giovedì 1 settembre 2011

Scuola e società interculturale

Questo è un articolo che ho scritto tre anni fa, per un esame del corso abilitante. Ecco perché è così lungo: ragione per cui l'ho tenuto nel cassetto fino ad oggi. Tuttavia, forse, contiene qualche spunto ancora valido. 
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Untitled by quatar
Untitled a photo by quatar on Flickr.
La scuola italiana, di fronte al crescente afflusso di ragazzi stranieri nelle classi, ha attraversato dapprima una fase iniziale di smarrimento, poi una successiva di volontaristica improvvisazione, e sta solo ora cominciando ad interrogarsi organicamente sulle modalità più adatte per rispondere a quella che si configura per certi versi come un’emergenza, e certamente come un fenomeno in continua crescita. 
Alcuni episodi di cronaca negli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema, e non hanno certo giovato a rasserenare gli animi e predisporli a un esame più oggettivo della situazione: l’iniziativa di un preside di liceo milanese di creare una sezione «musulmana», subito sconfessata un po’ da tutti; la controversia della scuola islamica di via Quaranta; le prese di posizione di alcuni genitori italiani, timorosi che un eccesso di presenze straniere rallenti il lavoro di classe a discapito del profitto generale...

La situazione, vista dall’interno delle scuole, e più precisamente da “dietro la cattedra”, è molto diversa. Non si ha la percezione di una vera emergenza, perché l’emergenza è il contesto abituale in cui si lavora nelle scuole pubbliche. L’inadeguatezza delle strutture logistiche, le asperità del dialogo educativo, la precarietà dell’impiego (e quindi della continuità didattica), la soffocante scarsezza di risorse economiche, l’incertezza dei curricola e degli assetti istituzionali, sono elementi che fanno apparire qualche straniero in più in classe come una sfida fra le tante, e neanche delle più preoccupanti. Certamente, si avverte il vago sconcerto di chi si avventura in un territorio inesplorato, o di chi sperimenta soluzioni pionieristiche in totale autonomia, cioè in assenza di un progetto globale.

Well, hello there. by iammoira
 photo by iammoira
La società italiana, infatti, è ancora ben lontana dall’aver elaborato un modello politico e culturale condiviso di integrazione degli immigrati. Poiché l’Italia è un paese di storica emigrazione, con una forte immigrazione interna tuttora presente, dotato di un senso dello stato (e della cosa pubblica in generale) piuttosto debole, e percorso ultimamente da istanze autonomiste (di una parte più sviluppata economicamente del Paese, a scapito di quella più svantaggiata), non stupisce che la società italiana stenti a riconoscersi in modelli come quelli europei che, in modi diversi, partono però tutti da un’idea di stato forte e pregnante; uno stato che, a seconda dei modelli adottati, offre uguaglianza ed appartenenza in cambio di assimilazione e sostanziale rinuncia alle differenze (modello assimilazionista francese), oppure media e si fa garante di equilibri democratici fra i vari gruppi (modello pluralista inglese), o ancora, permette l’inserimento temporaneo dello straniero in cambio del suo lavoro, tutelando l’identità straniera in vista del ritorno in patria (modello tedesco); in tutti e tre i casi, quindi, lo stato dà una marcata impronta centrale, anche a livello culturale, alle politiche sull’immigrazione. La scuola italiana si muove quindi su un terreno privo di strade già tracciate, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che ne derivano.
Accennavo prima a una fase di incertezza profonda, e ad una successiva di improvvisazione, che la scuola italiana ha attraversato davanti alla crescente presenza di alunni stranieri. Quello a cui si assiste ora è il lento organizzarsi di iniziative, prevalentemente a livello locale, che tentano una risposta organica e funzionale, anche se culturalmente assai confusa, almeno al livello dei problemi pratici. Il pericolo che vedo in questa “organizzazione dell’emergenza” è, tuttavia, il trionfo dello stereotipo. Su scala minore, è possibile assistere a questo fenomeno nei nostri consigli di classe. Lo “straniero” tende ad essere inquadrato, categorizzato, identificato spesso grazie a clichés etnici assai rudimentali: i cinesi sarebbero tutti laboriosi e disciplinati ma chiusi, i sudamericani al contrario cordiali e comunicativi ma un po’ fannulloni, i magrebini orgogliosi e rissosi... insomma, il corrispettivo dell’idea ridicola che gli italiani siano tutti mafia, spaghetti e mandolini. E le risposte di una scuola già alle prese con mille ristrettezze sull’ordinaria amministrazione non possono che essere altrettanto approssimative: le performances di danze popolari o le ricerche sulle ricette tipiche dei paesi di origine, che tanto spesso ho visto proporre agli studenti stranieri alle prese coi loro vocabolari e i loro tremendi problemi sociali, non sono certo strumenti adeguati di integrazione. Ma quali sono, dunque, questi strumenti?

