lunedì 5 novembre 2007

Ciuchini


DONKEY by Visor Perú
DONKEY a photo by Visor Perú on Flickr.
Cosa pensate della famosa iniziativa della preside dell'istituto tecnico "Gastaldi" a Genova, che ha creato una sezione di prima raccogliendo tutti i bocciati, e offrendo in cambio la possibilità a fine anno di passare alla terza con un esamino, ricuperando così l'anno "perso"? Come sapete l'iniziativa, ben accolta da diretti interessati e famiglie, è stata bocciata dal ministero, che ha subito inviato un'ispezione; quest'ultima ha rilevato che molti docenti erano contrari, e che non erano state rispettate tutte le procedure di legge (delibera del collegio docenti ecc. ecc.). Al di là dell'esito, comunque, la vicenda ha suscitato molte discussioni, e mi sento sollecitata a rifletterci su.

sabato 3 novembre 2007

Roditori e indignazione civile

mouse by Brian_Kellett
mouse a photo by Brian_Kellett on Flickr.
Qualche settimana fa i miei alunni mi annunciano che l'indomani non verranno a scuola, "perché andiamo in manifestazione". Chiedo loro: a protestare contro cosa? Risposta: contro la riforma Moratti. Moratti?!?
Poi viene qualche giorno di brutto tempo, all'inizio di ottobre, e il riscaldamento non è ancora in funzione. Così si rifiutano di entrare.
Un'altra volta il riscaldamento c'è, ma in alcune aule si avverte un vago odore di plastica bruciata. "Tutti giù in atrio! E' insopportabile: andiamo a casa".
L'altro giorno qualcuno avvista un topolino sotto la macchinetta delle merendine. Indignazione e picchetto. Nessuno a scuola, stamattina.
Entrando a scuola, dico ai ragazzi che vado a nutrire il topo, e assicurarmi che stia in buona salute. Non sia mai che si possa tornare a far lezione troppo presto.
P.S. aggiornamento: pare che non vi fosse alcun topo, ma che qualcuno avesse tentato di estrarre le merendine da dietro la macchina, per non pagarle, sbriciolandole tutte e facendo supporre la presenza del roditore a posteriori. Il potere della suggestione ha fatto il resto.

giovedì 1 novembre 2007

Intervista a Daniel Pennac

Il celebre scrittore francese riflette sulla scuola a partire dalle sue esperienze personali, da studente «somaro» a professore. «Chi non riesce nello studio spesso si fabbrica personalità sostitutive attraverso il continuo acquisto di oggetti. Ed è difficile insegnare a ragazzi immersi in un marketing permanente»

DA PARIGI, intervista di BERNARD GORCE

Scrittore di successo, affermatosi negli anni Ottanta con la serie di Benjamin Malaussène, Daniel Pennac è autore del fortunato saggio Come un romanzo - in difesa della let­tura. Nell’ultimo libro Chagrin d’éco­le (Gallimard) rievoca, con sottile umorismo, il suo tormentato percorso scolastico: da alunno con difficoltà d’apprendimento a docente di fran­cese.
Perché un libro che è, al tempo stes­so, testimonianza e riflessione sul­l’insuccesso scolastico?

lunedì 29 ottobre 2007

Contagio

Untitled by Sami Paige
Untitled a photo by Sami Paige on Flickr.
Le giornate si accorciano, e io che sono una S.A.D. mi ritrovo più incline ad imbufalirmi per quel che va storto. Questo di per sè non interessa a nessuno (neanche a me...) però mi ha suggerito un'osservazione interessante su qualcosa che a scuola succede spesso. Le epidemie emotive.

Oggi inizio la giornata già di malumore per aver perso il treno ed aver dovuto avvisare che sarei arrivata in ritardo, per la seconda volta in pochi giorni.

In compenso porto, nella mia magica chiavetta USB, un powerpoint su cui ho lavorato per 58 ore (giuro!) e che, sono convinta, dischiuderà nuovi luminosi orizzonti ai miei alunni su certe cose di chimica che finora hanno disdegnato.

Tutta pimpante li porto in laboratorio di informatica, dove scopro che 1) il proiettore proietta molto male, 2) le animazioni risultano diverse da com'erano sul mio pc di casa, 3) gli alunni si annoiano tanto quanto in classe, e chiacchierano impietosamente sui miei sudati bytes!

