verso le quattro, parte insieme ad altri giovani di varie nazionalità: cinesi, curdi, iracheni e afghani, un centinaio in tutto. Stipati dentro un camion raggiungono la Turchia, dove scendono e attraversano a piedi le montagne in pieno inverno. Qui il viaggio si fa duro, molto duro. Si uniscono al gruppo anche molte famiglie con bambini piccoli. Camminano sui monti per ben 16 giorni, in mezzo alla neve alta, e solo di notte, per paura di essere scoperti.

Durante il tragitto vede purtroppo morire un uomo che teneva in braccio suo figlio di appena 5 anni, immediatamente preso in braccio dalla madre. L'unico modo perchè non soffra il freddo è quello di stringerlo forte al petto e di nasconderlo sotto il maglione della povera mamma. Ma anche lei non ce la fa, e dopo un po' si ammala gravemente, forse di polmonite. Chede a Mohamed di portare in salvo suo figlio e di essere lasciata lì. Il nostro allievo porta in salvo il piccolo che affida, alla fine della traversata sulle montagne, a una donna incontrata per caso in una cittadina turca, con la preghiera di crescerlo e di educarlo come se fosse suo figlio, avendolo promesso ai suoi genitori. Poi, con un gommone, arriva fino in Grecia.

L'imbarcazione è piccola, e lui, essendo afghano, non ha mai visto il mare. Lo vede per la prima volta nella sua vita quella notte, in mezzo a una tempesta. Gli sembra di essere precipitato all'inferno. Due uomini, di cui uno molto giovane, cadono in mare e non vengono ripescati. Lui vomita più volte, sta male, è terrorizzato, poi finalmente la terra di un'isoletta greca.

Da lì un camion fa salire in incognito circa 150 persone a bordo, tutti in piedi, uno addosso all'altro. Il camion sale su una nave mercantile dove resta fermo due giorni senza che nessuno dei traportati possa scendere. La destinazione è Venezia. Sbarca di notte e rimane folgorato: finalmente è in Europa, il suo sogno. (...)

Lì la polizia scopre i clandestini che vengono schedati e fatti alloggiare presso una casa famiglia. Mohamed è scosso e scappa come una lepre, infilandosi nel primo treno che trova in stazione. Dopo un giorno riesce ad arrivare a Roma, scende alla stazione Termini e dorme sfinito su una panchina. Lì la notte viene picchiato da due barboni che volevano derubarlo. La polizia lo trova la mattina dopo e lo manda alla Città dei Ragazzi in via della Pisana. Viene finalmente a sapere del centro Elis e della nostra scuola di oreficeria.

Mi ha raccontato più volte che la cosa che lo ha fatto soffrire molto non è stata tanto la durezza e la fatica a volte disumana del viaggio nè la povertà di Kandahar, la sua città natale, ma il fatto di non avere i documenti e non poter dimostrare agli altri la propria identità.

da "I ragazzi di via Sandri", di Pierluigi Bartolomei, ed. Ares 2008.

lunedì 2 giugno 2008

Un fantastico piccolo video di biologia molecolare

DNA - Wikimedia Commons
Una prof può anche commuoversi, davanti a un video come questo.
Io mi commuovo - e mi arrabbio, anche - davanti alla sproporzione fra la dovizia di potenzialità offerte alla scuola attuale, e l'infima misura con cui la scuola italiana ne usufruisce.
"Da grandi poteri derivano grandi responsabilità" (Spiderman). 

Forse è per questo, ahimè, che a volte preferiamo non conoscere neanche tutte le cose meravigliose che si potrebbero fare a scuola.
P.S. appello ai tech-savvy in ascolto: come potrei fare per "doppiare" questo filmato in italiano?
P.S.2 - Ho trovato il video in un blog anglofono di cui ho perso l'indirizzo. Mi scuso con gli autori del blog. Continuo a scorrazzare su e giù per il mio feed reader, magari lo ritrovo.


domenica 1 giugno 2008

Per fare scuola "web 2.0" non serve sempre un computer...