Come risulta anche dalle ricerche sociologiche, i ragazzi di origine straniera nelle scuole italiane non hanno tutti gli stessi problemi, né certamente tutti le stesse aspirazioni. Approcciare la problematica relativa alla loro presenza prendendoli in blocco: «gli stranieri», è in fondo tanto assurdo quanto lo sarebbe se la scuola si proponesse di risolvere il problema degli studenti che «hanno il naso grosso», o che «di mattina hanno molto sonno». In altre parole, nel gruppo classe vi sono ben pochi elementi che accomunano gli studenti stranieri distinguendoli dagli italiani, e vi possono essere differenze (psicologiche, sociali, culturali) ben più marcate fra italiani o fra stranieri, che fra gli uni e gli altri.

Nikki - Hope Love and Peace [Explored] by Star City Photo
photo by Star City Photo 
Neanche la più ovvia delle differenze, quella linguistica, permette di accomunare «gli stranieri» distinguendoli dagli studenti italiani, che possono avere con la propria lingua problemi anche maggiori a causa di una dislessia non riconosciuta (caso assai frequente!), di tormentati vissuti familiari e scolastici, di disabilità sensoriali mai diagnosticate, di forme di nevrosi ecc.

Insomma, la presenza di studenti stranieri è semplicemente fonte di una più ampia gamma di variabilità nel gruppo classe e nella comunità scolastica: di per sé questa è una risorsa, non un problema! La società interculturale che sta nascendo in Occidente, in questo senso, può rispecchiarsi nella scuola come in un microcosmo che contiene già di per sé molti aspetti positivi:
  • il fatto che i genitori di un ragazzo straniero scelgano una data scuola, costituisce da parte loro un mandato implicito, affidato a quella scuola, di partecipazione al loro lavoro educativo: questo è potenzialmente un potente fattore costruttivo a livello sociale, in quanto la corresponsabilità educativa implica la condivisione di valori positivi comuni;
  • a scuola è più facile garantire a studenti italiani e stranieri una reale parità, un comune accesso alle risorse formative, un confronto quotidiano e una condivisione della ricerca del proprio futuro professionale;
  • a scuola i temi culturali sono proposti quasi sempre in forma dialogica, che abitua a un approccio razionale e “smonta” fanatismi e chiusure ideologiche.
I contenuti, i valori di riferimento, le prospettive culturali e ideali che la scuola per sua natura propone (o dovrebbe proporre), e che spesso vengono percepiti come lo scoglio, come un potenziale ostacolo al rispetto per le culture straniere e minoritarie, probabilmente sono invece veicolo di crescita e costruzione di identità anche per chi appartiene a mondi culturali diversi e distanti. 
La libertà è esattamente elezione ed esercizio di un “buono” scelto come tale fra varie opzioni. La conoscenza di tali opzioni è quindi un presupposto fondamentale della libertà.

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photo by m194007
Ho già affermato che niente in realtà accomuna i ragazzi stranieri differenziandoli dagli italiani, se non l’esperienza dell’attraversamento di contesti geografici e culturali diversi. Se proprio si vuole identificare un tratto comune fra i figli degli immigrati, che si iscrivono alle nostre scuole, forse potrebbe essere una maggiore sofferenza nel processo di costruzione ed affermazione della propria personalità, e nella scelta e nel perseguimento dei propri obiettivi di crescita personale e professionale. Questo è un livello personale, a cui a mio avviso è indispensabile scendere (o salire, forse!) nel lavoro educativo con i ragazzi stranieri.

L’accompagnamento da parte dell’adulto in questo processo è cruciale: si tratta di un compito educativo a cui la scuola non può sottrarsi, essendo oltretutto, pur con le sue tante limitazioni e contraddizioni, ricca di competenze professionali e di esperienze per favorire questa crescita. Ma senza stereotipi, senza schemi, senza raggruppamenti indebiti in categorie che ostacolano l’integrazione, anziché favorirla.

L’identità umana, culturale e sociale di un ragazzo straniero dev’essere una sua conquista consapevole, con l’aiuto della scuola, e non un problema che la scuola si sforza di risolvere al posto suo.
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