Con l'amor proprio sempre più in fiamme cambio classe: lezione tradizionale, ragazzi distrattucoli, io m'infurio, loro ammutoliscono, una vocina: "Prof perchè è così incavolata?"

Da quel vicolo cieco emotivo mi salva all'intervallo l'amicizia di una collega, che facendomi la stessa domanda mi fa passare i nervi, e ridere di me stessa.

Conclusione: il malumore è veramente contagioso. E siccome in ogni classe ci sono almeno 20 persone, dopo un'ora ciascuno esce col proprio malumore ventuplicato (neologismo, ok). Dopo un'altra ora siamo a 400, e via moltiplicando. Beh - forse i neurotrasmettitori non seguono esattamente questa dinamica ma... certo una specie di reazione a catena s'innesca.

Ho deciso: la prossima volta che perdo il treno, respiro profondo, musica classica (benedetto sia l'emmepitrè!) e sorriso a fetta d'anguria! E vada come vada.

domenica 28 ottobre 2007

Poveri ma belli (ovvero: mozione per il ripristino della mela)

  • L'altroieri sono andata alla presentazione di una scuola superiore, a cui mio figlio vorrebbe iscriversi. Dopo la visita ad aule e laboratori e la presentazione dell'offerta formativa, al momento delle domande, alzo la mano e chiedo al preside: "Se ricevesse ventimila euro, da poter spendere in totale libertà per questa scuola, come li userebbe?" Mi aspettavo cose come: i microscopi, i computer, la biblioteca, l'attrezzatura della palestra... Risposta immediata: "Li darei ai miei insegnanti!"
  • Su uno dei quotidiani gratuiti che mi ritrovo in mano al mattino scendendo in metropolitana, leggo in prima pagina: in Italia, fra le categorie professionali che evade maggiormente le tasse ci sono gli insegnanti. Infatti moltissimi fra loro danno lezioni private, in nero.
  • Di ieri lo sciopero per un aumento di stipendio ai prof: un aumento che c'è, anzi non c'è, forse ci sarà, chissà.
Da che mondo è mondo, il nostro è un mestiere assai mal pagato, e a questo abbiamo fatto l'abitudine. Almeno Pinocchio, però, portava la mela al maestro... Io ho in questo momento circa 120 alunni, che vedo a lezione tre volte la settimana: se ciascuno mi portasse una mela di circa 150 g, riceverei 216 kg di mele al mese, che a 1,65 € al kg equivarrebbero a 356,40 €. Più di qualsiasi aumento sindacalmente sperabile! Mi chiedo quale sarebbe la reazione delle RSU. Io ci farei un pensierino.

sabato 13 ottobre 2007

Miracoli

It is nothing short of a miracle that the modern methods of instruction have not yet entirely strangled the holy curiosity of inquiry.
Non è altro che un miracolo, che i metodi moderni di istruzione non abbiano ancora completamente soffocato la sacra curiosità della ricerca.
A. Einstein

Non so quando Einstein abbia detto questo, a quali "moderni" metodi si riferisse, e in quale Paese.

Mi sono chiesta però seriamente, davanti al solito Nobel al solito scienziato italiano emigrato, se oltre alla tradizionale penuria di mezzi e allo scarso prestigio che da noi godono i ricercatori, non vi sia - fra le cause dell'asfittica ricerca italiana - anche una mancanza di stimoli da parte della scuola.

L'Italia, il paese di Galileo, è anche il paese dove la cultura scientifica e quella umanistica sono reciprocamente analfabete, e dove milioni di persone - cominciando dai teenagers - leggono ogni giorno l'oroscopo, in religioso raccoglimento.

Ma tutto questo non è estraneo alla scuola, e più precisamente alla responsabilità degli insegnanti di scienze.

Certo, non è facile dare stimoli nelle materie scientifiche, in un paese dove i laboratori sono un privilegio solo di pochi licei, e dove in generale le scuole non hanno i soldi nemmeno per comprarti una cartina da appendere in classe, altro che un videoproiettore o un microscopio.

