giovedì 1 novembre 2007

Intervista a Daniel Pennac

Il celebre scrittore francese riflette sulla scuola a partire dalle sue esperienze personali, da studente «somaro» a professore. «Chi non riesce nello studio spesso si fabbrica personalità sostitutive attraverso il continuo acquisto di oggetti. Ed è difficile insegnare a ragazzi immersi in un marketing permanente»

DA PARIGI, intervista di BERNARD GORCE

Scrittore di successo, affermatosi negli anni Ottanta con la serie di Benjamin Malaussène, Daniel Pennac è autore del fortunato saggio Come un romanzo - in difesa della let­tura. Nell’ultimo libro Chagrin d’éco­le (Gallimard) rievoca, con sottile umorismo, il suo tormentato percorso scolastico: da alunno con difficoltà d’apprendimento a docente di fran­cese.
Perché un libro che è, al tempo stes­so, testimonianza e riflessione sul­l’insuccesso scolastico?

«Chagrin d’école non è un saggio sulla scuola ma sul dolore di non capire. Sono stato io stesso uno studente so­maro e il libro parla della sofferenza del bambi­no che, già da piccolo, prova quel particolare dolore di non capire quanto gli viene in­segnato. Non assi­mila. Gli sfugge il senso della sua pre­senza in classe, così co­me le finalità di un’isti­tuzione da cui cercherà di scappare. Il dolore dello zuccone provoca in lui una disistima per­manente. L’adolescen­te fallito si sente pri­vato di futuro, prigioniero di un eterno presente».
Comunque il libro esce in un conte­sto di tensioni su una scuola che non sa far progredire gli allievi...
«Già nel 1969, quando cominciai a insegnare, sentivo la sala professori decretare unanime: 'Il livello si abbassa'. Questo leitmotiv sull’abbas­samento del livello tradisce un altro malessere, l’incapacità della nostra società di superare la riproduzione dell’élite da parte di se stessa. Ma la vera difficoltà di insegnare oggi riguarda un altro aspetto: il conflitto permanente tra desideri e bisogni. I nostri figli crescono in una società venditrice che da mattina a sera si ri­volge ai loro desideri superficiali: consumare sempre di più, cambiare marche, eccetera. Ebbene, il compito dei professori consiste nel rivolgersi ai loro bisogni fondamentali: leggere, contare, ragionare. Difficilissimo in­segnare a ragazzi nei quali un marke­ting permanente crea confusione tra desideri e bisogni. Questa clienteliz­zazione della giovinezza riguarda evi­dentemente di più i ragazzi con diffi­coltà scolastiche che, consumando, si fabbricano personalità sostitutive. Di fronte a questo problema, tutto il resto mi sembra secondario».
La sofferenza dello «zuccone», lei di­ce, è tanto più terribile in quanto porta con sé quella degli adulti che lo circondano.
«La nullità del figlio getta nella dispe­razione i genitori che temono per il suo futuro, e scoraggia gli insegnanti che la vivono come un fallimento professionale. Sono tutti coinvolti nel disagio. È per questo che rifiuto di soffermarmi sulla responsabilità de­gli uni e degli altri. Intendiamoci be­ne, escludo il caso di adulti torturato­ri, di perversi che si compiacciono del fallimento, o di educatori indiffe­renti. Ma per la maggioranza degli a­dulti il fallimento si determina nono­stante quello che, più o meno bene, abbiamo fatto. Allora il senso di col­pa fa solo sprofondare l’adulto, insie­me con il bambino, nell’umiliazione. Meglio cercare soluzioni che indicare colpevoli».
Però lei non è tenero con i genitori immaturi…
«Racconto il caso del padre di un mio allievo che era venuto a lamentarsi della scarsa maturità del figlio e che il giorno dopo ho incrociato sul mar­ciapiede, vestito in maniera impec­cabile, ma sul monopattino! Questa storia mi sembra sintomatica di una società in cui troppo spesso scom­paiono le frontiere tra genitori e fi­gli, uniti dallo stesso infantilismo consumistico. La facilità di certi bambini nel padroneggiare, me­glio degli adulti, il funziona­mento dei gadget elettronici d’ultimo grido è solo una pseudo-maturità. Il loro es­sere 'connessi' ci fa perdere il senso della loro infanzia. E noi adulti disperdiamo nei consumi buona parte del­l’attenzione che dovremmo rivolgere all’infanzia dei nostri figli. Non faccio l’avvocato dell’austerità (viva il desi­derio!) ma deploro l’infantilizzazione dell’individuo da parte di un marke­ting permanente. Uomini-bambini di fronte a bambini-uomini, ciascu­no intento a recitare il ruolo dell’al­tro, mentre si è perso il senso di cosa l’altro debba essere. Ecco cosa sia­mo ».
Leggendo il libro si ha la sensazione che il successo, in classe, dipenda dai talenti del professore…
«Ho constatato spesso che la qualità di vita e d’insegnamento nei college e nei licei dove vengo invitato è do­vuta in gran parte alla personalità del direttore, del preside, e quella della classe alla personalità dell’insegnan­te. Detto questo, penso che certe pra­tiche potrebbero essere generalizza­te. Il teatro, ad esempio, andrebbe praticato in tutti gli istituti come lo sport. L’opera ripetuta e recitata su­scita lo spirito di gruppo e rende dav­vero possibile immergersi nella lin­gua francese. Se tutti gli allievi, fin dalla più tenera età, venissero abi­tuati a recitare, sono persuaso che la loro capacità di esprimersi cambie­rebbe in modo sostanziale».
Qual è il segreto del mestiere?
«L’amore. Ma attenzione: non si trat­ta di rendere sentimentale il rappor­to pedagogico. Quello che chiamo amore è un cocktail fatto di passione per la materia che si insegna, piacere di trasmetterla e una benevola luci­dità nei confronti della giovinezza. Questi tre ingredienti mi sembrano indispensabili al mestiere di professore ».
Eppure pare che in alcune città i gio­vani siano meno «amabili» degli zucconi di un tempo…
«Su 12 milioni e 400 mila allievi, in Francia, poniamo che 50 mila siano responsabili di atti violenti negli istituti. Sarebbe lo 0,4% della popolazio­ne scolastica. Oggi, quando si tratta di scuola, si sente parlare solo di que­sto margine che delinque. Tale stig­matizzazione della periferia mi scan­dalizza. Sono scandalizzato che le in­telligenze più raffinate si facciano portatrici di tale razzismo incoscien­te. Anche qui vedo la sindrome di u­na società che ha perso il senso della paternità».





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