Un'idea semplice e carina "rubata" da un blog:
da: How to bring web 2.0 techniques into the classroom | BlogHer - Ho provato a usare un approccio in stile Wikipedia nella mia classe, la scorsa settimana (...). Nella lezione precedente avevamo discusso diverse teorie motivazionali. [Quel giorno] ho diviso la classe in squadre, ho assegnato una diversa teoria motivazionale a ogni squadra, e ho chiesto loro di scrivere sulla lavagna [divisa in settori] tutto ciò che ricordavano su quella teoria (...). Dopo qualche minuto, ogni squadra doveva passare al settore di un'altra squadra, e con un pennarello di colore diverso, doveva segnare tutto ciò che la squadra precedente aveva scritto che non trovavano corretto, ed aggiungere tutto ciò che ritenevano opportuno. Ho ripetuto il giro altre due volte, e infine abbiamo ridiscusso le teorie.

venerdì 30 maggio 2008

Bye-bye (il gavettone di fine anno)


Che malinconia lasciare i miei alunni. Ecco-l'ho-detto! Mi fa tristezza, veramente.

Proprio ora che cominciavamo a divertirci, con quelli di seconda, che dall'anno prossimo non faranno più scienze. Mi mangio le mani al pensiero di tutte le cose che volevo fare, e di cui volevo parlare con loro, e non ho fatto in tempo...

Proprio ora che stavo cominciando a capire quelli di prima (e che avevo finalmente imparato tutti i nomi!!). L'anno prossimo avranno un'altra prof, chissà se si diverte ad insegnare, chissà se spiegherà la sintesi proteica, chissà se parlerà degli OGM, dell'alcolismo, di questo e quell'altro dei miei "pallini" ...

La verità è che nessuno di noi è indispensabile: solo un pochino utile, se proprio ce la mette tutta.

Ed è faticoso (anche se salutare), in certi momenti, guardare in faccia la nostra assoluta sostituibilità.

martedì 27 maggio 2008

Mastrocola (3): la scuola per tutti

È dunque attuabile il progetto di una scuola per tutti, che non sia una scuola abbassata al livello dei cosiddetti "lavativi"? Può essere un progetto, o è semplice utopia?
Io mi limito a dire questo: può esistere in astratto una scuola per tutti? Io posso dire che quando ho di fronte almeno un terzo di ogni classe di ragazzi che non hanno la minima voglia di studiare, me lo chiedo. Stiamo facendo la cosa giusta? Anche il fatto di innalzare l'obbligo, siamo convinti che sia una cosa giusta? Siamo convinti che dobbiamo forzare tutti a studiare? E se lo studio fosse invece una cosa, non dico per pochi, ma non per tutti? Direi che non c'è alcun male se qualcuno si dedica ad arti pratiche.

Basterebbe, ad esempio, riconoscere alla formazione professionale il valore di assolvimento dell'obbligo scolastico…
Certamente. Io penso che siamo entrati in una strada senza uscita se pensiamo per i nostri figli che l'unica scuola, la "migliore", sia il liceo classico. Noi dobbiamo arrivare, cambiando la nostra mentalità (e qui la scuola non c'entra, c'entrano le famiglie) a pensare che un figlio può essere una persona stupenda e avere una carriera professionale, sia che faccia il liceo, sia che faccia un'altra strada. Tra l'altro, studiare contro la propria volontà è fonte di infelicità e di frustrazione. In nome del mitico obbligo, la scuola sta forzando la natura degli esseri umani.
D'accordissimo che un certo modo di studiare non sia per tutti. Insegno in un istituto professionale e ho le classi piene di ragazzi che muoiono di noia a stare seduti dalle otto alle tre, ad ascoltare - si fa per dire - discorsi e poi ancora discorsi, mentre vorrebbero fare, disfare, fabbricare, pasticciare, disegnare, smontare e rimontare. (E infatti passo il tempo a sequestrargli accendini con cui hanno tentato di fondere le biro, taglierini con cui hanno scolpito le lattine di tè, mille ammennicoli in cui tentano infantilmente di sfogare la propria creatività repressa.)
Ma non sono d'accordo con chi vorrebbe sostituire, per questi ragazzi, la scuola "vera" con i corsi professionali. Questi ultimi li conosco bene, ci ho anche insegnato per anni, ce ne sono di pessimi e di meravigliosi, ma non è questo il punto.
Penso che tutti i ragazzi abbiano diritto a conoscere Dante e Leopardi, le equazioni di secondo grado e la Costituzione, la prima guerra mondiale e i vulcani, anche se hanno una potente attitudine alla manualità.
Penso che stia a noi insegnanti raccogliere la sfida, e inventare un modo di fare scuola - fare cultura - con loro: un modo adeguato al loro modo di essere. Difficile, difficilissimo: certo! Ma è affar nostro. Questi ragazzi non devono essere puniti con una condanna all'ignoranza (perchè di questo si tratta) per la loro attitudine a "pensare con le mani".