E nonostante tutto questo dico a me stessa, e ai miei colleghi: coraggio, su la testa! Ridiamo il senso dell'avventura, della scoperta, alla scienza che insegniamo. Riaccendiamo quella santa curiosità, quel senso di meraviglia, e anche il respiro di una sorta di speranza: siamo circondati di bellezza, che chiede solo di essere conosciuta.

Education is not the filling of a bucket, but the lighting of a fire.
L'educazione non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco.
William Butler Yeats
( foto di mexikids, www.sxc.hu )

giovedì 27 settembre 2007

Il commento di un insegnante al saluto di inizio anno del Ministro

Carissimo signor ministro,

ho letto quanto ha scritto agli studenti per l'inizio del nuovo anno scolastico, e l'ho fatto dopo aver letto le parole rivolte a noi docenti. Nelle sue lettere vi sono concetti apprezzabili e indicazioni la cui realizzazione sarà importante per la vita della scuola, e certamente un ministro deve scrivere cose di questo tipo, ma io – mi spiace – scriverei altro, mi rivolgerei in altro modo a chi oggi torna in cattedra o tra i banchi.

martedì 18 settembre 2007

La scuola che sogno - 3

Quello che veramente desidero è mostrare ai ragazzi la BELLEZZA: farli incontrare con ciò che è bello.

In fondo posso dire che non mi interessa nient'altro, professionalmente parlando.

In questo senso credo che sarei potuta diventare una prof di qualsiasi altra materia, perchè la bellezza è così multiforme, grazie a Dio!, ma non avrei potuto fare nessun altro mestiere.

Tutto il resto è tecnica, tattica, strumento.
(foto di thad zaidowics, www.sxc.hu)

mercoledì 5 settembre 2007

La scuola che sogno - 2

Ho due chiodi fissi, già da un po' di mesi.
Ben lo sanno tanti miei amici, a cui sto funestando uscite serali, pizze e partite a Uno, ammorbandoli con questi discorsi. Loro mi guardano smarriti, e un fumetto esce dalle loro teste: poveretta, come l'ha conciata 'sto corso abbbilitante.
Il primo chiodo fisso è: dato che si impara solo ciò di cui si fa esperienza, perchè noi facciamo scuola parlando, parlando, parlando...?
Il secondo è: perchè la scuola dev'essere mortalmente noiosa per i ragazzi? E' proprio necessario che una cosa sia noiosa, perchè sia seria ed efficace? O non sarà piuttosto vero il contrario?

lunedì 3 settembre 2007

Come divenni una prof

Sono laureata in biologia e dottore di ricerca in biologia molecolare, perchè da grande volevo fare la scienziata. Ma le cose andarono diversamente. Avevo appena finito il dottorato e stavo aspettando il concorso per ricercatore, lavorando in università, quando un mio familiare si ammalò piuttosto seriamente - e guarì otto anni dopo. Di conseguenza dovetti lasciare la ricerca, lavoro senza orari e finanziariamente prossimo al volontariato (in Italia).

Dopo qualche anno a casa cominciai a fare qualche ora di insegnamento in un piccolo centro di formazione professionale privato, un convitto per ragazze che venivano dalla terza media e in due anni uscivano con la qualifica di aiuto-cuoco. Io insegnavo loro chimica, dietetica, igiene e inglese. Quella fu una gavetta fantastica. Le ragazze sceglievano quel corso esattamente perchè odiavano la scuola e volevano il più breve percorso possibile verso il lavoro. Quindi la loro motivazione allo studio teorico era zero. Ebbene, il team dei miei colleghi era talmente speciale che una buona percentuale delle ragazze, alla fine del biennio, decidevano di proseguire gli studi nella scuola pubblica, in un istituto professionale statale, e vivevano "di rendita" per un anno o due, tanto buona era la loro preparazione.

