lunedì 5 novembre 2007

Ciuchini


DONKEY by Visor Perú
DONKEY a photo by Visor Perú on Flickr.
Cosa pensate della famosa iniziativa della preside dell'istituto tecnico "Gastaldi" a Genova, che ha creato una sezione di prima raccogliendo tutti i bocciati, e offrendo in cambio la possibilità a fine anno di passare alla terza con un esamino, ricuperando così l'anno "perso"? Come sapete l'iniziativa, ben accolta da diretti interessati e famiglie, è stata bocciata dal ministero, che ha subito inviato un'ispezione; quest'ultima ha rilevato che molti docenti erano contrari, e che non erano state rispettate tutte le procedure di legge (delibera del collegio docenti ecc. ecc.). Al di là dell'esito, comunque, la vicenda ha suscitato molte discussioni, e mi sento sollecitata a rifletterci su.


Un intervento assai critico è stato quello di Lodoli su "Repubblica"; spesso sono d'accordo con lui, ma stavolta non condivido i suoi toni un po' troppo drammatici ("...una Tortuga popolata solo da filibustieri, un canile comunale dove si comprimono i cani senza collare, un cimiterino di anime perse... classi-galera, classi differenziali, come si diceva una volta....") per stigmatizzare quella che sembra essere, anzichè alta strategia pedagogica, piuttosto semplice tattica: più che altro una trovata di ordine pratico, insomma, e forse anche un tentativo di far concorrenza a certe scuole private dove gli anni si recuperano a suon di bigliettoni... Non per niente la preside in questione, prima che l'iniziativa fallisse, dichiarava compiaciuta di giudicarla una buona applicazione dell'autonomia scolastica.

Altre voci si schierano ...quasi a favore, come ad esempio Diesse (Didattica e innovazione scolastica), nell'ultimo numero della sua newsletter:
"...una storia che, al di là dei contorni di vario gusto, ha il pregio di rendere evidente lo scontro tra una scuola reale – quella che affronta quotidianamente il disagio e le contraddizioni, che tenta di rispondere al bisogno e sostiene con determinazione scelte difficili –, e la zelante burocrazia dalle rigide regole inderogabili, quella di chi è lontano dalla quotidianità delle vite e dei problemi della scuola... l'incantesimo egualitarista è rotto: ormai la questione è stata posta e una possibile via indicata. In qualche modo sarà percorsa..."
In che modo, però? Questo è il punto.

Faccenda complessa, multisfaccettata. Rischioso ridurla a un semplicistico "giusto/sbagliato". Mi sembra però che sia in gioco un criterio cruciale in senso pedagogico e sociologico: la tentazione sempre presente del pragmatismo.

Va bene essere pragmatici; se una cosa funziona, generalmente vuol dire che è anche giusta. Attenzione però: quando ci sono di mezzo le persone e il loro destino, il criterio "pratico" può essere fuorviante, ed al limite aberrante (per fare un esempio estremo: l'eugenetica sarebbe molto pratica, se non fosse criminale!) Il problema sono i tempi, soprattutto in educazione. Ciò che sembra pratico e realistico nel breve termine, può essere dannoso nel medio-lungo termine.

Mi spiego: può essere terribilmente pratico riunire i bocciati in una sola classe, adattare loro la programmazione e il metodo, concentrare gli interventi di recupero eccetera. Ma è giusto? Ovvero, si muove verso il vero bene dei ragazzi in questione, al di là degli aspetti pratico-organizzativi?

Un mio collega e amico insegna judo, ad alto livello, a ragazzi normodotati e disabili psichici, che si allenano insieme, ed insieme partecipano anche a gare regionali e nazionali (molto serenamente, senza ossessioni agonistiche del successo-a-tutti-i-costi), ed ottenendo pure piazzamenti lusinghieri. In base alla sua esperienza di anni, egli afferma appassionatamente che il disabile cresce, cavando il meglio dalle proprie potenzialità, proprio perchè si trova fianco a fianco col "normale", la cui semplice presenza, lungi dall'essere fonte di frustranti paragoni, nel giusto contesto educativo - mediato da adulti responsabili e consapevoli - diventa un eccezionale stimolo alla crescita personale.

Penso che questo modello funzioni in molti altri ambiti. Si potrebbero fare tanti esempi. Le famiglie numerose conoscono bene l'effetto stimolante dei fratelli maggiori sui più piccoli, che crescono svegli e "scafati" senza troppa fatica. La rivolta delle banlieues parigine, al negativo, dimostra che anche il modello d'integrazione più apparentemente accogliente fallisce, quando di fatto i ragazzi immigrati vivono in ghetti, cioè non mescolati ai propri coetanei.


Credo che nessuno di noi, guardando alla propria esperienza, possa dire di essere cresciuto isolandosi o chiudendosi in un ambito protetto di simili, ma al contrario, è diventato più grande - più "se stesso"- proprio nell'incontro con l'altro, con chi per un motivo o per l'altro era migliore o comunque diverso da lui, e con la sua semplice presenza lo sollecitava a crescere, a superarsi.

Insomma, sono convinta del fatto che ciò di cui un "bocciato" ha meno bisogno è di trovarsi, per un anno intero, circondato da coetanei tanto simili a lui, che hanno avuto le sue stesse difficoltà e registrato lo stesso fallimento.

Al contrario, il sano rimescolamento delle amicizie, dei contesti, dei metodi didattici, che ogni ripetente affronta, al di là della momentanea frustrazione, è proprio lo stimolo di cui ha bisogno per recuperare grinta e fiducia in se stesso.
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