lunedì 3 settembre 2007

Come divenni una prof

Sono laureata in biologia e dottore di ricerca in biologia molecolare, perchè da grande volevo fare la scienziata. Ma le cose andarono diversamente. Avevo appena finito il dottorato e stavo aspettando il concorso per ricercatore, lavorando in università, quando un mio familiare si ammalò piuttosto seriamente - e guarì otto anni dopo. Di conseguenza dovetti lasciare la ricerca, lavoro senza orari e finanziariamente prossimo al volontariato (in Italia).

Dopo qualche anno a casa cominciai a fare qualche ora di insegnamento in un piccolo centro di formazione professionale privato, un convitto per ragazze che venivano dalla terza media e in due anni uscivano con la qualifica di aiuto-cuoco. Io insegnavo loro chimica, dietetica, igiene e inglese. Quella fu una gavetta fantastica. Le ragazze sceglievano quel corso esattamente perchè odiavano la scuola e volevano il più breve percorso possibile verso il lavoro. Quindi la loro motivazione allo studio teorico era zero. Ebbene, il team dei miei colleghi era talmente speciale che una buona percentuale delle ragazze, alla fine del biennio, decidevano di proseguire gli studi nella scuola pubblica, in un istituto professionale statale, e vivevano "di rendita" per un anno o due, tanto buona era la loro preparazione.

I miei fantastici colleghi mi insegnarono a trattare le ragazze una a una, esaminando per ciascuna il modo di studiare e l'insieme della personalità, aiutandola a individuare i propri punti di forza e debolezza, a far leva sulle proprie risorse, a lavorare sui propri limiti. Soprattutto mi insegnarono a guardare le ragazze dritto negli occhi, e a dare loro fiducia: lì ho capito la cosa fondamentale dell'educazione. Bisogna dare fiducia a un ragazzo prima che abbia dimostrato di sapersela meritare. Tanti adulti (forse perchè trattati così a loro volta in gioventù) tendono a dire: "prima mi dimostri di essere affidabile, poi mi fiderò di te". Ma un ragazzo pensa: "se non ti fidi di me ora, se non hai stima di me, e mi consideri inaffidabile, perchè dovrei fare quel che mi chiedi?". Quando invece si vedono stimati a priori, quando vedono che si conta su di loro, allora danno il meglio.

Dopo cinque anni in quel CFP mi sentivo pronta per le scuole "vere", e cominciai a fare supplenze nelle scuole superiori statali. Dopo un anno di supplenze brevi, ho fatto l'insegnante di sostegno per quattro anni. Alcuni dei ragazzi che ho seguito avevano disabilità gravi, sia fisiche che psichiche. Un lavoro durissimo e bellissimo. Ogni giorno andavo a casa esausta, soprattutto a livello emotivo. Tutti dicevano che mi riusciva bene il sostegno, ma io sapevo perchè. Ho una sola sorella, che è disabile. Quindi ho fatto la prof di sostegno sin dall'infanzia. Certo, sapevo come fare... ma rivivevo tutti i conflitti, tutte le sofferenze tipiche dei fratelli dei disabili. Ed essendo precaria, mancavo dell'attrezzatura culturale e istituzionale per difendermi dal burn-out, che puntualmente arrivò.

Traumi infantili a parte, comunque, anche quella del sostegno è stata un'esperienza preziosa. Lavorare con la disabilità è una palestra formidabile. Si impara ad accettare i propri limiti, a spogliarsi dei paludamenti culturali, a rivedere le proprie motivazioni, svincolandole dalla categoria del "successo". Anche questa volta devo tantissimo ad alcuni eccezionali colleghi, veri maestri di umanità, oltre che professionisti eccellenti.

Negli ultimi due anni sono tornata a fare supplenze nella mia materia: scienze. Finalmente. E ogni anno m'innamoro dei miei gruppi classe. Mi diverto un mondo a far lezione. Nel vero senso della parola: faccio l'equilibrista sulla riga delle piastrelle del pavimento, disegno cretinate sulla lavagna, fischietto canzoncine mentre fanno gli esercizi. Ridiamo assieme un sacco, eppure lavoriamo sodo, davvero. Ho avuto la fortuna di avere supplenze lunghe, che coprivano gran parte dell'anno e permettevano di impostare il lavoro serenamente.

Certo, cambio scuola quasi ogni anno, e non è bello. Ma ogni scuola è un piccolo mondo: metodi, priorità, climi educativi differenti. Quindi anche qui, fonte preziosa di esperienza.

Nel frattempo non ero mai riuscita a prendere l'abilitazione. Concorsoni non ne venivano, e la SILSIS era off limits per me, che tengo famiglia (e che famiglia). Quindi il corso speciale abilitante, iniziato l'anno scorso, era l'occasione da non perdere. Ora sono a metà di questo corso, che in sostanza è una SILSIS abbreviata. Dura, molto dura, ma con molti spunti interessanti. Non è una goduria doversi (ri)fare una dozzina di esami universitari, senza contare la frequenza obbligatoria, le tesine e quant'altro... ma si è creato un bel clima solidale fra noi, e questo aiuta moltissimo.

L'abilitazione arriverà a marzo 2008. In un attacco di mirabolante ottimismo, diciamo che riesco a prendere il posto di ruolo, che so, nel 2013? Avrò 51 anni. Non so so mi spiego.

Lunga storia! Ma così è più chiaro perchè amo tanto questo lavoro, anche se all'inizio avrei voluto fare altro. Ora mi rendo conto che non ero fatta per la ricerca. Ma questa è un'altra storia.

foto di dlbdesigns, sxc.hu
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