I miei fantastici colleghi mi insegnarono a trattare le ragazze una a una, esaminando per ciascuna il modo di studiare e l'insieme della personalità, aiutandola a individuare i propri punti di forza e debolezza, a far leva sulle proprie risorse, a lavorare sui propri limiti. Soprattutto mi insegnarono a guardare le ragazze dritto negli occhi, e a dare loro fiducia: lì ho capito la cosa fondamentale dell'educazione. Bisogna dare fiducia a un ragazzo prima che abbia dimostrato di sapersela meritare. Tanti adulti (forse perchè trattati così a loro volta in gioventù) tendono a dire: "prima mi dimostri di essere affidabile, poi mi fiderò di te". Ma un ragazzo pensa: "se non ti fidi di me ora, se non hai stima di me, e mi consideri inaffidabile, perchè dovrei fare quel che mi chiedi?". Quando invece si vedono stimati a priori, quando vedono che si conta su di loro, allora danno il meglio.

Dopo cinque anni in quel CFP mi sentivo pronta per le scuole "vere", e cominciai a fare supplenze nelle scuole superiori statali. Dopo un anno di supplenze brevi, ho fatto l'insegnante di sostegno per quattro anni. Alcuni dei ragazzi che ho seguito avevano disabilità gravi, sia fisiche che psichiche. Un lavoro durissimo e bellissimo. Ogni giorno andavo a casa esausta, soprattutto a livello emotivo. Tutti dicevano che mi riusciva bene il sostegno, ma io sapevo perchè. Ho una sola sorella, che è disabile. Quindi ho fatto la prof di sostegno sin dall'infanzia. Certo, sapevo come fare... ma rivivevo tutti i conflitti, tutte le sofferenze tipiche dei fratelli dei disabili. Ed essendo precaria, mancavo dell'attrezzatura culturale e istituzionale per difendermi dal burn-out, che puntualmente arrivò.

Traumi infantili a parte, comunque, anche quella del sostegno è stata un'esperienza preziosa. Lavorare con la disabilità è una palestra formidabile. Si impara ad accettare i propri limiti, a spogliarsi dei paludamenti culturali, a rivedere le proprie motivazioni, svincolandole dalla categoria del "successo". Anche questa volta devo tantissimo ad alcuni eccezionali colleghi, veri maestri di umanità, oltre che professionisti eccellenti.

Negli ultimi due anni sono tornata a fare supplenze nella mia materia: scienze. Finalmente. E ogni anno m'innamoro dei miei gruppi classe. Mi diverto un mondo a far lezione. Nel vero senso della parola: faccio l'equilibrista sulla riga delle piastrelle del pavimento, disegno cretinate sulla lavagna, fischietto canzoncine mentre fanno gli esercizi. Ridiamo assieme un sacco, eppure lavoriamo sodo, davvero. Ho avuto la fortuna di avere supplenze lunghe, che coprivano gran parte dell'anno e permettevano di impostare il lavoro serenamente.

Certo, cambio scuola quasi ogni anno, e non è bello. Ma ogni scuola è un piccolo mondo: metodi, priorità, climi educativi differenti. Quindi anche qui, fonte preziosa di esperienza.

Nel frattempo non ero mai riuscita a prendere l'abilitazione. Concorsoni non ne venivano, e la SILSIS era off limits per me, che tengo famiglia (e che famiglia). Quindi il corso speciale abilitante, iniziato l'anno scorso, era l'occasione da non perdere. Ora sono a metà di questo corso, che in sostanza è una SILSIS abbreviata. Dura, molto dura, ma con molti spunti interessanti. Non è una goduria doversi (ri)fare una dozzina di esami universitari, senza contare la frequenza obbligatoria, le tesine e quant'altro... ma si è creato un bel clima solidale fra noi, e questo aiuta moltissimo.

L'abilitazione arriverà a marzo 2008. In un attacco di mirabolante ottimismo, diciamo che riesco a prendere il posto di ruolo, che so, nel 2013? Avrò 51 anni. Non so so mi spiego.

Lunga storia! Ma così è più chiaro perchè amo tanto questo lavoro, anche se all'inizio avrei voluto fare altro. Ora mi rendo conto che non ero fatta per la ricerca. Ma questa è un'altra storia.

foto di dlbdesigns, sxc.hu

venerdì 31 agosto 2007

La domanda universale


Are we doing anything today?Ho appena scoperto, frugando tra i blog del mondo che parlano di questo mestiere, questo titolo simile al mio!

Anche questa collega statunitense dice che ogni mattina, qualcuno fra i ragazzi le fa quella domanda (letteralmente: "Oggi facciamo qualcosa?"), e ogni tanto se lo chiede anche lei. Saggia ragazza.