lunedì 26 maggio 2008

Mastrocola (2): ideologie e recuperi


(...) La degenerazione che ha subito la scuola dopo il Sessantotto è stato frutto di un tradimento di ideali buoni, o erano quegli stessi ideali ad avere in sé il germe di questa negatività?
È stato purtroppo l’insistere su quei principi che erano buoni, ma che sono inattuali oggi. Ci sono molti miei colleghi che dicono: «dobbiamo portare i ragazzi al sei, portare tutti alla sufficienza, dobbiamo facilitare i compiti e le lezioni, perché i ragazzi non tornino sulla strada». Questo è un messaggio pericoloso. La scuola del Sessantotto ha voluto giustamente portare tutti a scuola; però il problema è che io non dovevo abbassare così tanto il livello scolastico con lo spauracchio che altrimenti i ragazzi tornano in strada. Questo è una specie di ricatto, di auto-ricatto, molto ideologico. L’ideologia, secondo me, è proprio una delle ragioni dello sfascio della scuola oggi; e, paradossalmente, continua ad esserlo oggi che le ideologie sono morte.
Concordo sul fatto che quando si dà alla scuola un fine improprio, anche se buono, si fanno danni. Non si può fare scuola “per” tenere un ragazzo lontano dalla strada. La scuola deve dargli ben altro che un luogo per passare il tempo in modo relativamente sicuro. La scuola (insieme alle altre entità educative) deve farne un uomo libero, che è ben di più.
Eppure uno degli obiettivi che deve prefiggersi la scuola non è proprio quello di evitare la dispersione, aiutando coloro che trovano difficoltà nel proprio percorso?Il vero problema è che si continua a dire, sull’onda dell’ideologia “sessantottesca”, che la scuola deve difendere i deboli. Ma chi sono oggi i deboli? Secondo me, e ho cercato di dirlo con i miei libri, forse sono i “bravi” i veri deboli, gli indifesi della scuola di oggi. Adesso, da una decina d’anni, c’è una scuola basata sul concetto di recupero, e con il ministro Fioroni lo è stato ancora di più. Tutte le scuole italiane stanno facendo una doppia scuola: quella del mattino, e quella del pomeriggio per il recupero. Tutto questo è stare dalla parte di chi non studia, di chi non apre un libro, ed è invece a tutto svantaggio dei bravi, che si sentono ripetere sempre le stesse lezioni. Questa è proprio una gran brutta eredità del Sessantotto!
Non ho commentato prima d’ora il grande can-can dei debiti e dei recuperi, che Fioroni ci ha lasciato, perché era cosa troppo convulsamente attuale per poterne ragionare con serenità.

Ma ora non posso proprio più tenermelo dentro, quel che penso: al di là di tutte le difficoltà logistiche, le contraddizioni di un recupero imposto, eccetera eccetera, trovo assurdo che si istituzionalizzi la necessità di recuperi strutturati al di fuori della normale attività didattica, perché questo equivale a dare per scontato che nella normale attività didattica un insegnante non può/non vuole/non sa “portarsi dietro” anche gli alunni in difficoltà.