C'è qualcosa di universale, evidentemente, in quel misto di rassegnazione e speranza con cui i ragazzi entrano in classe al mattino, mezzi morti di sonno...

Voi cosa rispondete quando vi chiedono la stessa cosa?

giovedì 30 agosto 2007

La scuola che sogno - 1

Banchi in cerchio.
L'insegnante fa parte del cerchio, primum inter pares.
La cattedra non come una trincea, nè un pulpito, nè lo scanno del giudice, ma solo una base d'appoggio di attrezzi del mestiere.
Lavagna vera, di ardesia, ampia; gessi, tanti, anche a colori.
Computer a disposizione dei ragazzi, collegato a internet.
Proiettore da collegare al computer!!!
Per i ragazzi: bacheche, scaffali, armadietti personali.
Alle pareti, strutture fisse per appendere facilmente e in ordine cartine, mappe, cartelloni.
Alle finestre, semplici vere tende di tela di cotone bianco.
Dalle finestre, si vedono gli alberi, e il cielo.
Casse a cui collegare cd o mp3.
Quando è il compleanno di qualcuno, si ascolta assieme una canzone.
Durante le verifiche, Mozart e musica barocca.

Non svegliatemi, sto sognando...

mercoledì 29 agosto 2007

Perché questo titolo al blog

Power Under Control by DetxU_9One
Power Under Control a photo by DetxU_9One on Flickr.
Non è stata solo l'esigenza di trovare un titolo nuovo, e che nello stesso tempo desse l'idea del tema del blog. L'ho scelto perchè questa domanda meravigliosa, che quasi ogni giorno qualche studente mi fa, mi suggerisce tante cose.

C'è dentro il far finta di ignorare che l'argomento della lezione è quasi sempre già previsto.

C'è la speranza che si faccia qualcosa di insolito, magari addirittura il top dei top: niente!

C'è il tentativo di sottrarre alla lezione qualche minuto, con le solite proposte: vediamo un film? andiamo giù in giardino? discutiamo di quella cosa che è successa?

Ma oltre a tutto questo c'è dentro quella fantastica apertura, quell'attesa, in un certo senso la conferma che sono consapevoli della tua libertà e della tua responsabilità, e che stanno davvero mettendo il loro tempo nelle tue mani.

C'è dentro, soprattutto, una richiesta fiduciosa: per favore, usalo bene, il nostro tempo. Facci divertire, sognare, stupire, prof! Per favore.


Intro

Vorrei fare e ricevere riflessioni su questo lavoro di insegnante. Lo faccio da dodici anni e ogni anno mi piace sempre di più, nonostante tutto. Parleremo, spero, di tutti i «nonostante», e del perché sia comunque così bello. Vorrei ci raccontassimo le esperienze, le emozioni, le sfide, e magari qualche piccolo trucco del mestiere. Vorrei che soprattutto ci aiutassimo a crescere, professionalmente e umanamente. 
Oggi è il mio compleanno: compio 45 numerosissimi anni. Un buon momento per uno sguardo complessivo su cosa-ci-faccio-al-mondo. Il giro di boa l'ho già fatto, ormai la vita che mi resta non è più così tanta, vorrei mettere più libertà e più convinzione in quello che faccio, e meno rotolare affannoso dietro agli eventi.

Essere ancora una prof totalmente precaria alla mia età, con la canizie incipiente sotto la tinteggiatura d'ordinanza, è una condizione buffa e strana. Ci si sente un po' Stan Laurel, un po' dottor Schweitzer. Siamo sfigati ontologici, inclini all'autocommiserazione, ma con una fanciullesca folle generosità nell'investire gigawatt di energie in un lavoro che ci gratifica solo in una sfera tutta spirituale. E con la stessa incredibile mancanza di realismo, ci ostiniamo a credere che un giorno saremo di ruolo, ci sistemeremo, godremo anche di un pizzico di signorile prestigio.

Ma certo non facciamo ciò che facciamo per la speranza del posto sicuro. Nè per lo snobismo del prof colto e squattrinato.

Ma perchè ci piace stare coi ragazzi, e fare del nostro meglio, ogni giorno di più, per loro. E basta.

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