Come se noi lavorassimo stile università: entro in classe faccio la mia lezione e me ne vado, chi ha capito bene e gli altri s’impicchino.

Io mi sono sentita offesa sul piano personale da un simile assunto. E stra-offesa dall’ingiunzione di porre rimedio a tale mostruosa deficienza professionale attuando ridicoli corsettini pomeridiani, improvvisati alla bell’e meglio.

domenica 25 maggio 2008

Mastrocola (1): la scuola dal '68 ad oggi

Riporto un’intervista a Paola Mastrocola trovata qui. E dico anch’io la mia, qua e là, molto modestamente. Intervista in verde, miei commenti in nero.
Il Sessantotto a scuola: i disastri del “buonismo” - C’è un metodo molto semplice per evitare la deriva nostalgica o reazionaria nelle rievocazioni del Sessantotto: basta guardare all’oggi. Concentrarsi, cioè, su quelle che sono le conseguenze, nella società attuale, di quel grande movimento di protesta che ha segnato la nostra storia recente. I ragazzi che vanno adesso a scuola, ad esempio, oltre a riprodurre stereotipi come le continue “okkupazioni”, che cosa hanno ereditato, di positivo o di negativo, da quei fatti accaduti quando ancora non erano nati? Ne parliamo con Paola Mastrocola, insegnante, scrittrice, vincitrice del Premio Campiello 2004, nota per i suoi giudizi spesso controcorrente nel parlare di scuola, di giovani, di educazione.

Si parla spesso di una scuola “prima” e “dopo” il Sessantotto: ma in cosa consiste veramente questa rivoluzione che avrebbe travolto il nostro sistema scolastico?
La scuola prima del Sessantotto era pensata per le élite; dopo, invece, è nata la scuola di massa. La scuola di prima era meritocratica; quella dopo non lo è più. Dovendo esprimere un giudizio, il problema è proprio che la scuola dopo il Sessantotto non è più né di classe, né meritocratica. Si sono affondate entrambe le cose, di cui però una, la meritocrazia, era decisamente positiva. Io ho ancora impresso il ricordo di insegnanti di liceo che a fine trimestre chiedevano a noi che voto mettere in pagella. Un atteggiamento come questo implica la distruzione dello studio, del merito e dell’autorità. Tre cose importantissime, che sono cadute proprio dopo il Sessantotto. Il problema del merito viene affrontato da molti, in questo periodo.

Ma ci può essere una scuola di massa che sia anche scuola che premia il merito?
Effettivamente va un po’ di moda, adesso, dire che si è meritocratici. Non so se sia un’utopia, ma a me piacerebbe una scuola che avesse un livello molto alto, che chieda moltissimo ai giovani (molto studio, molto impegno, molta concentrazione) e che chieda molto anche agli insegnanti, in termini di preparazione e di passione. Una vera grande scuola. Fissato questo, allora sì mi piacerebbe che si aiutassero i deboli, soprattutto i deboli economicamente. Quello che mancava nella scuola di una volta era l’aiuto a quei ragazzi meritevoli, che avessero però alle spalle famiglie non all’altezza. Se noi aggiungessimo questo, senza però abbassare il tiro, avremmo fatto molto. Una strada evidentemente molto lunga.
Già: si parla molto di meritocrazia, ultimamente. Credo che sia un modo molto antipatico di chiamare una cosa molto necessaria. Nella scuola, però, parlare di merito vuol dire parlare di valutazione. E questo sì che è un tema spinoso. Perché per valutare bisogna avere in mente un paradigma, un “optimum” , degli obiettivi chiari a cui commisurare i risultati ottenuti. E nella generale crisi d’identità della scuola italiana, la cosa meno chiara che abbiamo sono proprio gli obiettivi.

sabato 24 maggio 2008

Todos caballeros

In Germania, l'ultimo posto da cui me lo sarei aspettato, stanno pensando di non valutare più, per non bocciare più (per ragioni di economia): todos caballeros, come si dirà in tedesco?

Copio l'articolo da qui:

Berlino - L'istruzione tedesca sembra voler imboccare una nuova strada, che certamente farà discutere: bocciare (e di conseguenza finanziare ripetizioni e classi di ripetenti, e permanenza più lunga degli studenti nelle scuole superiori) costa troppo. Tant'è che una tacita direttiva proveniente dai vertici vieterebbe la bocciatura. Lo studente considerato come fattore economico, l'attenzione che scivola dalla persona al bilancio. Come accadeva quarant'anni fa in Italia, quando il '68 rivendicava il blocco delle bocciature e la sufficienza garantita per tutti in barba alla meritocrazia.

L'ordine viene dall'alto, con e-mail dei ministeri della Pubblica istruzione dei sedici Stati della federazione tedesca, visto che non c'è un ministero nazionale. Il linguaggio delle e-mail è ostico burocratese, parla di "ottimizzare i risultati", di "verificare in quali scuole si boccia di più", e così via. Decriptato il messaggio, spiegano gli insegnanti, il significato è chiaro: non bocciare, o bocciare il meno possibile. Insomma, rieccoci a quaranta o trent'anni fa, alle idee estremiste: promozione garantita, allora in nome del no alle gerarchie, oggi in nome dei tagli ai costi.

L'esagerata selettività del sistema scolastico tedesco avrebbe dunque portato i politici, spalleggiati dall' Ocse, l'organizzazione delle Nazioni Unite per la cooperazione e lo sviluppo economico, a siffatta raccomandazione: non bocciate, ogni bocciatura a causa dei costi di ripetizioni e classi supplementari vuol dire soldi sottratti al bilancio dell'istruzione. Messi alle strette dai poteri politici, presidi e professori in Germania si adattano inflessibili. Le peggiori insufficienze vengono corrette. Dal docente, o dal preside se il docente è in disaccordo. Così la media annuale delle bocciature è già vistosamente calata: dal 3,2 per cento degli studenti nel Duemila ad appena il 2,4 per cento l'anno scorso.

Ma alcuni dei Bundeslaender, i sedici Stati della federazione, si spingono più in là. Berlino, capitale ma anche città-Stato, governata dalle sinistre, ha deciso che è possibile per gli insegnanti rinunciare a dare voti agli studenti fino all'ottavo anno scolastico. I voti discriminano, aprono troppo rischio di alzare muri tra candidati alla promozione e alla bocciatura. Tale concezione è bipartisan: nella ricca, borghesissima Amburgo, un'altra città-Stato, il governatore democristiano e i suoi alleati Verdi hanno concordato che fino al decimo anno scolastico nelle scuole pubbliche non si boccia.

Chi meriterebbe i voti peggiori si vede dunque aiutato senza sforzi dal corpo insegnante per direttiva, instaurando oltretutto un deleterio circolo vizioso poichè gli studenti si disimpegnano, si sforzano di meno, certi di passare comunque. I professori che vorrebbero continuare con la severità per incoraggiare di più i ragazzi a imparare, rischiano inoltre sanzioni dure e la loro unica arma è rilasciare interviste, ovviamente sotto falso nome e senza foto.

E ora chi glielo dice, ai nostri alunni?! Pensate cosa succederà quando lo scopriranno.

A parte gli scherzi, davvero qui è in questione l'idea stessa di scuola così come l'abbiamo sempre pensata. Non so se bocciare di per sè sia così necessario. (Vedi un'interessante messa-in-questione dell'utilità della bocciatura qui).

Ma la promozione garantita, senza voti, senza un livello a cui sforzarsi di arrivare... davvero non riesco a immaginare una scuola così.

Una scuola dove un maestro non può più dire: voglio portarvi da qui a là, voglio che fra un po' di tempo sappiate cose nuove, capiate di più, siate diversi, siate migliori e più liberi.

Mah.
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